Il processo del secolo

di Lino Jannuzzi


Oscar Mondadori, 2001
pagg. 275, €7,23
recensione di Enrico Natoli
marzo 2004
Prima o poi mi piacerebbe leggere un libro su alcuni fatti della storia recente del nostro Paese il cui autore fosse almeno un po’ sopra le parti. Così, tanto per avere – in corso di lettura – l’impressione che il primo obiettivo di chi scrive sia quello di informare.
Nel caso di questo libro le cose non stanno esattamente così.

“Il processo del secolo” è una raccolta di articoli pubblicati su “Il Foglio” e “Il Giornale” dall’inizio del 1996 alla fine del 1999 con i quali Jannuzzi ha seguito e commentato le udienze del primo processo Andreotti. La tesi proposta sin dalle prime righe del libro, sin dalla prefazione scritta da Giuliano Ferrara, è tanto semplice da capire quanto agghiacciante, se si scoprisse un giorno che anche uno solo dei punti di questa tesi è vero.

Parte tutto dall’omicidio di Salvo Lima, capocorrente andreottiano della Dc siciliana, ucciso dalla mafia il 12 aprile del 1992. Da lì, in un susseguirsi drammatico, gli omicidi di Falcone e Borsellino (che racchiudono in linea temporale la mancata elezione di Giulio Andreotti a Presidente della Repubblica); l’omicidio di Ignazio Salvo, l’esattore mafioso di cui la Procura di Palermo cercherà di dimostrare la connivenza con Andreotti; la cattura di Totò Riina nello stesso giorno in cui a capo della Procura di Palermo arriva Gian Carlo Caselli; l’autorizzazione a procedere per processare Andreotti con l’accusa di concorso in associazione mafiosa.

Per Jannuzzi, la Procura di Palermo diventa il braccio giustizialista di una mente politica capeggiata da Luciano Violante, allora presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, che ha l’unico intento di portare a processo Andreotti, con qualsiasi mezzo lecito o meno.
E’ un quadro dove ognuno ha il suo ruolo: i pubblici ministeri Lo Forte, Ingroia, Scarpinato, Natoli si occupano di far collimare le testimonianze dei pentiti, che secondo Jannuzzi sono sgangherate e fanno acqua da tutte le parti (alla fine del libro, in effetti, non si salverà per lui nessuno dei pentiti chiamati a deporre); decine e decine di pentiti che vengono strapagati dalla procura con i soldi dello Stato, persone a cui la procura permette – come nel caso di Balduccio Di Maggio – di tornare in Sicilia per riprendere il suo posto di capoclan e uccidere i suoi avversari mentre sono sotto il programma di protezione; gli organi di informazione di sinistra, capeggiati dalla “Repubblica”, che ordiscono un sostegno acritico e sperticato nei confronti di Caselli; lo stravolgimento dell’eredità lasciata da Giovanni Falcone: se fosse stato vivo lui, il processo Andreotti non si sarebbe mai celebrato.

Con la fine del processo di primo grado e l’assoluzione di Andreotti, Jannuzzi invita il nuovo procuratore Capo di Palermo Piero Grasso (subentrato a Caselli prima della fine del processo) a cambiare rotta, a liberarsi di tutti i pentiti, a lavorare senza il chiodo fisso del rapporto tra mafia e politica da dimostrare a tutti i costi.

In questo quadro si inseriscono tanti aneddoti, a volte ripetuti ossessivamente lungo l’arco di tutto il libro: Caselli ha provocato il suicidio del maresciallo dei Carabinieri Lombardo, che aveva cercato di raccogliere autonomamente la testimonianza del boss Tano Badalamenti, in carcere negli Stati Uniti; Luciano Violante e Giovanni Brusca (il boss di San Giuseppe Jato) si incontrarono casualmente su un aereo di linea dove, discorrendo come vecchi amici, trovarono possibile liberarsi insieme di due nemici (Falcone ed Andreotti); la lezione di mafia impartita da Tano Badalamenti a Caselli che vola in America per cercare di farlo collaborare (“Per me questa cosa che lei chiama “mafia” non c’é. Ma se io ne fossi il capo, le pare che mi sarei avvalso di quattro scavezzacolli per far uccidere il giornalista Pecorelli su ordine di Andreotti?).

Alla fine, sembra quasi emergere l’indulgenza verso alcune caratteristiche del linguaggio e della mentalità mafiosa: meglio la mafia di Badalamenti, quella fatta di gesti e di parole non dette, di codici d’onore più o meno validi che una procura ipocrita, assetata di potere, che fa strage dei più comuni elementi di giustizia.

Peccato, insomma. Questo libro poteva essere interessante, e in effetti lo è in alcune parti. Jannuzzi è una persona esperta e conosce molte cose. Ma da lui non arriva mai l’indicazione di un percorso alternativo. Sembra che questo decennio di procura palermitana gestita da “professionisti dell’Antimafia” (il termine è canzonatorio e mutuato da un famoso intervento di Leonardo Sciascia negli anni ’80) sia la più grave sciagura abbattutasi sulla Sicilia e sull’intero paese dall’inizio della Repubblica.

Non una parola su quanto devastante sia stata la presenza della mafia negli anni ‘80; non una parola sui “giustizialisti” che chiesero a gran voce l’autorizzazione a procedere per Andreotti, molti dei quali oggi siedono sui banchi della maggioranza di governo; non una parola indulgente sull’operato della procura di Palermo (hanno sbagliato tutto?) e non una parola di critica nei confronti di Andreotti, dei suoi avvocati, dei suoi sostenitori (non sono mai in errore?).

Quelli che sono “dall’altra parte” sono nel giusto solo quando criticano persone della loro stessa parte, come nel caso di Ilda Boccassini quando a una commemorazione di Giovanni Falcone chiamò nome per nome i suoi colleghi magistrati che avevano ostacolato, detestato, criticato il giudice ucciso.

Il peccato è questo, che alla fine il quadro è davvero sbilanciato: questo libro poteva essere uno strumento utile per la ricostruzione dei fatti riguardanti il processo Andreotti, alla fine si rivela solo il punto di vista di chi oggi governa il paese (Jannuzzi è senatore di Forza Italia). E i punti di vista molto sbilanciati, probabilmente, sono una delle ultime cose di cui oggi questo Paese ha bisogno.
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