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| Quindici |
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In provincia
di Avellino, un paese strozzato dagli interessi dei clan.
di Marco Ciriello |
Uno schiaffo, diversi
litigi e gli ultimi scampoli di fondi del terremoto hanno
scatenato un nuova guerra. Nuova sul serio. Le donne del
clan hanno fatto di necessità virtù. In
assenza degli uomini si sono fatte killer per rivendicare
la supremazia sul territorio.
Quindici, tremila abitanti, paesino a quaranta kilometri
da Napoli, da trent'anni scena fissa dell'avvicendamento
di due famiglie camorristiche: i Cava e i Graziano. Sul
terreno molti morti, un paese distrutto e intorno molto,
troppo silenzio. Dopo la frana nessuno si era preoccupato
di un posto scordato dallo Stato, ora è tornato
da solo a farsi notare. In Irpinia tranquilla zona democristiana
prima e ancora di più adesso, terra di denari e
di troppe imprese, di grandi opere incompiute e di molti
containers ancora fermi a sporcare il paesaggio, si è
consumata una feroce strage tutta al femminile che ha
fatto il giro del mondo. A New York ha macchiato i giornali
a Nizza ha fatto piangere un boss che in galera ha appreso
della morte di due figlie e della sorella.
Il boss è Biagio Cava, in carcere a Nizza da quattro
mesi, fermato all'aeroporto della città con quaranta
milioni un passaporto falso e un biglietto per New York:
nuovi affari, nuove alleanze. Questione di tempo il boss
tornerà a vendicare la famiglia e l'onore violato
di nuovo. Quindi ci sarà una nuova faida, nuovi
morti e a pagare saranno gli abitanti di Quindici, lo
Stato, la società civile a fare da spettatori.
La mano che ha colpito è quella dei Graziano, la
faccia che piange è quella dei Cava.
La guerra è storia vecchia. Che ha dilaniato il
paese, distrutto la vita sociale annullato la politica
quella vera, asservendola, snaturandola. Una guerra di
camorra che però non entra nelle campagne elettorali
e non merita l'interesse dei parlamentari irpini. Due
si sono limitati a scrivere alla commissione antimafia,
il resto sta zitto, come il presidente della provincia.
Ma ad Avellino certe cose non arrivano ci sono attici
e superattici, tetti giardino e tanto denaro, non importa
che la forbice fra ricchi e poveri si vada sempre più
allargando, ma questa è quasi un'altra storia.
La strage ha colpito l'opinione pubblica per l'efferatezza
da modello colombiano e per l'insolita veste dei killer:
erano donne. Ma non li ha spinti a fare nulla. Dopo il
clamore è tornato il silenzio. I vani tentativi
del parroco e della sezione ds sono azioni isolate che
non trovano buchi per agire. Lo scenario del paese è
inquietante. La strage si è consumata durante i
giorni delle elezioni comunali senza per questo sconvolgere
nessuno. Ma a Quindici la tradizione camorristica ha spesso
parlato anche la lingua della politica senza destare stupore.
Le due famiglie si presentavano anche alle elezioni con
proprie liste civiche e solo il Pci andava a sfidarli
facendo muro. Ha sempre perso tranne che per un breve
periodo quando a perdere furono i boss. Poi la camorra
si riprese quello che le spettava. Solo una volta il presidente
Pertini sciolse il consiglio comunale, una delle poche
volte che lo Stato si ricordò di questo paese.
La mia impressione è che Quindici ha bisogno di
un gesto forte che la risvegli da questo incubo. Girando
per il paese si coglie l'odio ma anche molti sguardi buoni
che hanno bisogno di aiuto. Che vanno affiancati. Per
questo mi sto prodigando per due iniziative. Una manifestazione
nazionale contro la camorra e la nascita di un osservatorio
provinciale sulla camorra, sul modello di quello napoletano
nato dall'intuizione di Lamberti e Siani. Non so se ci
riuscirò, non so se servirà. So per certo
che se tutti danno una mano possiamo farcela. |
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