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| Vi
ricordate di mio fratello? |
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Federico del
Prete, promotore di un sindacato per i venditori ambulanti
viene trucidato a colpi di pistola la sera del 18 febbraio.
Vincenzo continua la ricerca della verità, combattendo
i muri di omertà e di oblio calati intorno alla
figura di un uomo comune e quotidiano, ma eroico nel voler
riaffermare il diritto alla legalità.
di Sergio Nazzaro, tratto dal sito clorofilla.it
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Vincenzo Del Prete ci
concede il suo tempo con estrema gentilezza e con lo sguardo
di chi, anche attraversando il dolore di una grave perdita,
sa che non può esistere un resa. Per la Memoria
e per la Dignità. Oltre il parlottare della politica
delle buone tanto quanto inconcludenti intenzioni. E la
latitanza di chi dovrebbe rappresentare il popolo elettivo,
e invece si nasconde. Ci può raccontare
cosa è successo la sera del 18 febbraio, la sera
in cui veniva trucidato vostro fratello? "Io
mi trovavo sul corso principale di Frattamaggiore, stavo
parlando con i miei amici, quando mi sono venuti a chiamare
dicendomi che dovevo correre a Casal di Principe perché
era successo qualcosa. Ma non mi hanno detto niente di
preciso. Sono andato allora a Casal Di Principe e ho provato
a contattare gli altri miei fratelli, ma senza riuscire
a rintracciarli. Sa, per me era la prima volta che andavo
in questa cittadina, non sapevo neanche muovermi all'interno.
Un ragazzo mi accompagnò presso la sede sindacale
di mio fratello e quando sono giunto sul posto ho visto
tre macchine dei Carabinieri. Mia sorella mi venne incontro
e mi disse che avevano ammazzato Federico. Io che lo avevo
visto nascere, sono il primo dei fratelli, lo vedevo in
quel momento disteso a terra, coperto di sangue, morto
ammazzato".
Che persona era vostro fratello? "Siamo dodici
figli, nostro padre ci ha educato all'onestà e
al lavoro. Mio fratello aveva conseguito soltanto la terza
elementare, ma aveva avuto sempre quella mentalità
di difesa non solo dei propri diritti, ma soprattutto
di quelli degli altri ambulanti, che lo hanno abbandonato
dopo la sua morte. Il sindacato fondato da Federico contava
oltre 3mila iscritti. Ora, con la sua morte, è
scomparso e forse non è valso a niente, se tutti
si nascondono o non hanno il coraggio di portare avanti
le lotte condotte da mio fratello. All'epoca la mia casa
era diventata un luogo d'incontro. Avendo io una piccola
sede commerciale, tutti i miei clienti venivano per fare
ricorsi, domande, per difendere i loro diritti. Era diventata
un recapito fisso per tutti".
Federico ha lasciato una famiglia. "Una moglie
e cinque figli di cui uno solo è maggiorenne. Dopo
l'omicidio si sono trasferiti da Casal Di Principe. Le
loro condizioni economiche sono molto difficili e io ho
fatto moltissime richieste di aiuto".
Quali sono state le risposte che ha ottenuto?
"Un reale intervento nei confronti della famiglia
lo si ha avuto solo da parte dei prefetti di Napoli e
Caserta e da parte del Commissario antiracket Rino Monaco.
Inoltre un aiuto concreto è giunto da parte degli
organi istituzionali del comune di Frattamaggiore nelle
persone del dott.ssa Elena De Stasi, dott. Sarnataro,
Pasquale Calmieri e della sig.ra Fiore. Persone che hanno
dato seguito alle loro promesse, permettendo alla moglie
di mio fratello di ottenere un alloggio e altri aiuti
concreti in un momento di estrema difficoltà. Ma
le difficoltà permangono e c'è bisogno di
un maggiore intervento concreto nei confronti di questa
famiglia. Il solo figlio maggiorenne non può sostenere
tutto il carico della famiglia".
E chi altri da parte istituzionale vi è stato vicino
e vi è venuto incontro? "Nessuno,
nessun politico o altri amministratori. Ho scritto a tutti
i rappresentanti politici della nostra regione Campania,
ma non ho avuto nessuna risposta. Come il giorno dei funerali:
nessuno era presente, soltanto i carabinieri che, ci sono
stati sempre vicini. Ma la stampa nazionale non si è
mai interessata realmente al caso. Ciò che gli
interessa è soltanto il sangue. Ho cercato di far
avere un maggior risalto a questa vicenda, ma senza avere
mai una risposta" Ma lo Stato Italiano
non garantisce uno status particolare in casi di questo
genere? "Naturalmente: lo status di categoria
protetta quando si è alla ricerca di un lavoro.
Questo deriva dal fatto di essere vittime di camorra.
Ma per la legge italiana si è vittime della camorra
(o della mafia) soltanto quando tutti i processi in corso
sul caso giungono a conclusione e vengono chiusi tutti
i procedimenti giudiziari. Soltanto a quel punto si è
riconosciuti come vittime della camorra. E soltanto dopo
si possono avere gli aiuti garantiti dalla legge".
Ma fino a quel momento, che può essere
anche tra diversi anni, chi si occupa della famiglia?
"A parte le persone che ho citate prima, nessuno.
Una volta su di un giornale campano è uscita la
notizia che il consigliere regionale di Forza Italia (Fulvio
Martusciello ndr.) voleva stanziare fondi per le vittime
del terrorismo. Sono anche d'accordo, ma pensiamo prima
ai morti di casa nostra. Forse parlare di terrorismo è
più facile che parlare di camorra".
Lei crede nella giustizia? "Io credo fermamente
nel lavoro delle forze dell'ordine, della Polizia e dei
Carabinieri, ma non credo nella giustizia. Sono tanti,
troppi che escono dalla galera, anche se condannati a
pene pesantissime. Così non si crea un clima di
fiducia nei cittadini. Se qualcuno esce di galera si vede
che avrà le sue ragioni, che lo Stato Italiano
gli riconosce, ma non credo che questa sia la strada giusta
per combattere la malavita organizzata. Così si
rende inutile tutto il lavoro degli uomini delle forze
dell'ordine che rischiano la vita ogni giorno nelle nostre
zone. E credo che siano gli unici a lavorare con coerenza".
Lei ha paura? "No, non ho paura. E poi chi
dava fastidio lo hanno tolto di mezzo".
Che cosa si prova ad avere un fratello ammazzato?
"Se fosse stato un bandito mi vergognerei, ma siccome
non lo è stato, sono orgoglioso della sua memoria.
Mi onora il suo sacrificio. E poi credo fermamente che
ci sarà il tempo della giustizia anche per gli
assassini di mio fratello".
E a cosa è valso il suo sacrificio? "A
niente! Purtroppo è stato inutile. Ora gli ambulanti
stanno peggio di prima. Non hanno nessuna protezione,
e subiscono ingiustizie da tutte e due le parti, sia dalle
istituzioni sia da parte della malavita organizzata"
Qualcuno riprenderà mai l'attività sindacale
di suo fratello? "No, anche perché
sarebbe troppo pericoloso".
Uccide di più un colpo di pistola o il silenzio?
"Il silenzio uccide molto di più di qualsiasi
colpo di pistola".
Come si può cambiare qualcosa nelle nostre zone?
"Bisogna vivere nella legalità. Bisogna far
prevalere i diritti e non i favori e favoreggiamenti.
Si deve finirla con il lavoro nero, e non solo nell'ambito
dei mercati. Il lavoro a nero deve finire, anche qui a
Mondragone o non ci sarà mai vera società
civile e reali libertà. Bisogna reagire e lo si
può fare soltanto con la collaborazione di tutti
quanti"
Vive sotto protezione ora la famiglia di Federico?
"No, ma credo che siano sorvegliati".
Da chi? "Da tutti".
Qual è la sua principale domanda sul caso di suo
fratello? "Che cosa abbia mai fatto, cosa
abbia mai scoperto per meritare di morire ammazzato come
un cane". Lei che è il fratello
maggiore di Federico, quando potrà dire che questa
storia sarà finita?
"Quando gli assassini e i mandanti saranno consegnati
alla giustizia. Io vado avanti. Devo trovare la verità.
Mio padre mi diceva che di figli si possono sempre fare,
ma non così i fratelli. E a me uno lo hanno ammazzato.
Il più piccolo dei figli di Federico, che ha soltanto
due anni e mezzo chiede ancora del padre la sera. Chiede
perché non torna ancora a casa. Lei cosa farebbe
in questo caso". |
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