A testa alta

di Bianca Stancanelli


Einaudi, 2003
pagg. 157, €12,50
recensione di Enrico Natoli

"C'é qualcosa di irresistibile nell'eroe che va alla morte, consapevole e sconfitto, offrendo le mani disarmate allo scempio del nemico.
Qualcosa che incanta e consola. Gli eroi solitari ci piacciono perché ci assolvono: la nostra normalità si compiace del loro eroismo, vede nella loro sconfitta il migliore dei motivi per astenersi non dal coraggio soltanto, ma da ogni gesto di umana resistenza."

E' uno dei paragrafi conclusivi del libro di Bianca Stancanelli: da solo dà il senso di questo lavoro che racconta la vicenda umana di Padre Pino Puglisi, parroco della chiesa di Brancaccio, un quartiere di Palermo che le cronache raccontano in genere come "difficile". Un quartiere dove - raccontano alcune pagine - l'acqua corrente è un lusso per molti e i topi fanno compagnia ai bimbi nelle stanze.

Un uomo ostinato, Pino Puglisi, che si mette in testa - siamo agli inizi degli anni '90 - di fare ciò che la sua mansione di parroco gli richiede, ossia stare vicino ai bisogni delle persone, cercare di creare i presupposti perché i cittadini del quartiere vivano in condizioni dignitose. Di dare delle possibilità ai giovani, a partire dalla richiesta di costruire una scuola media in un territorio dove non ne è mai esistita una.

Tutto bene, in fondo Puglisi prende la sua carica religiosa nel più profondo dei suoi significati. Se non fosse che il quartiere di Brancaccio in quel periodo è crocevia di grandi affari gestiti dalla mafia. I capimafia del quartiere sono i fratelli Graviano: gente potente, che non può permettere al nuovo "parrinu" di mettere in pericolo le loro attività.

Il lavoro sul territorio dà comunque i suoi frutti. Puglisi va a trovare le famiglie a casa, apre il Centro Padre Nostro, con l'intento di stimolare i giovani ad operare delle scelte che non siano quelle che li rendono manodopera della mafia. Si fa aiutare da alcune suore volontarie che arrivano da altre parti d'Italia.

Il resto si può anche immaginare: sono in fondo molto somiglianti tra loro le storie come quella di Pino Puglisi. Parlano di mille difficoltà, della disparità di forze tra un pugno di cittadini e di volontarie intorno a lui - con lui - e le pressioni sempre più insistenti da parte dei boss; della sostanziale indifferenza delle istituzioni, di fronte alle quali Puglisi spesso gira i tacchi e se ne va, non appena capisce che l'interlocutore gli propone soluzioni poco trasparenti; di una Chiesa poco attenta a realtà come la sua: esemplare un incontro fissato col cardinale di Palermo Pappalardo che gli concede solo due battute prima di infilarsi nella macchina e andarsene; di una cittadinanza che non appena la mafia si rivela ostacolo pericoloso, si rinchiude fino a negare le intimidazioni subìte.

Ma tant'é. Puglisi è andato avanti e ha lasciato a tutti noi la percezione che lottare per i diritti di tutti è qualcosa che riguarda tutti, che obbliga a ragionare in prima persona, senza deleghe. Si dirà di lui che è stato un eroe solitario, che è stato un illuso a pensare di poterla passare liscia. Ma non conta questo, oggi.

Le persone come Puglisi contribuiscono a tracciare un percorso, a indicare una possibilità il cui obiettivo non è un proclama astratto, "sconfiggere la mafia", ma è un lavoro capillare, paziente e quotidiano che parte dalle persone, alle quali cerca di restituire la dignità di una vita - per riprendere il titolo del prezioso libro di Bianca Stancanelli - vissuta a testa alta.

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