“Voglia di mafia”
ripercorre le recenti indagini giudiziarie della
procura di Palermo e traccia il nuovo volto di
Cosa nostra, definita addirittura “Cosa
nuova”. Dopo le stragi del biennio '92-'93,
il vertice di Cosa nostra ha avviato una trattativa
con personaggi delle istituzioni e riformulato
la propria strategia operativa, riordinato i quadri
e ridefinito gli obiettivi.
La Cosa nuova accantona la strategia stragista
di Riina – che tanto ha nuociuto all’organizzazione
per la reazione robusta ed efficace dello Stato
- e riafferma il potere mafioso in termini di
mediazione, in ambito economico, politico e sociale.
Ritorna a svolgere cioè il ruolo che le
è proprio per tradizione, quello di potere
intermedio tra il mondo imprenditoriale, ad esempio,
e quello politico. Un’azione che fu propria
ad esempio della mafia degli anni Settanta, quella
di Tano Badalamenti, che saggiamente sconsigliava
di «fare la guerra allo Stato».
Un ruolo peraltro non più imposto - come
dimostrato ad alcune indagini che vengono citate
di volta in volta - ma fortemente richiesto dagli
stessi interessati, che considerano le richieste
economiche della mafia non solo giuste ma anche
ragionevole. E i servizi dell’organizzazione
utilissimi anzi necessari viatici, in un’economia
che rimane però di “capitalismo mafioso”.
Nel libro vengono raccontate la saga familiare
dei Riina, le indagini su mafia e politica (che
hanno toccato i vertici della Regione siciliana),
i colloqui intercettati tra i detenuti e i familiari,
il controllo degli affari ancora saldamente nelle
mani anche dei reclusi al 41bis, la retorica sul
carcere duro (una tortura per gli uni, una soluzione
per gli altri), la nuova posizione sociale dei
padrini, il rinnovamento "culturale"
di Cosa nostra impresso da Provenzano, le carriere
mafiose dei fratelli Graviano e di Giuseppe Guttadauro,
il controllo dei voti in occasione di elezioni
e i servigi resi ai politici, le latitanze dorate
di alcuni ricercati storici e di quelli dimenticati.
Il tutto offrendo al lettore la mole impressionante
dei dialoghi mafiosi intercettati dalle cimici
delle forze dell’ordine, ultimo formidabile
strumento giudiziario che ci rappresenta per la
prima volta l’esatto identikit di padrini,
gregari e collusi in presa diretta.
La riflessione che gli autori pongono è
problematica e meritoria al tempo stesso. Meritoria
perché affronta l’attualità
della realtà mafiosa, un'organizzazione
che non spara più, che non crea più
quell’allarme sociale di qualche anno fa,
i cui contorni eversivi rischiano di essere percepiti
come sempre più vaghi o inconsistenti.
E poi una riflessione sulla classe dirigente,
sia essa politica o economica, che consapevolmente
si affida a Cosa nostra nella certezza di poter
godere di vantaggi straordinari, senza più
temere la condanna morale della collettività,
stante la natura “pacifica” dell'intermediazione
mafiosa.
Ma è anche ricca di problematicità
questa riflessione: quale lotta alla mafia può
farsi quando le vittime non si considerano più
tali ma fruitori di utilissimi servizi di intermediazione?
E quali gli obiettivi di un’antimafia ormai
radicata, ma formatasi in una dimensione di contrapposizione
tra stato e antistato, fatta di omicidi eccellenti
e di stragi eclatanti?
Le risposte non possono che abbandonare la dimensione
giudiziaria e riversarsi nel campo culturale e
politico, che è quello dei valori, di libertà
e legalità, su cui il contratto sociale
tra cittadino e Stato si fonda.
|