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Per
allontanarsi da questa sorta di imprimatur di mafioso
(nonostante anche i fatti denunciassero il contrario)
e nella speranza di essere scordato, mio nonno decide
di spostarsi in Toscana dove acquista due aziende
agricole e le gestisce. |
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Gentile redazione
capisco benissimo che la dose di coraggio che da parte
Vostra è necessario, già solo per prendere
in considerazione quanto scrivo, sarà considerevole,
ma vi auguro di trovarla.
Il mio compito è certamente più semplice,
perchè interessato, in buona fede e, soprattutto,
documentato.
Mio nonno, Garda Giuseppe, è nato nel 1904 deceduto
nel 1995. Ha avuto 5 figli e 21 nipoti.
Nel corso dei suoi anni ha accumulato, lavorando duramente,
una discreta fortuna iniziando in età infantile
con il mestiere di carrettiere, successivamente acquistando
un camioncino, quindi prendendo in appalto la gestione
di una cava di pietre, quindi eseguendo piccoli appalti
edili quindi nei primi anni 60, quando capì del
clima intimidatorio che si stava sviluppando nella città
di Palermo, ritirandosi dall’edilizia e tornando
a dedicarsi esclusivamente alla gestione (faticosa ed
oculata) della sua azienda agricola nel frattempo acquistata.
Mio nonno era analfabeta e con l’aiuto affettuoso
di una vecchia maestra del suo paese aveva appena imparato
a mettere la sua firma. Era eccezionale nel fare di
conti (operazioni rigorosamente mentali e mnemoniche).
Era quindi ignorante, ma con un notevole fiuto per gli
affari; io direi una specie di “mastrodongesualdo”
con una passionale attenzione per la “roba”
e tra questa includeva anche la propria famiglia (tutti
si lavorava per le proprie cose).
Si è trattato fin’ora di una presentazione
necessaria.
Il problema:
Per un quarantennio circa, mio nonno Garda Giuseppe
è stato descritto come grande mafioso e variamente
etichettato come “patriarca di Monreale”,
“boss” ,”don”, etc… e
quindi, di conseguenza, “crocifisso” ricorrentemente
(e brutalmente) dai più vari tipi di mass media.
Questa sorta di meccanismo di riverbero massmediatico
nonostante mai quest’uomo abbia ricevuto una qualsivoglia
condanna per mafia.
Tutt’altro.
- in un primo processo, intentatogli negli anni 60,
per favoreggiamento, Garda Giuseppe viene assolto per
insufficienza di prove
- decreto del tribunale di Palermo del 30 ottobre del
1970 di non luogo a procedere alla applicazione di misure
di prevenzione a carico di Garda Giuseppe
- decreto del tribunale di Palermo del 25 luglio del
1972 di non luogo a procedere alla applicazione della
misura di prevenzione a carico di Garda Giuseppe
Negli anni ’70, nel corso di una vera e propria
stagione di rapimenti a scopo d‘estorsione, subisce
anche lui il rapimento di un nipote (mio fratello Francesco)
durato 7 mesi e 7 giorni e pagato un riscatto esorbitante
alla mafia. Anche in quel periodo giornali e telegiornali
vari erano pieni non di pena umana per la violenza del
fatto, ma di una sorta di malcelato gusto sadico trattandosi
di porche vicende di mafia e mafiosi, in somma trattandosi
in fondo di “di carne di pecora” buona per
il più sporco dei macelli.
Per allontanarsi da questa sorta di imprimatur di mafioso
(nonostante anche i fatti denunciassero il contrario)
e nella speranza di essere scordato, mio nonno decide
di spostarsi in Toscana dove acquista due aziende agricole
e le gestisce. In una di queste cointesta proprietario
del 10% il proprio nipote Francesco (nel 1982) per compensarlo
delle straordinarie pene subite nel corso del suo rapimento.
Ma riprendiamo il filo del discorso giudiziario :
1) decreto del tribunale di Palermo del 18 luglio del
1977 con il quale il Tribunale ebbe a statuire il non
luogo a procedere alla applicazione di una misura di
prevenzione a carico di Garda Giuseppe
2) il giorno 20 luglio del 1982 il Tribunale di Palermo
sentenzia il non luogo a procedere per i reati in oggetto
a carico di Garda Giuseppe
3) IL Tribunale di Pisa prima , e la corte di Appello
di Firenze – I sezione penale - dopo, (14/04/1986)
rigettano la richiesta dell’attribuzione di misure
di prevenzione ed il sequestro dei beni di Garda Giuseppe
(ed i giudici toscani scrivono nella motivazione della
sentenza, anticipando quanto poi confermato puntualmente
dai collaboratori di giustizia : “Le aggressioni
e gli affronti subiti - da Garda Giuseppe - non sono
necessari indizi di appartenenza all’ambiente
mafioso perché possono essere segni di insofferenza
dell’ambiente stesso e di reazione al successo
di un personaggio estraneo alla mafia”)
4) Il giorno 17 febbraio del 1988 il Tribunale di Pisa
(nel procedimento penale iscritto al N° 94/86 A-S)
assolve Garda Giuseppe per non avere commesso il fatto
e/o perché il fatto non sussiste.
Ma se questo potrebbe sempre ingenerare diffidenze varie
riguardo alla correttezza dei pronunciamenti (nonostante
la loro copiosità e fondamentale coerenza) mi
permetto anche di ricordare come diversi collaboratori
di giustizia (leggasi Tommaso Buscetta e Francesco Di
Carlo e altri ) abbiano inequivocabilmente escluso che
mio nonno fosse mafioso (definendolo pertanto rispettivamente
“possidente” e “notabile” e
certamente non uomo d’onore, cosa nostra o quant’altro).
Allora mi sento autorizzato a chiedere (a chi?) : i
giudici finiranno con il credere a loro stessi ?
E, nel caso contrario, potranno credere ai collaboratori
di giustizia?
Ed in ogni modo (per estrema ratio) vorranno fare proprio
l’articolo 27 della Costituzione della Repubblica
Italiana quando dispone :
“La responsabilità penale è personale.
L’imputato non è considerato colpevole
sino alla condanna definitiva.”
Sa cosa mi viene da pensare? Che mio nonno sarebbe rimasto
mafioso anche se fosse rimasto ucciso dalla mafia per
avere osato resisterle.
Nonostante quanto sopra, ovviamente, mio nonno continua
ad essere definito in tutti gli atti pubblici “boss
mafioso”:
11 gennaio 2002 - Omicidio Francese/depositate
motivazioni sentenza
"Il movente del delitto Francese – hanno
scritto i giudici - va ricercato nella sua attività
professionale, nello straordinario impegno civile con
cui egli ha compiuto una approfondita ricostruzione
delle più complesse e rilevanti vicende di mafia
verificatesi negli anni '70".
I giudici della quarta sezione della corte d'assise
di Palermo depositano le motivazioni della sentenza
per l' omicidio del giornalista palermitano Mario Francese,
ucciso dalla mafia nel 1979. Sotto processo per il delitto
erano finiti i membri della Commissione di Cosa nostra
e come esecutori materiali il boss Leoluca Bagarella
e Nino Madonia (ndA : altri madonia), tutti
condannati all' ergastolo nell' aprile del 2001.
"Il movente del delitto Francese - e' scritto -
va ricercato nella sua attivita' professionale, nello
straordinario impegno civile con cui egli ha compiuto
una approfondita ricostruzione delle piu' complesse
e rilevanti vicende di mafia verificatesi negli anni
'70".
"In un periodo nel quale, per la mancanza di collaboratori
di giustizia, le informazioni sulla struttura e sull'attività
dell'organizzazione mafiosa erano assai limitate - scrivono
i giudici nel quarto capitolo della sentenza in cui
si ricostruisce il movente del delitto - Mario Francese
aveva raccolto un eccezionale patrimonio conoscitivo,
di estrema attualita' ed importanza". Francese
- secondo i magistrati - intui' prima di ogni altro
la scalata al potere mafioso intrapresa dallo schieramento
corleonese di Toto' Riina e Luciano Liggio, destinato
in seguito a divenire protagonista della strategia terroristico-eversiva
manifestatasi sul finire degli anni '70" e denuncio'
nei suoi articoli "le fitte relazioni tra gli ambienti
mafiosi e il mondo dell'economia e degli appalti pubblici
nella Sicilia Occidentale", facendo nomi e cognomi
di personaggi che sarebbero finiti negli atti giudiziari
solo venti anni dopo come quello di Giuseppe Mandalari,
definito da Francese specialista nell'amministrare società
costituite da mafiosi".
I giudici si soffermano anche sulle denunce del giornalista
nei confronti di personaggi come don Agostino Coppola,
il sacerdote che celebrò le nozze di Riina, che
secondo Francese avrebbe avuto rapporti con l'anonima
sequestri e sarebbe stato coinvolto nei rapimenti di
Emilio Baroni, Luigi Rossi e dell'ingegnere Luciano
Cassina. Ma la parte piu' ampia del capitolo dedicato
al movente del delitto è riservata all' inchiesta
condotta da Francese sulla costruzione della diga Garcia.
"Dopo l'omicidio del colonnello dei carabinieri
Giuseppe Russo, avvenuto a Ficuzza il 20 agosto 1977-
scrivono i giudici - Mario Francese continuo' a concentrare
il suo coraggioso ed intelligente impegno di ricerca,
sugli interessi mafiosi connessi alla diga Garcia
evidenziando il connubio tra mafia e politica nella
prospettiva di una enorme accumulazione di ricchezza
connessa ai lavori di costruzione della diga, i vantaggi
economici conseguiti dal boss di Monreale, Garda Giuseppe,
mediante la percezione dell' indennità di esproprio
per i terreni da lui acquistati a Roccamena, le
manovre speculative da parte dei cugini di Salemi Nino
e Ignazio Salvo, la catena di omicidi, legati agli appalti,
verificatasi tra Corleone, Roccamena, Mezzojuso, Ficuzza,
ed altri centri vicini, la tendenza di 'Cosa Nostra'
a creare condizioni particolarmente favorevoli all'impresa
milanese Lodigiani" e la possibile connessione
tra l'omicidio del colonnello Russo e gli interessi
di 'Cosa Nostra' per i lavori relativi alla diga.
Ma quello che ancora è più frustrante
è il fatto essere impegnati nella lotta alla
mafia rischia di fare perdere la capacità di
giudizio e la serenità che dovrebbe derivare,
se non da altro,dalla importanza del un ruolo istituzionale
rivestito, facendo perdere il coraggio di una doverosa
revisione critica :
Da una e-mail inviata all’On. Violante
Onorevole Luciano Violante,
capisco perfettamente che per Lei questa cosa può
essere di nessun rilievo; per me è invece un
fatto di grande importanza e pertanto mi permetto di
disturbarLa.
Pur consapevole del notevole sforzo di memoria che questo
potrà comportarLe , mi ritengo per tanti motivi
autorizzato a sollecitarLa in tal senso e, perché
la cosa possa esserLe più agevole, mi permetto
di citarLa (AUDIZIONE DEL COLLABORATORE DELLA GIUSTIZIA
TOMMASO BUSCETTA PRESIDENZA DEL PRESIDENTE LUCIANO VIOLANTE
dalla commissione parlamentare d’inchiesta sul
fenomeno della mafia):
" ……
PRESIDENTE. E Cassina?
TOMMASO BUSCETTA. Cassina io credo che aveva già
un supporto molto grande da parte di Salvo Lima che
io conosco dal lontano 1960, 1959.
PRESIDENTE. Chi?
TOMMASO BUSCETTA. Io personalmente conoscevo il rapporto
fra Cassina e Lima.
Pag. 389
PRESIDENTE. Mentre ci siamo, può spiegare alla
Commissione questo suo rapporto d'amicizia con Lima?
TOMMASO BUSCETTA. Mio personale?
PRESIDENTE. Sì.
TOMMASO BUSCETTA. Come ho detto già in un interrogatorio
diventato pubblico, il Lima era figlio di un uomo d'onore
attivo……
……Mentre io ero- come dire? - l'astro nascente,
il personaggio nuovo ...
PRESIDENTE. Emergente.
TOMMASO BUSCETTA. ... che frequentavo il Teatro Massimo
e che non avevo niente a che vedere con le bettole………
PRESIDENTE. Come diceva, Cassina era sostenuto da Lima.
E l'imprenditore Vassallo?
TOMMASO BUSCETTA. Credo che Vassallo era la "firma"
di Lima, che Vassallo fosse scritto per sostituire il
nome di Lima.
PRESIDENTE. Moncada?
TOMMASO BUSCETTA. Moncada no. Mocada era un membro della
famiglia di Palermo……
Quindi si sta trattando non solo di imprenditori, ma
si fanno riferimenti espliciti anche ai sequestri di
persona che alcuni di essi hanno subito in famiglia
(incluso, in altri brani , quello di S. Corleo).
Allora la domanda è :
l’avere escluso da questo elenco uno degli imprenditori
certamente più "mafiosi" del tempo,
- il famigerato "patriarca" di Monreale, l’anziano
"boss"… – ed il sequestro del
di lui nipote …..(il più lungo tra tutti
i sequestri del tempo durato dolorosamente sette mesi
e sette giorni) come va interpretato? La prego di non
credere che in questo mio chiedere ci sia il minimo
intento provocatorio: non mi permetterei.
Mi voglio concedere però la libertà di
chiedere una spiegazione di questo fatto, se può
rispondermi, dal momento che sono convinto, fino a prova
contraria, della diabolica stupidità (di cui
Lei non è comunque, mi creda, minimamente responsabile)
che ha generato una mostruosità di cui ancora
vagano le ombre.
Fiducioso in una sua cortese risposta,
Dr. Giuseppe Madonia
(nipote di Garda Giuseppe)
La risposta, ovviamente, viene ancora attesa.
Mio nonno è morto nel 1995, vecchio ma ulteriormente
addolorato per altre vicende analoghe successe in quei
mesi.
E’ morto con inciso “mafioso” su una
lapide infame impressa nella memoria dei suoi concittadini
e non solo.
Ma, ed eccoci al punto : neppure i morti talora hanno
pace.
Adesso i giudici di Palermo (provvedimento di questi
primi giorni dell’estate 2003) con grande senso
della misura hanno deciso di capovolgere la sentenza
dei loro colleghi di Pisa e Firenze e decidono che nonostante
sia morto definitivamente, Garda Giuseppe continui ad
essere un mafioso e pertanto i suoi beni possono essere
confiscati ai legittimi eredi, perché, anche
loro, geneticamente mafiosi.
Mio nonno non era evidentemente mafioso da vivo.
Mi astengo dal fare commenti sull’accanimento
istituzionale sui morti.
Ovviamente non cerco solidarietà, la storia è
passata (?), ma il mio futuro e quello dei miei figli
non si tocca.
Grazie per l’attenzione,
Dr. Giuseppe Madonia
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