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C'erano loro, e altri esseri umani attorno a loro,
e altri ancora più in là, a Catania,
a Palermo, in Sicilia, e poi - man mano che quella
pianta germogliò, con altri nomi - a Roma,
a Milano, a Napoli, dappertutto. |
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Perché la Sicilia è "vecchia"?
Socialmente, voglio dire. Troppo piccola
per autogestirsi, troppo grande per essere mantenuta
con la forza, per
duemila anni è stata regolarmente "invasa"
e altrettanto regolarmente
affidata alla classe dirigente di prima: latifondisti
romani, feudatari
spagnoli, notabili borbonici o "uomini di rispetto".
Cosa Nostra dialogava ufficialmente col governo italiano.
Gestissero la Sicilia a modo loro. In cambio, ordine
e disciplina e - quando richiesto - appoggio al governo
"alto". Perciò classi dirigenti obsolete
(serbate artificialmente al potere) e società
duramente divisa in due: viddani e baronia, coppole
e cappeddi. Questa Sicilia dura tuttora. E questo marca,
fra l'altro, i suoi intellettuali.
In nessun'altra regione si scrive bene come in Sicilia.
Tomasi,
Bufalino, Verga, Pirandello, Sciascia - la lingua italiana,
già elegante
di suo, qui tocca i vertici della raffinatezza. E in
nessun'altra terra
i grandi scrittori, alla fine della loro carriera, ripiegano
così
fiocamente su se stessi; sovente, con esiti reazionari
e di destra.
Pirandello s'iscrisse al fascio. Sciascia combattè
l'antimafia. Verga
elogiò Bava Beccaris. Come mai? E' che nessun
altro uomo al mondo come il siciliano è costretto
a scegliere senza mediazioni. Qui non si può
barare. La povertà, la violenza, il mondo ferocemente
diviso ti gridano ogni momento "da che parte stai?".
Alla fine devi rispondere, e la risposta ti marchia.
Qui, la libertà la ritrovi fra gli scrittori
"minori"; messi da parte cioé; quelli
che muoiono all'alba, da giacobini impenitenti, su una
forca alla Marina; oppure per un colpo di pistola, in
una serata qualunque, mentre stai uscendo dal tuo teatro.
Io non sono orgoglioso della nostra bellissima letteratura
"ufficiale": lo sono invece dei nostri cantastorie,
dei nostri poeti di strada, dei nostri giornalisti;
quelli "minori" e rimossi, anche stavolta.
Ne abbiamo perso una decina, uccisi perché scrivevano
contro i potenti; questa decina di uomini, coi nostri
cento sindacalisti e compagni e giudici assassinati,
sono l'anima dura della nostra Isola, ciò che
ci fa dire con forza "sono siciliano".

Giuseppe Fava, figlio di maestri di scuola, nipote di
contadini,
giornalista, fondatore dei Siciliani, scrittore, fu
uno di costoro. I
padroni di Catania lo uccisero il 5 gennaio del 1984,
mentre usciva dal teatro in cui, poche settimane prima,
aveva rappresentato un durissimo atto d'accusa contro
il regime mafioso cittadino. Lo uccisero tranquillamente,
sapendo che nessuno avrebbe reagito e che dopo un paio
di giorni di chiacchiere tutto sarebbe tornato come
prima. Non fu così.
Qualcosa si risvegliò nella città, e uscì
fuori al sole.
Io sono stato molti anni a Catania, e ho visto molte
cose. Ho visto
morti ammazzati e giudici venduti. Ho visto giornalisti
prostituti,
politici miserabili, e quanto più laido e osceno
si possa immaginare. Ma se tu mi chiedessi, ora, cos'è
Catania, risponderei: ho visto due vecchi contadini,
marito e moglie, davanti alla loro casa con la lava
dell'Etna a cinquanta metri. Smontavano il cancello,
tranquillamente, perché sarebbe servito al momento
di ricostruire. Questa era la Catania a cui s'era rivolto
Giuseppe Fava. E questa Catania, incolta e qualunquista,
facile da imbrogliare, politicamente rozza, aveva tuttavia
in sè qualcosa di bello e antico.
Venivo a Catania - per "fare il giornalista"
e dunque, a modo mio, per "sistemarmi" - da
un decennio di militanza a tempo pieno nel movimento.
Un "rivoluzionario professionale", insomma:
corretto, sofisticato e
presuntuoso, con tanto di puzza al naso e destinato,
probabilmente, a un posto nella sinistra perbene e poi
nel regime. Dei giovani di Catania, avevo un'opinione
molto precisa: qualunquisti e paesani.
Ma quando il Direttore morì e la Città
fu chiamata, come in tempo di
Resistenza, a scegliere fra occupanti e patrioti, si
vide quanta civiltà
e quanto coraggio vi fossero in questi giovani "comuni".
Noialtri
redattori - ragazzi spaventati, in realtà, con
una bandiera molto più
grande di noi - decidemmo, più per affetto che
per coscienza, di
continuare. E il giorno dopo ci presentammo in redazione,
per riaprire la sede. Ma fuori dai Siciliani, timidi
ma risoluti, c'era un piccolo capannello di ragazzi.
"Chi siete?". "Siamo la Fgci di Battiati.
Siamo qui per distribuire il giornale". Noi non
sapevamo ancora se avremmo avuto il coraggio di farlo,
il giornale. Ma loro avevano già quello di distribuirlo.

Quei tre anni durissimi, l'ottantaquattro l'ottantacinque
e
l'ottantasei, furono gli anni dei ragazzi catanesi.
Non l'entusiasmo
delle manifestazioni (ci furono anche quelle, le più
grandi mai viste a
Catania) ma l'impegno concreto e operativo, giorno dopo
giorno, per - almeno - trentasei mesi. I Siciliani -
con scritto sotto: fondatore Giuseppe Fava - e SicilianiGiovani
sono stati i miei giornali, e anche qualcosa di più,
l'elemento centrale della mia, delle nostre, della nostra
vita. E mi è difficile scriverne di più;
non ora, non in questo giorno. Dirò soltanto
che a Catania, in Sicilia, in Italia, di nuovo come
in tempi di garibaldini o di partigiani, cresceva palpitando
e lottando qualcosa di veramente nuovo. Non dirò,
per non offendere quelli di noi che erano di altre idee
(c'era persino un fascista), come mi verrebbe naturale,
che stava nascendo una sinistra. O forse sì:
ma sinistra nel senso antico del termine, allonsanfan
e compagni. Una bella sinistra; *la* sinistra, quella
davvero espressa profondamente dal Paese. "La meglio
gioventù" per me fu questa.

Vent'anni sono una vita; t'insegnano, fra le altre cose,
una difensiva
autoironia. Così, ora chiudo in fretta. Farò
dei nomi - non posso farli
tutti: e dunque, questi sono qui solo in rappresntanza
di tutti. Il più
giovane, e la più anziana; il primo è
Fabio D'Urso, "Fabiolino"; e
davvero aveva solo tredici anni quando suo padre lo
portò, il sette
gennaio, alla sede dei Siciliani. Il signor D'Urso era
stato, molti anni
prima, giovane giornalista con Giuseppe Fava; poi uno
era andato avanti, e l'altro aveva scelto un mestiere
normale. Ed ora eccolo qui, a presentare suo figlio,
che certo si sarebbe fatto onore. La signora Roccuzzo
era la madre di uno di noi; si parlava, la mattina presto,
di cosa sarebbe potuto succedere ancora. Per suo figlio,
la rassicuravo, il pericolo era relativamente minore;
l'avremmo sistemato fuori Sicilia al più presto.
"Aspetta - disse lei - se c'è da rischiare
dovete rischiare tutti insieme, anche lui".
Questi erano i Siciliani. Nessuno di loro ha mai avuto
il minimo
riconoscimento - da partigiani quali erano, da garibaldini
- per le cose grandi e eroiche che, ciascuno di loro
al suo momento, seppero tirar fuori da sè stessi
in quel tempo di guerra. C'è la signora, amica
del Direttore, che due giorni dopo la sua morte si presenta
ai Siciliani e abbandona la carriera universitaria per
venire ad amministrare il giornale - lo fece per dieci
anni di seguito, perdendovi ogni avere ma garantendone
finchè possibile l'uscita. C'è il compagno
che per quattro anni fornì notizie dall'interno
del nemico, rischiando a ogni momento non la morte,
ma una morte con torture. Ci sono i liceali dello Spedalieri,
uno ora organizza scuole internet in Italia e un'altra
è volontaria a Città del Messico. C'è
il vecchio giudice, il prete, l'ingegnere - il nostro
Cln, i capi del movimento civile.
Ci sono quei ragazzini che alla manifestazione antimafia
portarono i loro coetanei tossici, convinti uno per
uno nelle piazzette della droga; a un tratto, in mezzo
agli slogan contro Santapaola e i Cavalieri, uno di
loro impallidisce per una crisi e fa per cadere: ed
ecco tutti gli altri ragazzi, quelli che in un'altra
società sarebbero stati i "normali",
far capannello attorno lui, aiutandolo e nascondendolo
e continuando a sfilare. C'erano loro, e altri esseri
umani attorno a loro, e altri ancora più in là,
a Catania, a Palermo, in Sicilia, e poi - man mano che
quella pianta germogliò, con altri nomi - a Roma,
a Milano, a Napoli, dappertutto.
C'ero anch'io, e credo che a quest'ora sappiate che
il mio tratto
peggiore è la superbia. Eppure, pensando a quello,
che fu il tempo più nobile della mia vita, non
ne provo affatto. "Uno dei Siciliani". Un
compagno. Che cosa si potrebbe essere di più?
Davvero vale la pena, di fronte a cose come queste,
di perder tempo a mettere puntini sulle i?
No. Noi siamo quelli di Giuseppe Fava. Ognuno può
dirlo, e ognuno ne risponde - a se stesso - a modo suo.
Il resto, non ha importanza.
Non ha importanza nemmeno, dopo vent'anni di bavaglio
"nemico",
cominciare a sentirsi addosso anche il bavaglio "politicamente
corretto". A Catania, da tre anni in qua, non si
fa altro che cercar di
dividere il Monumento a Giuseppe Fava (lodevole intellettuale
siciliano) dal rozzo giacobinismo dei Siciliani, specie
di alcuni. Perciò, fra le altre cose, non ci
fanno parlare. Ma che importa? Fra noi e i Cavalieri,
abbiamo vinto noi. Loro sono scomparsi, noi siamo ancora
qui: poveri, ma ci siamo. Catania irredimibile e rozza?
Ma c'è pure una Catania che può vincere,
una Catania a maggioranza popolare: noi ci siamo arrivati
vicinissimi, abbiamo dimostrato che si può fare.
E altri no. Catania del monopolio, Catania in mano a
Ciancio? Ma c'è anche una Catania dei liberi
giornali: basta avere il coraggio di farli. Noi l'abbiamo
avuto, e tuttora ci tentiamo. Altri no.
"Non si può chiedere a tutti di fare il
lupo solitario", disse una volta
Giuseppe Fava, ed è una frase bellissima, romantica
e spavalda al tempo stesso. I lupi solitari, tuttavia,
hanno un senso solo se da qualche parte c'è un
branco. Magari in quel momento distratto, ma però
vivo, con le sue storie "ordinarie" di lupi
e lupacchiotti, impegnati nella loro quotidiana sopravvivenza
materiale e morale. Molto spesso divisi, qualche volta
(troppo di rado...) uniti, essi sanno comunque, o quanto
meno intuiscono, di essere un branco e non un gregge
qualunque; una razza a parte. Questo è tutto
ciò che può fare per loro uno come me,
ricordargli chi sono e cosa possono fare. Il resto,
se lo devono ritrovare e reinventare da sè, se
no non funziona. Così è sempre stato nei
branchi, da che mondo è mondo.

Di Giuseppe Fava si parlerà nelle letterature
ufficiali - come fu per
Stendhal - fra qualche cinquantina di anni. Non è
facile, per
l'accademia italiana, distinguere fra cocacola e vino:
poiché la critica
è astemia, e vino se ne passa poco; quando per
caso ne trova, giù col "sicilianismo"
e con la "civile tensione", che è un
modo per cercare di mettere quella roba aspra e forte
in bottiglie di plastica e già conosciute.
Fava e Tomasi di Lampedusa sono comunque i massimi scrittori
siciliani, e fra i massimi italiani, del dopoguerra.
In più, Fava era uno scrittore amico. Parla dei
contadini siciliani (La Violenza), degli operai emigranti
(Passione di Michele, il suo capolavoro), della dignità
del resistere (La Ragazza di Luglio), dell'atrocità
del potere (L'Ultima Violenza). Ne parla popolarmente,
in lingua densa e forte, dove la maestria dell'artista
ottiene il premio più difficile - la semplicità.
I suoi personaggi più sentiti sono donne e questa,
in una letteratura misogina come la nostra, è
anche una bella cosa.
Di tutte le creature che vivono nei suoi libri, nessuna
è monolitica,
nessuna priva di sfaccettature umane; il vecchio avvocato
mafioso
conserva - persino lui - una sua inquietudine, un suo
dolore. Eppure
Fava non "parla d'altro" mai, non è
mai arcadico; tutti i suoi
personaggi stanno in una loro precisa metà di
mondo, o quella dei
potenti o quella degli oppressi. Perché - giornalista,
scrittore,
fondatore dei Siciliani e quant'altro - egli era prima
di tutto un
rivoluzionario. Nel senso vero, vissuto, ottocentesco,
della parola. Per questo, incontratolo una volta, non
lo si abbandona mai più.

Così è stato per me. Vent'anni. Eppure
non pesano affatto, non come nostalgia. Nè si
riesce a non sorridere, pensando a una persona viva
come lui. E' morto semplicemente, facendo quel che doveva,
da soldato.
Non credo che gli sia stato difficile. E' molto più
difficile vivere,
nel senso pieno e profondo in cui viveva lui. La vita
che passa fra le
persone care e gli amici, da uno all'altro, da un cerchio
all'altro, da
una generazione all'altra. La vita che te lo fa riconoscere
in persone
lontanissime, che non l'hanno mai conosciuto. La vita
che si trasforma lentamente in cose umane da fare, in
chiari pensieri e affetti, in militanza disciplinata
e anarchica non più per un partito o una patria,
ma per gli esseri umani in quanto tali. La vita che
ti fa sorridere, ripensandolo, quando sei solo. "Ma
insomma, si può sapere che cos'è lei,
politicamente?" gli chiesi una volta, da quel fighetto
"di sinistra" che ero. "Io? Io sono tolstoiano..."
sorrise lui, e ci ho messo vent'anni prima di decidere
se parlava sul serio o mi pigliava per il culo.
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