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U’baruni
di Partanna Mondello
Storia di Mutolo Gaspare mafioso, pentito
di Valeria Scafetta
Editori Riuniti, 2003
pagg. 127, €10,00 |
| recensione di
Enrico Natoli |
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Storia di Gaspare Mutolo, collaboratore
di giustizia, ex boss mafioso di Partanna Mondello.
Sembra una storia di cent’anni fa, di mille
anni fa, di un altro luogo.
E invece è Italia contemporanea.
Da lettore provo un fastidio che mi accompagna lungo
quasi tutto il libro.
Il fastidio deriva inizialmente dal fatto che mi
è impossibile trovare punti di contatto con
il protagonista, e anche nello stile romanzato scelto
dall’autrice: esiste sempre un distacco che
si genera di parola in parola, che ha i suoi momenti
più elevati quando Mutolo si lamenta –
quando già ha iniziato la sua collaborazione
con lo Stato – del fatto che non potrà
più avere il tenore di vita di una volta,
quando da boss mafioso teneva tanto all’eleganza
da meritarsi il soprannome di “U’baruni”.
Quando dice che sì, la mafia in cui lui credeva
uccideva eccome, ma senza infierire sui cadaveri:
in nome di questo codice d’onore che ha fatto
di Cosa Nostra l’organizzazione criminale
più temibile dei nostri tempi.
Fastidio, mischiato a sgomento, quando Mutolo racconta
i motivi del suo distacco da Cosa Nostra, che secondo
lui dopo l’avvento di Riina si trasforma in
una congrega di pazzi sanguinari. Gente che confronta
le tecniche più veloci per sciogliere un
corpo in acido, che brinda all’annuncio della
strage di Capaci: “U’ sceccu u pigghiaru”,
l’hanno preso l’asino, dicono trionfanti
i boss nella sala tv del carcere parlando del giudice
Falcone.
Gente con cui non è più possibile
condividere quell’ “onore” che
li rendeva uomini belli e degnissimi quando il giovane
Mutolo lavorava in un’officina meccanica dove
gli affiliati alla cosca della zona erano di casa.
Il fastidio più grande, però, è
il pensiero è che un libro del genere possa
finire dimenticato su qualche scaffale, così
come siamo riusciti a dimenticare migliaia di altre
cose in questo paese.
Il libro di Valeria Scafetta è importante
e dovrebbe farci riflettere su una quantità
di argomenti.
Perché ci racconta di un giovane cresciuto
nel rispetto del padre bigliettaio di tram, ma affascinato
– come tanti altri suoi coetanei - dal modello
offerto dai mafiosi di una vita di lusso e di agi
ottenuti a qualsiasi costo.
E indica quindi che sconfiggere le mafie non può
essere solo una questione di polizia, carabinieri,
magistrati e processi, ma deve necessariamente affiancare
a questi strumenti una società fatta di accesso
all’istruzione, di possibilità di costruirsi
un futuro; della necessità di affrontare
una volta per tutte questo problema delle mafie
che godono di ottima salute economica, ma rappresentano
comunque un’economia illegale e assassina
dalla quale il paese – tutto – dovrà
sapersi affrancare per sempre se vorrà tramutarsi
in un paese civile.
Perché racconta di come fosse facile per
Mutolo farsi trasferire in infermeria quando era
in carcere, di come gli avvocati dei mafiosi potessero
avere gioco facile nel far ottenere le migliori
condizioni di vita ai loro assistiti, di come si
potesse modificare un certificato medico per trasformare
un dolorino in un’ernia e un provvedimento
di carcerazione in arresti domiciliari. E suggerisce
quindi come ci sia una zona oscura fatta di “colletti
bianchi”, di funzionari statali, di impiegati
dell’amministrazione, che non esitano a scendere
a patti con Cosa Nostra. Un altro punto del quale
lo Stato sembra continuare a voler ignorare l’esistenza.
Perché racconta di cosa abbia perso lo Stato
con la morte di Falcone e Borsellino, soprattutto
del primo al quale Mutolo riconosce da subito uno
spessore umano e una competenza professionale senza
pari: “Voglio parlare con Falcone o con nessun
altro”.
Perché nel racconto di una mezza paginetta,
descrive come a un certo punto della sua scalata
al potere, Cosa Nostra progetti nel 1974 il rapimento
di un certo industriale lombardo e di come sia tutto
pronto per portare a termine l’operazione.
Solo che a un certo punto succede che nella villa
dell’industriale va ad abitare – prendendo
le mansioni di stalliere – un boss di Cosa
Nostra, e da lì l’ipotesi del rapimento
è troncata perché presto si trova
un accordo tra le parti per fare affari insieme.
E quell’industriale – suggerisce il
libro senza mai citarlo - oggi è Presidente
del Consiglio.
Perché racconta di come lo Stato si sia lasciata
scivolare tra le mani - dopo la stagione delle stragi
- l’arma dei collaboratori di giustizia, che
per Riina e soci si stava dimostrando letale.
Questo, più di tutto. Il racconto di un uomo
che dieci anni era “dall’altra parte
della barricata” che ci spiega che davvero
- se solo avesse voluto veramente - questa guerra
lo Stato a un certo punto la poteva vincere.
Si legge nel libro, in conclusione: “Così
riesco a sopportare anche la delusione di questi
ultimi anni. Faccio ancora il mio dovere, vado ai
processi in cui mi chiamano a testimoniare, ma non
mi scervello più a ricordare nomi e date,
tanto so che basta un mio “non ricordo precisamente”
e l’avvocato della difesa annulla tutto. Provo
una specie di disincanto”. Come se, in definitiva,
Stato e antistato fossero scesi a patti, avessero
trovato un accordo che più o meno dice: “Voi
togliete di mezzo i pentiti, noi non uccidiamo più”.
Ci dimenticheremo ancora una volta di tutti questi
nodi irrisolti proposti da questo libro su Gaspare
Mutolo? La storia recente di questo paese sembra
rispondere di sì. |
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