"Mio nonno non era mafioso!"
Lettera di un nipote di Pino Garda, scomparso nel '95 e da molti indicato come boss mafioso a Monreale, in provincia di Palermo.
di Giuseppe Madonia
Per allontanarsi da questa sorta di imprimatur di mafioso (nonostante anche i fatti denunciassero il contrario) e nella speranza di essere scordato, mio nonno decide di spostarsi in Toscana dove acquista due aziende agricole e le gestisce.

Gentile redazione
capisco benissimo che la dose di coraggio che da parte Vostra è necessario, già solo per prendere in considerazione quanto scrivo, sarà considerevole, ma vi auguro di trovarla.

Il mio compito è certamente più semplice, perchè interessato, in buona fede e, soprattutto, documentato.



Mio nonno, Garda Giuseppe, è nato nel 1904 deceduto nel 1995. Ha avuto 5 figli e 21 nipoti.
Nel corso dei suoi anni ha accumulato, lavorando duramente, una discreta fortuna iniziando in età infantile con il mestiere di carrettiere, successivamente acquistando un camioncino, quindi prendendo in appalto la gestione di una cava di pietre, quindi eseguendo piccoli appalti edili quindi nei primi anni 60, quando capì del clima intimidatorio che si stava sviluppando nella città di Palermo, ritirandosi dall’edilizia e tornando a dedicarsi esclusivamente alla gestione (faticosa ed oculata) della sua azienda agricola nel frattempo acquistata.

Mio nonno era analfabeta e con l’aiuto affettuoso di una vecchia maestra del suo paese aveva appena imparato a mettere la sua firma. Era eccezionale nel fare di conti (operazioni rigorosamente mentali e mnemoniche).
Era quindi ignorante, ma con un notevole fiuto per gli affari; io direi una specie di “mastrodongesualdo” con una passionale attenzione per la “roba” e tra questa includeva anche la propria famiglia (tutti si lavorava per le proprie cose).
Si è trattato fin’ora di una presentazione necessaria.

Il problema:
Per un quarantennio circa, mio nonno Garda Giuseppe è stato descritto come grande mafioso e variamente etichettato come “patriarca di Monreale”, “boss” ,”don”, etc… e quindi, di conseguenza, “crocifisso” ricorrentemente (e brutalmente) dai più vari tipi di mass media.
Questa sorta di meccanismo di riverbero massmediatico nonostante mai quest’uomo abbia ricevuto una qualsivoglia condanna per mafia.
Tutt’altro.

- in un primo processo, intentatogli negli anni 60, per favoreggiamento, Garda Giuseppe viene assolto per insufficienza di prove

- decreto del tribunale di Palermo del 30 ottobre del 1970 di non luogo a procedere alla applicazione di misure di prevenzione a carico di Garda Giuseppe

- decreto del tribunale di Palermo del 25 luglio del 1972 di non luogo a procedere alla applicazione della misura di prevenzione a carico di Garda Giuseppe


Negli anni ’70, nel corso di una vera e propria stagione di rapimenti a scopo d‘estorsione, subisce anche lui il rapimento di un nipote (mio fratello Francesco) durato 7 mesi e 7 giorni e pagato un riscatto esorbitante alla mafia. Anche in quel periodo giornali e telegiornali vari erano pieni non di pena umana per la violenza del fatto, ma di una sorta di malcelato gusto sadico trattandosi di porche vicende di mafia e mafiosi, in somma trattandosi in fondo di “di carne di pecora” buona per il più sporco dei macelli.

Per allontanarsi da questa sorta di imprimatur di mafioso (nonostante anche i fatti denunciassero il contrario) e nella speranza di essere scordato, mio nonno decide di spostarsi in Toscana dove acquista due aziende agricole e le gestisce. In una di queste cointesta proprietario del 10% il proprio nipote Francesco (nel 1982) per compensarlo delle straordinarie pene subite nel corso del suo rapimento.

Ma riprendiamo il filo del discorso giudiziario :

1) decreto del tribunale di Palermo del 18 luglio del 1977 con il quale il Tribunale ebbe a statuire il non luogo a procedere alla applicazione di una misura di prevenzione a carico di Garda Giuseppe

2) il giorno 20 luglio del 1982 il Tribunale di Palermo sentenzia il non luogo a procedere per i reati in oggetto a carico di Garda Giuseppe

3) IL Tribunale di Pisa prima , e la corte di Appello di Firenze – I sezione penale - dopo, (14/04/1986) rigettano la richiesta dell’attribuzione di misure di prevenzione ed il sequestro dei beni di Garda Giuseppe (ed i giudici toscani scrivono nella motivazione della sentenza, anticipando quanto poi confermato puntualmente dai collaboratori di giustizia : “Le aggressioni e gli affronti subiti - da Garda Giuseppe - non sono necessari indizi di appartenenza all’ambiente mafioso perché possono essere segni di insofferenza dell’ambiente stesso e di reazione al successo di un personaggio estraneo alla mafia”)

4) Il giorno 17 febbraio del 1988 il Tribunale di Pisa (nel procedimento penale iscritto al N° 94/86 A-S) assolve Garda Giuseppe per non avere commesso il fatto e/o perché il fatto non sussiste.

Ma se questo potrebbe sempre ingenerare diffidenze varie riguardo alla correttezza dei pronunciamenti (nonostante la loro copiosità e fondamentale coerenza) mi permetto anche di ricordare come diversi collaboratori di giustizia (leggasi Tommaso Buscetta e Francesco Di Carlo e altri ) abbiano inequivocabilmente escluso che mio nonno fosse mafioso (definendolo pertanto rispettivamente “possidente” e “notabile” e certamente non uomo d’onore, cosa nostra o quant’altro).

Allora mi sento autorizzato a chiedere (a chi?) : i giudici finiranno con il credere a loro stessi ?

E, nel caso contrario, potranno credere ai collaboratori di giustizia?
Ed in ogni modo (per estrema ratio) vorranno fare proprio l’articolo 27 della Costituzione della Repubblica Italiana quando dispone :
“La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.”
Sa cosa mi viene da pensare? Che mio nonno sarebbe rimasto mafioso anche se fosse rimasto ucciso dalla mafia per avere osato resisterle.

Nonostante quanto sopra, ovviamente, mio nonno continua ad essere definito in tutti gli atti pubblici “boss mafioso”:

11 gennaio 2002 - Omicidio Francese/depositate motivazioni sentenza
"Il movente del delitto Francese – hanno scritto i giudici - va ricercato nella sua attività professionale, nello straordinario impegno civile con cui egli ha compiuto una approfondita ricostruzione delle più complesse e rilevanti vicende di mafia verificatesi negli anni '70".

I giudici della quarta sezione della corte d'assise di Palermo depositano le motivazioni della sentenza per l' omicidio del giornalista palermitano Mario Francese, ucciso dalla mafia nel 1979. Sotto processo per il delitto erano finiti i membri della Commissione di Cosa nostra e come esecutori materiali il boss Leoluca Bagarella e Nino Madonia (ndA : altri madonia), tutti condannati all' ergastolo nell' aprile del 2001.

"Il movente del delitto Francese - e' scritto - va ricercato nella sua attivita' professionale, nello straordinario impegno civile con cui egli ha compiuto una approfondita ricostruzione delle piu' complesse e rilevanti vicende di mafia verificatesi negli anni '70".

"In un periodo nel quale, per la mancanza di collaboratori di giustizia, le informazioni sulla struttura e sull'attività dell'organizzazione mafiosa erano assai limitate - scrivono i giudici nel quarto capitolo della sentenza in cui si ricostruisce il movente del delitto - Mario Francese aveva raccolto un eccezionale patrimonio conoscitivo, di estrema attualita' ed importanza". Francese - secondo i magistrati - intui' prima di ogni altro la scalata al potere mafioso intrapresa dallo schieramento corleonese di Toto' Riina e Luciano Liggio, destinato in seguito a divenire protagonista della strategia terroristico-eversiva manifestatasi sul finire degli anni '70" e denuncio' nei suoi articoli "le fitte relazioni tra gli ambienti mafiosi e il mondo dell'economia e degli appalti pubblici nella Sicilia Occidentale", facendo nomi e cognomi di personaggi che sarebbero finiti negli atti giudiziari solo venti anni dopo come quello di Giuseppe Mandalari, definito da Francese specialista nell'amministrare società costituite da mafiosi".

I giudici si soffermano anche sulle denunce del giornalista nei confronti di personaggi come don Agostino Coppola, il sacerdote che celebrò le nozze di Riina, che secondo Francese avrebbe avuto rapporti con l'anonima sequestri e sarebbe stato coinvolto nei rapimenti di Emilio Baroni, Luigi Rossi e dell'ingegnere Luciano Cassina. Ma la parte piu' ampia del capitolo dedicato al movente del delitto è riservata all' inchiesta condotta da Francese sulla costruzione della diga Garcia.

"Dopo l'omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, avvenuto a Ficuzza il 20 agosto 1977- scrivono i giudici - Mario Francese continuo' a concentrare il suo coraggioso ed intelligente impegno di ricerca, sugli interessi mafiosi connessi alla diga Garcia evidenziando il connubio tra mafia e politica nella prospettiva di una enorme accumulazione di ricchezza connessa ai lavori di costruzione della diga, i vantaggi economici conseguiti dal boss di Monreale, Garda Giuseppe, mediante la percezione dell' indennità di esproprio per i terreni da lui acquistati a Roccamena, le manovre speculative da parte dei cugini di Salemi Nino e Ignazio Salvo, la catena di omicidi, legati agli appalti, verificatasi tra Corleone, Roccamena, Mezzojuso, Ficuzza, ed altri centri vicini, la tendenza di 'Cosa Nostra' a creare condizioni particolarmente favorevoli all'impresa milanese Lodigiani" e la possibile connessione tra l'omicidio del colonnello Russo e gli interessi di 'Cosa Nostra' per i lavori relativi alla diga.

Ma quello che ancora è più frustrante è il fatto essere impegnati nella lotta alla mafia rischia di fare perdere la capacità di giudizio e la serenità che dovrebbe derivare, se non da altro,dalla importanza del un ruolo istituzionale rivestito, facendo perdere il coraggio di una doverosa revisione critica :

Da una e-mail inviata all’On. Violante

Onorevole Luciano Violante,
capisco perfettamente che per Lei questa cosa può essere di nessun rilievo; per me è invece un fatto di grande importanza e pertanto mi permetto di disturbarLa.

Pur consapevole del notevole sforzo di memoria che questo potrà comportarLe , mi ritengo per tanti motivi autorizzato a sollecitarLa in tal senso e, perché la cosa possa esserLe più agevole, mi permetto di citarLa (AUDIZIONE DEL COLLABORATORE DELLA GIUSTIZIA TOMMASO BUSCETTA PRESIDENZA DEL PRESIDENTE LUCIANO VIOLANTE dalla commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia):
" ……
PRESIDENTE. E Cassina?
TOMMASO BUSCETTA. Cassina io credo che aveva già un supporto molto grande da parte di Salvo Lima che io conosco dal lontano 1960, 1959.
PRESIDENTE. Chi?
TOMMASO BUSCETTA. Io personalmente conoscevo il rapporto fra Cassina e Lima.
Pag. 389
PRESIDENTE. Mentre ci siamo, può spiegare alla Commissione questo suo rapporto d'amicizia con Lima?
TOMMASO BUSCETTA. Mio personale?
PRESIDENTE. Sì.
TOMMASO BUSCETTA. Come ho detto già in un interrogatorio diventato pubblico, il Lima era figlio di un uomo d'onore attivo……
……Mentre io ero- come dire? - l'astro nascente, il personaggio nuovo ...
PRESIDENTE. Emergente.
TOMMASO BUSCETTA. ... che frequentavo il Teatro Massimo e che non avevo niente a che vedere con le bettole………
PRESIDENTE. Come diceva, Cassina era sostenuto da Lima. E l'imprenditore Vassallo?
TOMMASO BUSCETTA. Credo che Vassallo era la "firma" di Lima, che Vassallo fosse scritto per sostituire il nome di Lima.
PRESIDENTE. Moncada?
TOMMASO BUSCETTA. Moncada no. Mocada era un membro della famiglia di Palermo……

Quindi si sta trattando non solo di imprenditori, ma si fanno riferimenti espliciti anche ai sequestri di persona che alcuni di essi hanno subito in famiglia (incluso, in altri brani , quello di S. Corleo).

Allora la domanda è :
l’avere escluso da questo elenco uno degli imprenditori certamente più "mafiosi" del tempo, - il famigerato "patriarca" di Monreale, l’anziano "boss"… – ed il sequestro del di lui nipote …..(il più lungo tra tutti i sequestri del tempo durato dolorosamente sette mesi e sette giorni) come va interpretato? La prego di non credere che in questo mio chiedere ci sia il minimo intento provocatorio: non mi permetterei.

Mi voglio concedere però la libertà di chiedere una spiegazione di questo fatto, se può rispondermi, dal momento che sono convinto, fino a prova contraria, della diabolica stupidità (di cui Lei non è comunque, mi creda, minimamente responsabile) che ha generato una mostruosità di cui ancora vagano le ombre.

Fiducioso in una sua cortese risposta,
Dr. Giuseppe Madonia
(nipote di Garda Giuseppe)


La risposta, ovviamente, viene ancora attesa.


Mio nonno è morto nel 1995, vecchio ma ulteriormente addolorato per altre vicende analoghe successe in quei mesi.
E’ morto con inciso “mafioso” su una lapide infame impressa nella memoria dei suoi concittadini e non solo.

Ma, ed eccoci al punto : neppure i morti talora hanno pace.

Adesso i giudici di Palermo (provvedimento di questi primi giorni dell’estate 2003) con grande senso della misura hanno deciso di capovolgere la sentenza dei loro colleghi di Pisa e Firenze e decidono che nonostante sia morto definitivamente, Garda Giuseppe continui ad essere un mafioso e pertanto i suoi beni possono essere confiscati ai legittimi eredi, perché, anche loro, geneticamente mafiosi.

Mio nonno non era evidentemente mafioso da vivo.

Mi astengo dal fare commenti sull’accanimento istituzionale sui morti.
Ovviamente non cerco solidarietà, la storia è passata (?), ma il mio futuro e quello dei miei figli non si tocca.

Grazie per l’attenzione,
Dr. Giuseppe Madonia

> contributi > torna su
Storie
Le realtà condizionate dalla mafia viste dai lettori
Memoria
Storie legate a persone che hanno dato la vita per una società più civile
Riflessioni
I cittadini e il rapporto con la realtà mafiosa