VIaggio a Quindici
In provincia di Avellino, un paese strozzato dagli interessi dei clan.
di Marco Ciriello
La radio annuncia le prime indiscrezioni sui premi al festival di Venezia. Sono in auto e sto andando a Quindici. La strada, prima attraversa i paesi passando accanto alla case, poi man mano si fa una lingua nera e contorta che si arrampica nel verde stretto dalle gole. La montagna sul paese presenta ancora le ferite chiare della frana. Il vuoto salta agli occhi e incombe sulle case del piccolo paese, bardato a festa. C'è stata da poco la poderosa processione, la cera ne testimonia il passaggio lungo le strade che si perdono nei vicoli che scavano fra le case. La Madonna dal viso nero veste d'oro. Gialla pesante e preziosa troneggia nella Chiesa al centro del paese. Le strade di pietra scura sono rese colorate dai numerosi ritagli cartacei che inneggiano a lei, alla Madonna. Lo sguardo verso l'alto si incaglia nei ghirigori sfarzosi che si avvitano fra i balconi e i pali di legno.

Certo camminando così, senza conoscere la storia del posto, tutto farebbe pensare ad un tranquillo paese meridionale che rinnova la propria fede cristiana, che ribadisce e sottolinea la propria dedizione al cristianesimo. Poi alzi gli occhi e ti colpiscono le telecamere che inquadrano l'ingresso naïf di alcune abitazioni e ti chiedi il perché. Quel perché ha a che fare con la sicurezza? O sei tu che devi temere per la tua? Da quel perché cambia il tuo sguardo e non c'è bisogno di conoscere la storia del posto per cominciare a porti domande e a cambiare il passo. Grosse moto scorrono veloci, naturalmente lungo il corso di case basse e di alterni colori. La gente contenta si rincontra, tornano quelli che sono andati via si ricongiungono le famiglie eppure l'aria è strana, la festa triste, le facce compunte. Il comune è vuoto, il sindaco è in carcere, il suo potere è demandato ad un commissario che oggi ha partecipato alla processione. Sarà per il rammarico di aver perso questo giorno di gloria che il sindaco si è sentito in dovere di scrivere ai suoi cittadini? Oppure per ribadire un bugia che invece salta agli occhi di tutti?

Il paese è malato. Ha il cancro. Un cancro grande due famiglie, che nel tempo ha avvolto e travolto l'intero territorio, fino a farlo marcire. Se una faida in un paese di 3000 abitanti dura nel tempo e condiziona la vita politica culturale ed economica di un posto, fino a stancare pure chi da sempre, fin dai primi sintomi si è opposto al cancro, la colpa è di chi li ha lasciati lottare o subire da soli. Di chi ha finto interesse e pagato con l'indifferenza, di chi ha detto cose nelle quali non credeva. In paese ci sono diverse troupe televisive venute a riprendere la madonna vestita d'oro, nessuno parla del clima da deserto dei tartari. Nessuno guarda in fondo agli occhi dei vecchi, che seduti aspettano guardando passare il giorno. Quindici sembra la fortezza Bastiani del celebre libro, la gente non aspetta l'invasione dei Tartari ma la risposta di fuoco dei Cava. La novità? Non ci sono regole, sono saltati codici e linguaggi, si aspetta una nuova frana, questa volta non basterà guardare la montagna. E la politica? e la politica tace, ha perso. Chi si oppone è stanco, chi governava è in galera o è sospeso, dispensato dal farla, almeno per adesso. La voce è che il commissariamento sarà lungo e con esso il vuoto politico. La società civile, la sinistra che si è sempre opposta al linguaggio camorristico è una minoranza per giunta scoraggiata e priva di ricambi. Anche in una ipotesi, molto improbabile non riuscirebbe a governare questo paese del tempo immobile sempre in debito con qualcuno. Sembra non avere futuro questo posto. Alle spalle una montagna ferita e un passato da dimenticare, davanti una strage annunciata e una difficile gestione della legalità. Mentre continuo a girare per i vicoli che scuri tagliano il paese, guardo sugli usci molte ragazze che a telefono consumano le prime gioie amorose, i bambini che in equilibrio scivolano sulla cera bianca. Penso ai linguaggi che si usano dietro quelle porte, alle loro domande sul modo strano di vivere in questo posto, sui valori impartiti e a quale aggettivo accompagna la parola futuro. Possibile che questo posto abbia come unico appuntamento una strage annunciata? Non c'è niente altro da offrire a questa gente? E se è vero che molti hanno accettato tacitamente di aspettare i tartari perché quei bambini devono subire lo stesso destino? Che ha da offrire lo stato di un paese occidentale ad un paese del meridione? E come mai quel cristianesimo ostentato e superbo che prende forma nelle vesti d'oro della Madonna non pratica le leggi della solidarietà?

Le prime soluzioni che mi vengono in mente sono opposte e hanno diversi tempi. La prima è un presidio militare del paese, una vera e propria invasione con militari e controlli a tappeto. Ma poi penso ai numerosi proclami davanti ai morti siciliani o a paesi messi uguale e lasciati a consumarsi a contagiarsi fino all'ultimo abitante, lasciati a morire con un distacco non umano. La seconda è un capovolgimento del fronte. Un capovolgimento del linguaggio politico da quello nazionale a quello locale. Un interesse massiccio della politica per i posti malati come Quindici. Provo a immaginare i politici che a turno si occupano di portare fuori dalla paura e dal linguaggio della violenza i paesi che ne sono afflitti, provo a immaginare D'Alema che fronteggia gli attacchi al piccolo paese, le difficoltà per amministrare e ridare ruolo alla politica. Poi mi rendo conto della distanza dei nostri uomini politici dalla realtà, degli inciuci che in queste ore attanagliano la regione Campania e le mie soluzioni vanno a farsi benedire con il giorno che si consuma. Torno a casa. La radio ora annuncia ufficialmente i premiati a Venezia, "Dio come è lontana l'Italia".

 

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