| "Il catalogo è questo", scrive Diego Mormorio in uno dei testi presenti nel libro. E' un catalogo di sangue, di morti ammazzati, di gente comune, di borghesia e feste aristocratiche e di bassi palermitani sotto la soglia della povertà. Di giochi di bambini che non sono più bambini da tempo. Un catalogo di potere, di forza, di violenza, ma anche di speranza e assurda resistenza. Di personaggi coraggiosi e altri del tutto ordinari nel loro dolore, nella loro indifferenza, nella loro curiosità e morbosa attrazione verso il lenzuolo bianco sinoimo di morte che si porta via la vittima di turno.
E' un catalogo di cosa significhi fare il giornalista o, come nel caso di Franco Zecchin, il fotogiornalista. O ancora: come nel caso di Letizia Battaglia, la fotogiornalista. Perché essere uomo o donna fa ancora la differenza ed essere donna a Palermo e decidere di campare puntando una macchina fotografica addosso alla vita intorno alla guerra di mafia più cruenta che si ricordi richiede doti fuori dal'ordinario, probabilmente anche un po' di follia.
Giornalismo, quindi, a partire dal titolo di questo preziosissimo libro: "Dovere di cronaca". Dovere, in un paese dove tutti noi parliamo quasi sempre di diritti. Dovere di esserci, di testimoniare, di raccogliere immagini perché nessuno possa più raccontare che "la mafia non esiste", che è tutta un'invenzione per distruggere carriere politiche. Dovere di esserci perché se non ci sono siciliani che raccontino la Sicilia, chi lo deve fare al posto loro? Se scappano tutti per andare in continente, chi racconterà la guerra di mafia in cui i corleonesi si impadroniscono della città? Chi lascerà traccia del sacco di Palermo, della speculazione edilizia, delle persone eroiche ammazzate perché impegnate in una lotta tanto temeraria quanto solitaria?
Tano D'Amico, un altro grande fotografo e interprete di quell'epoca - anche se su altri versanti - scriveva che "costa veramente tanto dare cura formale alle foto di cronaca". Ed è verissimo: sfogli questo libro e ti accorgi che la composizione delle immagini è un valore aggiunto, è qualcosa che ti invita a soffermarti sui particolari, a legarli l'uno con l'altro. Così, da queste foto tecnicamente concepite in modo magistrale, emerge una Sicilia piegata dalla mafia, che cerca a volte di reagire, ma che il più delle volte rimane sotto il tallone della violenza. Violenza che si traduce in mille omicidi consumati in strada, nei negozi, nei vicoli e nelle rampe dei parcheggi. Testimoni in prima fila sono quasi sempre giovanissimi, quelli che poi traducono ciò che hanno visto nei loro giochi.
C'é, in questo vastissimo campionario di umanità, una foto particolare. Non la più bella dal punto di vista formale, né forse la più significativa in senso assoluto. Siamo in un'aula di tribunale, una fila di boss o presunti tali è seduta al banco degli imputati. Il più vicino al fotografo - che in questo caso è Franco Zecchin - guarda dritto dentro l'obiettivo e con sguardo di sfida fa segno con l'indice dentro la bocca. Potrebbe significare, quel gesto, qualcosa come "ti faccio sparare in bocca". In effetti la didascalia recita "Minacce al fotografo durante il processo".
Il particolare più disgustoso della foto è un carabiniere che si trova in piedi accanto agli imputati. Evidentemente ha seguito la scena e ride. Ride per le minacce, e per l'arroganza dei boss. E te lo immagini, quel servitore dello Stato, deferente e umile di fronte agli stessi boss in mille altre situazioni. Certo non dà l'idea che se al fotografo dovesse mai servire sul serio lui sarà lì a difenderlo.
Ecco, in questa foto il dramma di una città, di una regione, ma anche di uno Stato che non riesce a difendere i suoi cittadini in maniera accettabile e dignitosa davanti alle mafie. Questa foto mi pare davvero l'emblema di questa situazione. "Il catalogo è questo". |