Impresa e criminalità nel mezzogiorno
L'estratto di una ricerca condotta dalla Fondazione BNC e dal Censis.

(materiale tratto dal sito del Censis. Si ringrazia vivamente il Censis per averci concesso di pubblicarlo.)
7.     Il costo della paura

Attraverso l’indagine condotta dal Censis si è cercato anche di capire, per linee generali, quanto la presenza di criminalità sia in grado di frenare la crescita del sistema delle imprese meridionali. Per avere un’idea di massima dell’insicurezza che serpeggia tra le aziende del Mezzogiorno e di come tale insicurezza condizioni le strategie di crescita e di investimento si è fatto riferimento:

-   all’opinione degli imprenditori circa le possibilità di crescita del fatturato in presenza di un contesto socio-economico più sicuro di quello attuale;

-   alla quantificazione delle spese per i sistemi di difesa e alla loro incidenza sul giro d’affari dell’impresa.

Si è coscienti del fatto che le informazioni raccolte non sono sufficienti a definire con precisione e scientificità quale sia la mancata crescita del sistema produttivo meridionale causata dalla presenza di una criminalità sempre più aggressiva e predatoria. Tuttavia, i dati di seguito esposti possono essere considerati come una base di partenza per un ragionamento approfondito sulle perdite sociali ed economiche che vaste aree del Mezzogiorno sono costrette a subire.

Iniziamo con un dato rilevante, quello secondo cui un imprenditore su due percepisce la criminalità come una reale e grave causa ostativa alla crescita del proprio giro d’affari. Più precisamente, il 42,5% degli intervistati ha dichiarato che potrebbe aumentare il proprio fatturato (e quindi crescere più di quanto oggi non accada) se il contesto territoriale fosse più sicuro. E solo per citare i dati più interessanti, il 15,9% degli intervistati ritiene che il fatturato potrebbe aumentare almeno del 10%, mentre il 9% del campione stima che la crescita potrebbe essere addirittura del 20% rispetto ai valori attuali (fig. 12).

Se si facesse il calcolo medio della crescita aggiuntiva stimata dalle imprese contattate essa sarebbe del 5,4%. Applicando tale quota al fatturato delle imprese meridionali fino a 250 addetti rilevato nel 2001 dall’Istat, si arriva ad una cifra pari a circa 7,5 miliardi di euro, il 2,7% del Pil del 2001 nel Mezzogiorno.
Vista in altro modo, tale cifra può essere considerata come il mancato incremento del fatturato delle imprese meridionali a causa di fenomeni criminali o comunque di un ambiente non del tutto sicuro e libero.
I settori che si sentono maggiormente colpiti da questo fenomeno di mancata crescita a causa di un contesto insicuro e a volte opprimente generato dalla presenza di criminalità sono soprattutto l’edile e il manifatturiero. Nel primo comparto, infatti, il 53,1% degli intervistati ha dichiarato che la presenza di criminalità impedisce la crescita del giro d’affari, mentre nel secondo comparto tale opinione è stata espressa dal 47,3% degli intervistati (fig. 13).

Ma tale opinione appare molto diffusa anche negli altri settori produttivi presi in considerazione, specie in quello del commercio e dei servizi alle imprese.
Parallelamente, le più elevate percentuali di mancata crescita del fatturato sono riscontrabili nei settori sopra indicati. In particolare, dalle opinioni e indicazioni espresse dagli intervistati, si è potuto calcolare che mediamente nel settore edile e in quello alberghiero e della ristorazione il fatturato potrebbe crescere del 6% e in quello del commercio del 5% (fig. 14).

Risulta abbastanza evidente che tali dati rispecchiano una realtà, a tratti, fortemente problematica. Quest’indagine campionaria conferma, infatti, quanto è emerso anche da interviste qualitative e dalle statistiche ufficiali sui reati; in alcune aree del Mezzogiorno i settori maggiormente esposti ad attacchi criminali sono, pur con modalità diverse, l’edile, il commercio al dettaglio e quello legato ad attività turistiche (soprattutto l’alberghiero e la ristorazione).
Il settore delle costruzioni registra, vieppiù, fenomeni di imposizione di manodopera e di forniture soprattutto in alcune aree della Sicilia e della Campania, il commercio risulta fortemente esposto ad estorsioni, furti e rapine, specie nelle centri urbani di maggiori dimensioni della Puglia, della Sicilia e della Campania, così come le attività alberghiere e della ristorazione devono fronteggiare fenomeni di concorrenza sleale o di imposizione di forniture. I dati sulla mancata crescita del fatturato sembrano pertanto rispecchiare il diffondersi dei fatti appena citati.

Se si guarda, inoltre, alla dimensione delle imprese analizzate si rileva come i più elevati tassi di mancata crescita ed espansione del fatturato siano riscontrabili tra le aziende di piccolissime dimensioni (cui corrisponde forse la minore forza di contrasto ai fenomeni criminali), cioè con un addetto e tra quelle con un numero di addetti compreso tra 10 e 49. Per questi due gruppi, il fatturato potrebbe aumentare di ben oltre il 5% (fig. 15).

Il secondo aspetto preso in considerazione - per capire se e quanto il senso di insicurezza distragga risorse finanziarie utilizzabili per nuovi investimenti - è quello dell’acquisto di sistemi per la difesa dell’azienda. Per cominciare, è possibile rilevare come solo il 32% degli intervistati non ha effettuato questo tipo di spesa nel corso degli ultimi due anni. Di contro, un’impresa ogni due ha acquistato specifici strumenti per la tutela della propria azienda (fig. 16). Nell’ambito di questo secondo raggruppamento, il 14% spende sempre più, mentre per il 52% del campione le spese per la sicurezza sono rimaste invariate e solo per il 2% sono diminuite.

Che il 68% degli intervistati senta la necessità di acquisire mezzi per la tutela della propria azienda, la dice lunga sul senso di insicurezza che sembra dilagare in alcune aree del Mezzogiorno. In particolare, l’80% degli imprenditori della Campania ha effettuato negli ultimi due anni spese di questo tipo e per il 16%, peraltro, esse sono in aumento progressivo. Il fenomeno appare diffuso anche nel raggruppamento di regioni composte dalla Basilicata, dal Molise, dall’Abruzzo e dalla Sardegna, dove il 66,2% degli intervistati ha dichiarato di essersi dotato di sistemi di sicurezza.
Anche in Puglia, in Calabria e in Sicilia non sono, tuttavia, contenute le percentuali di imprenditori che continuano ad effettuare questo tipo di spesa. Il fenomeno inoltre aumenta il proprio livello di diffusione all’aumentare della dimensione aziendale: mediamente il 65% delle imprese più piccole è dotato di strumentazioni per la sicurezza, ma la quota raggiunge l’89,5% tra le imprese con un numero di addetti compreso tra 50 e 250.

I settori produttivi che probabilmente si sentono maggiormente esposti ad attacchi esterni sono quello commerciale, quello alberghiero e della ristorazione, nonché il comparto edile: risultano infatti più diffuse che altrove la vigilanza privata, la blindatura degli accessi o delle vetrine dei negozi, così come nei primi due dei comparti sopra citati vengono sempre più utilizzati i sistemi video a circuito chiuso.

Al di là di questi elementi di dettaglio quante risorse finanziarie sono assorbite dalle spese per la sicurezza? La loro incidenza sul fatturato delle imprese considerate è stata mediamente, nel corso degli ultimi tre anni, del 3,3% (fig. 17). Applicando questa percentuale al valore del fatturato delle imprese meridionali fino a 250 addetti, il flusso di denaro utilizzato per l’acquisizione di sistemi per la  sicurezza potrebbe ammontare a oltre 4,3 miliardi di euro correnti, il 3,1% del valore aggiunto del Mezzogiorno nel 2001.

Ancora una volta, il settore edile e quello del commercio appaiono i più esposti ai fenomeni criminali o per lo meno manifestano il più forte senso di insicurezza. Nel primo dei due comparti le spese per i sistemi di difesa ammontano al 3,2% del fatturato, mentre nel secondo essi raggiungono addirittura il 3,8%. Se invece si prende in considerazione la dimensione aziendale è possibile rilevare come l’incidenza maggiore delle spese per la sicurezza sul fatturato sia riscontrabile nelle fasce estreme del campione, cioè tra le piccolissime imprese (quelle che non superano i cinque addetti) e tra quelle di medie dimensioni (fig. 18).

Il quadro complessivo che emerge da questi dati è preoccupante. Occorre ribadire che solo in alcune aree, ben delimitate, del Mezzogiorno la criminalità assume i toni sopra descritti. Tuttavia i fenomeni di infiltrazione delle organizzazioni criminali nei meccanismi di funzionamento del mercato restano gravi e, per quote significative di imprenditori, essi sono anche in crescita.
È difficile pensare agli strumenti di contrasto, anche perché le modalità di penetrazione della criminalità nel sistema-economico produttivo, come si è visto, sono tante e varie, molte di esse agiscono totalmente “sottotraccia” (basti pensare alla creazione di imprese “prestanome” o alla scarsa trasparenza di alcune gare per appalti pubblici).

Certamente, però, occorrerebbe fare leva su un ruolo più attivo di promozione della cultura della legalità da parte delle Istituzioni locali, di sperimentazione di investimenti pubblici finalizzati alla messa in sicurezza di alcune aree in cui le imprese sono particolarmente soggette ad attacchi e vessazioni criminali, nonché nell’intensificazione e estensione dell’associazionismo tra imprese per la lotta a fenomeni specifici, come il racket e l’usura.

(fonte: www.censis.it)
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