Un ricordo di Pippo Fava
Il racconto di un incontro tra studenti di Augusta e un giornalista che di lì a poco sarebbe stato ucciso dalla mafia.
di Maurizio Barbagallo
Credo che in noi era radicata la visione che: "La Mafia è un problema che appartiene ad altri e che non si può sconfiggere perché è più forte." Si. E' questa la risposta che i più si danno sul problema Mafia.

Il sipario del cinema era aperto e le porte di sicurezza spalancate. Uscimmo dal gruppo e scendemmo i gradini verso la banchina del molo per fumare un' ultima sigaretta prima dell'incontro programmato dalla scuola.

Alle nostre spalle v'era il manifesto con la scritta: "Augusta 6 novembre 1983 nei locali del cine-teatro della Marina Militare Italiana presso Banchina Torpedinieri il Liceo Scientifico Andrea Saluta incontra Pippo Fava giornalista e scrittore, fondatore della Rivista "I Siciliani", sul tema: Cos'è la mafia?"

Rientrammo all'interno della sala lentamente e svogliati. Sui nostri volti si leggeva l'insofferenza di chi subiva il torto di una giornata trascorsa male tra dibattiti che poco avevano a che fare con la nostra giovane vita. E poi, ci dicevamo "noi siamo in terza classe ed il tema trattato non è importante ai fini degl'esami che invece le quinte devono affrontare; che noia." Giungemmo all'interno e ci sedemmo in fondo sulla sinistra. I professori ci indicavano dei posti liberi nelle file più avanti ma nessuno raccolse il loro invito. Le sedie pieghevoli di legno cigolavano e alcuni di noi lo facevamo apposta per attirare l'attenzione. Ognuno aveva i pensieri rivolto ad altro: la ragazza che stava nella fila più avanti, il carburatore del motorino che andava cambiato, il compito di matematica che l'indomani l' attendeva. Tra risa e mormorii la sala finalmente si riempi anche degli altri che erano in ritardo. Si chiusero le porte di sicurezza e si abbassarono le luci.

Sul palco un professore introdusse l'argomento e l'ospite che doveva intervenire. Nessuno nella mia classe lo conosceva. Non sapevamo nulla di lui; ne quello che faceva, ne quello che scriveva. Sul tema della Mafia poi avevamo si fatto alcuni compiti in classe ma rimaneva distante da noi. Sembrava una cosa che appartenesse solo a quei paesini delle parti remoti della nostra regione dove a volte ci si era fermati per una breve sosta durante le gite scolastiche.
Che ridere ci faceva il vedere nei giardini pubblici di quei luoghi i vecchi con le coppole in testa e le donne tutte di nero vestite. Per loro noi eravamo dei turisti qualunque che avevano rotto il loro tranquillo scorrere del tempo mentre per noi loro erano un film in cui mancava solo la cinepresa ed il regista. Due mondi diversi che condividevano lo spazio e le risorse della stessa terra. Il professore finì la sua introduzione e il faretto fu puntato verso un angolo del palco dove v'erano già posizionati due sedie e due microfoni.

A fianco di quegl'oggetti v'erano due uomini uno longilineo e barbuto ed un altro più basso e paffutello. Il paffutello era Salvo Fruciano all'epoca solo giornalista della carta stampata ed ora corrispondente per la Rai della provincia di Siracusa. Anch'egli introdusse brevemente l'ospite che senza molte cerimonie prese il microfono e si presentò: "Buongiorno a tutti il mio nome è Pippo Fava." Per tutta la durata dell'intervista-dibattito vi fu un banale silenzio frutto non dell'attenzione prestata ma bensì dalla paura di essere richiamati dai docenti e soprattutto dalla volontà di far svolgere il tutto con rapidità, senza perder altro tempo.

Quando i due uomini sul palco terminarono e si rivolsero al pubblico affinché si ponessero domande così da aprire un dibattito, ci fu un rapido passa parola tra noi studenti che indicava di non farne. V'aderimmo tutti senza batter ciglio; tranne uno. Walter studente della quarta A che vinse il timore del nostro brusio di fondo nel tentativo di scoraggiarne l'iniziativa. Si alzò dal suo posto e chiese: "dott. Fava in che cosa la Mafia delle grandi città come Catania dove lei vive è diversa da quella storica e rurale dell'entroterra? A risposta ricevuta tornò al suo posto con grande sospiro di sollievo di tutti. "Il solito comunista" ci dicemmo fra noi - Non perdono mai occasione per mettersi in mostra e fare le loro solite domande."

Tornammo alla nostra vita d'ogni giorno come se nulla fosse e di quel giorno in poco tempo ci rimase solo il ricordo di essere usciti da scuola prima delle tredici e trenta. Tutto come prima; moto, ragazze, studi, partite di calcio e vacanze natalizie all'orizzonte fino al 7 gennaio. Tutto come prima? Tutto, tranne il rientro in aula dalle vacanze che fu invece assai diverso quell'anno. Il 5 gennaio avevano assassinato Pippo Fava.

Lo sconosciuto si era pienamente presentato questa volta ed in noi tutti la notizia suscitò sgomento e la riflessione per un'occasione mancata. Ho memoria di quei giorni come di una specie d'iniziazione alla vita reale e da tempo mi domando il perché di quella enorme distanza che avevamo posto tra noi e un problema che invece ci toccava così da vicino. Ovviamente sono tanti i perché: l'incoscienza della giovane età, l' insofferenza per tutto ciò che era legato all'insegnamento scolastico, una mancata preparazione di fondo prima dell'evento da parte dei docenti, una spiccata goliarderia che v'è negl'uomini quando fanno gruppo, insomma se ne possono dar tante di spiegazioni ma oggi sento di aver trovato le origini più profonde. Credo che in noi era radicata la visione che: "La Mafia è un problema che appartiene ad altri e che non si può sconfiggere perché è più forte." Si. E' questa la risposta che i più si danno sul problema Mafia.

Ed è grazie a questa risposta da anni radicata sulle nostre coscienze che essa riesce a trovare vigore e forza di penetrazione. La mafia più capace lo sa, e tenta di difendere con ogni mezzo questa risposta. A proposito di ciò mi tornano in mente le parole di Pippo Fava che vent'anni fa diede in risposta all'amico Walter: "La mafia ha stesse origini e stessi obbiettivi sia che sia "rurale o cittadina" come si dice; controllo del territorio, imposizione del pizzo, traffico illecito di sostanze stupefacenti, edilizia e costruzioni, appalti pubblici, ma in alcune città come Catania ha modificato alcuni codici nel rapportarsi con la popolazione e con la società. Si è urbanizzata e si sviluppa con le richieste della gente e della società che cambia soprattutto nelle giovani generazioni.
Sapete che molte delle più famose discoteche della città (era l'83 ed il boom di esse al sud lo si ebbe negl'anni 80) sono gestite da prestanomi di Santapaola? Molti autosaloni delle case automobilistiche più famose sono nelle sue mani? Molti club, pub e circoli frequentati da professionisti? I migliori negozi d'abbigliamento con le firme di stilisti famosi ? I solarium delle spiagge e della costa che va da Siracusa a Taormina? Quasi tutte le banche ed le casse di risparmio dei comuni? Si occupa di tutto dallo svago, all'impegno, alla produttività. Veste bene non ha più la coppola e sa che i suoi morti deve farli se è possibile altrove e non fra la gente; qualora ve ne fosse necessità occorre colpire con diligenza seminando il dubbio su ciò che è accaduto e supporre che forse v'è altra spiegazione. La mafia di Catania è raffinata e vuole che la gente abbia la possibilità di pensare che essa stia altrove e che in ogni caso la dove esista è forte ed è impossibile contrastarla."

Le sue parole sono vere a tutt'oggi e personalmente credo che egli fosse l' uomo che più d'altri conoscesse il fenomeno ed I SICILIANI. Grazie Pippo (anche se in ritardo).

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