"C'é qualcosa di
irresistibile nell'eroe che va alla morte, consapevole
e sconfitto, offrendo le mani disarmate allo scempio
del nemico.
Qualcosa che incanta e consola. Gli eroi solitari
ci piacciono perché ci assolvono: la nostra
normalità si compiace del loro eroismo,
vede nella loro sconfitta il migliore dei motivi
per astenersi non dal coraggio soltanto, ma da
ogni gesto di umana resistenza."
E' uno dei paragrafi conclusivi del libro di Bianca
Stancanelli: da solo dà il senso di questo
lavoro che racconta la vicenda umana di Padre
Pino Puglisi, parroco della chiesa di Brancaccio,
un quartiere di Palermo che le cronache raccontano
in genere come "difficile". Un quartiere
dove - raccontano alcune pagine - l'acqua corrente
è un lusso per molti e i topi fanno compagnia
ai bimbi nelle stanze.
Un uomo ostinato, Pino Puglisi, che si mette in
testa - siamo agli inizi degli anni '90 - di fare
ciò che la sua mansione di parroco gli
richiede, ossia stare vicino ai bisogni delle
persone, cercare di creare i presupposti perché
i cittadini del quartiere vivano in condizioni
dignitose. Di dare delle possibilità ai
giovani, a partire dalla richiesta di costruire
una scuola media in un territorio dove non ne
è mai esistita una.
Tutto bene, in fondo Puglisi prende la sua carica
religiosa nel più profondo dei suoi significati.
Se non fosse che il quartiere di Brancaccio in
quel periodo è crocevia di grandi affari
gestiti dalla mafia. I capimafia del quartiere
sono i fratelli Graviano: gente potente, che non
può permettere al nuovo "parrinu"
di mettere in pericolo le loro attività.
Il lavoro sul territorio dà comunque i
suoi frutti. Puglisi va a trovare le famiglie
a casa, apre il Centro Padre Nostro, con l'intento
di stimolare i giovani ad operare delle scelte
che non siano quelle che li rendono manodopera
della mafia. Si fa aiutare da alcune suore volontarie
che arrivano da altre parti d'Italia.
Il resto si può anche immaginare: sono
in fondo molto somiglianti tra loro le storie
come quella di Pino Puglisi. Parlano di mille
difficoltà, della disparità di forze
tra un pugno di cittadini e di volontarie intorno
a lui - con lui - e le pressioni sempre più
insistenti da parte dei boss; della sostanziale
indifferenza delle istituzioni, di fronte alle
quali Puglisi spesso gira i tacchi e se ne va,
non appena capisce che l'interlocutore gli propone
soluzioni poco trasparenti; di una Chiesa poco
attenta a realtà come la sua: esemplare
un incontro fissato col cardinale di Palermo Pappalardo
che gli concede solo due battute prima di infilarsi
nella macchina e andarsene; di una cittadinanza
che non appena la mafia si rivela ostacolo pericoloso,
si rinchiude fino a negare le intimidazioni subìte.
Ma tant'é. Puglisi è andato avanti
e ha lasciato a tutti noi la percezione che lottare
per i diritti di tutti è qualcosa che riguarda
tutti, che obbliga a ragionare in prima persona,
senza deleghe. Si dirà di lui che è
stato un eroe solitario, che è stato un
illuso a pensare di poterla passare liscia. Ma
non conta questo, oggi.
Le persone come Puglisi contribuiscono a tracciare
un percorso, a indicare una possibilità
il cui obiettivo non è un proclama astratto,
"sconfiggere la mafia", ma è
un lavoro capillare, paziente e quotidiano che
parte dalle persone, alle quali cerca di restituire
la dignità di una vita - per riprendere
il titolo del prezioso libro di Bianca Stancanelli
- vissuta a testa alta.
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