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| Testimoni
di giustizia contro l'omertà. Di Stato |
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La legalità
si afferma con il coraggio di molti piccoli imprenditori
che si ribellano alla mafia. Ma lo Stato non sempre li
protegge. Ecco la denuncia di Giuseppe Verbaro.
di Simona Maggiorelli, da Clorofilla.it |
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"Una vita dorata
in alberghi a quattro stelle, ti può far
impazzire, se te ne devi stare lì senza far niente,
campato dallo stato, lontano dagli affetti, senza poterti
cimentare in un'attività di lavoro". Giuseppe
Verbaro, smania in questa situazione di impotenza in cui
si trova: protetto ma, al tempo stesso, anche confinato
nella piccola cittadina di Prato dove lo ha destinato
il programma di protezione previsto dalla legge 82-91.
E' un testimone di giustizia che una decina di anni fa
ebbe il coraggio di denunciare taglieggiamenti e minacce
da parte della cosca dei Labate.
La sua è una storia che parte dal 1987 quando in
società con il fratello Domenico decise di mettere
in piedi a Reggio Calabria una piccola azienda alimentare
di produzione di farine e pane biologico. "Ci eravamo
accorti che la qualità del pane nella nostra città
era scarsa e ci siamo dati a produrne di qualità-
racconta- Abbiamo avuto riscontri positivi e a poco a
poco la nostra attività si è allargata.
Da prima con accordi con reti di supermercati calabresi,
poi provando a conquistare anche il territorio siciliano.
Ma alla mafia non piaceva che noi riuscissimo a
lavorare su un mercato così ampio".
Di lì a un passo le pressioni si fanno così
forti che i due imprenditori calabresi decidono di affidare
a un'impresa collegata alla famiglia malavitosa dei Labate
la ristrutturazione del proprio capannone, sperando in
questo modo di poterli acquietare: i lavori vengono fatti
male, devono essere pagati cifre raddoppiate e in più,
i Labate chiedono pegni sempre più altri. Esasperati
i due fratelli decidono di rivolgersi alla giustizia,
di denunciare la banda di taglieggiatori che rischiava
di farli finire sul lastrico. Qualche anno dopo, arriva
finalmente il processo.
Grazie alla testimonianza dei Verbaro i Labate il 16 giugno
del 2000 vengono condannati: diversi ergastoli comminati,
assieme a ingenti pene pecuniarie. Il peggio sembra passato.
"Eravamo soddisfatti avevamo il nostro dovere di
testimoni e la giustizia ci aveva dato ragione - ci racconta
ancora Giuseppe nello studio del suo avvocato fiorentino
Giampaolo Curandai. "Ma qui doveva, invece, cominciare
il nostro calvario quotidiano per le disfunzioni, per
la mancata applicazione da parte della polizia del servizio
centrale di protezione del programma che il ministero
degli Interni ci riconosceva".
Un programma di protezione civile, ci spiega lo stesso
avvocato Curandai, che garantiva a Giuseppe e Domenico
la possibilità di avere una scorta per spostarsi,
un sussidio di mantenimento, assistenza sanitaria e soprattutto
la possibilità di reintegrarsi dal punto di vista
sociale, al tenore di vita precedente. "Di fatto
invece - spiega Verbaro - il servizio di scorta
è sempre stato insufficiente, oltretutto con auto
non blindate, vecchie e mal funzionanti, non posso andare
a trovare mio figlio che studia all'università
a Piacenza, non mi viene data la possibilità di
tornare a fare il mio lavoro. Voglio tornare a campare
con i miei soldi, per ripartire in un'altra città
mi basterebbe una cifra assai inferiore a quella che lo
Stato spende per mantenermi in questa condizione".
Sempre più logorato dalla sordità delle
istituzioni , dopo varie interpellanze andate a vuoto,
Giuseppe è arrivato a un gesto provocatorio come
quello di gettare benzina intorno all prefettura di Prato.
Voleva essere solo un gesto dimostrativo, dice, non avrebbe
mai appiccato il fuoco. Processato si è beccato
sei mesi di carcere. Uscito con la condizionale, qualche
settimana fa ha preso la macchina per andare a consegnare
dei volantini di protesta direttamente nelle mani del
presidente Ciampi in visita a Firenze, ma gli è
stato sequestrato il mezzo.
Ora la sua unica speranza e che altri testimoni di giustizia
- in Italia in questo momento in tutto sono 56 -
decidano di venire allo scoperto per denunciare la propria
situazione, mettendo a parte l'opinione pubblica di quanto
poco la collaborazione dei testimoni di giustizia, nonostante
la legge 82 venga di fatto valorizzata e incentivata.
Qualcuno, come il pugliese Mario Nero, che ora vive a
Pistoia lo ha già fatto e la sua storia è
perfino finita in uno sceneggiato tv con Raul Bova. Tutto
serve, anche la spettacolarizzazione, sembra dire, purché
si cominci a riflettere sulla questione testimoni di giustizia
e su quanto possano essere importanti per rompere quell'omertà
che è da sempre terreno di coltura della mafia.
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