Voglia di mafia. La metamorfosi di Cosa nostra da Capaci a oggi

di Enrico Bellavia, Salvo Palazzolo


Carocci, 2004
pagg. 200, €17,70
recensione di Maria Mazzei

“Voglia di mafia” ripercorre le recenti indagini giudiziarie della procura di Palermo e traccia il nuovo volto di Cosa nostra, definita addirittura “Cosa nuova”. Dopo le stragi del biennio '92-'93, il vertice di Cosa nostra ha avviato una trattativa con personaggi delle istituzioni e riformulato la propria strategia operativa, riordinato i quadri e ridefinito gli obiettivi.
La Cosa nuova accantona la strategia stragista di Riina – che tanto ha nuociuto all’organizzazione per la reazione robusta ed efficace dello Stato - e riafferma il potere mafioso in termini di mediazione, in ambito economico, politico e sociale. Ritorna a svolgere cioè il ruolo che le è proprio per tradizione, quello di potere intermedio tra il mondo imprenditoriale, ad esempio, e quello politico. Un’azione che fu propria ad esempio della mafia degli anni Settanta, quella di Tano Badalamenti, che saggiamente sconsigliava di «fare la guerra allo Stato».

Un ruolo peraltro non più imposto - come dimostrato ad alcune indagini che vengono citate di volta in volta - ma fortemente richiesto dagli stessi interessati, che considerano le richieste economiche della mafia non solo giuste ma anche ragionevole. E i servizi dell’organizzazione utilissimi anzi necessari viatici, in un’economia che rimane però di “capitalismo mafioso”.

Nel libro vengono raccontate la saga familiare dei Riina, le indagini su mafia e politica (che hanno toccato i vertici della Regione siciliana), i colloqui intercettati tra i detenuti e i familiari, il controllo degli affari ancora saldamente nelle mani anche dei reclusi al 41bis, la retorica sul carcere duro (una tortura per gli uni, una soluzione per gli altri), la nuova posizione sociale dei padrini, il rinnovamento "culturale" di Cosa nostra impresso da Provenzano, le carriere mafiose dei fratelli Graviano e di Giuseppe Guttadauro, il controllo dei voti in occasione di elezioni e i servigi resi ai politici, le latitanze dorate di alcuni ricercati storici e di quelli dimenticati. Il tutto offrendo al lettore la mole impressionante dei dialoghi mafiosi intercettati dalle cimici delle forze dell’ordine, ultimo formidabile strumento giudiziario che ci rappresenta per la prima volta l’esatto identikit di padrini, gregari e collusi in presa diretta.

La riflessione che gli autori pongono è problematica e meritoria al tempo stesso. Meritoria perché affronta l’attualità della realtà mafiosa, un'organizzazione che non spara più, che non crea più quell’allarme sociale di qualche anno fa, i cui contorni eversivi rischiano di essere percepiti come sempre più vaghi o inconsistenti. E poi una riflessione sulla classe dirigente, sia essa politica o economica, che consapevolmente si affida a Cosa nostra nella certezza di poter godere di vantaggi straordinari, senza più temere la condanna morale della collettività, stante la natura “pacifica” dell'intermediazione mafiosa.

Ma è anche ricca di problematicità questa riflessione: quale lotta alla mafia può farsi quando le vittime non si considerano più tali ma fruitori di utilissimi servizi di intermediazione? E quali gli obiettivi di un’antimafia ormai radicata, ma formatasi in una dimensione di contrapposizione tra stato e antistato, fatta di omicidi eccellenti e di stragi eclatanti?

Le risposte non possono che abbandonare la dimensione giudiziaria e riversarsi nel campo culturale e politico, che è quello dei valori, di libertà e legalità, su cui il contratto sociale tra cittadino e Stato si fonda.

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