Tano Grasso e l’impegno quotidiano
12 aprile 2004


Di Tano Grasso molti siciliani che conosco, trasferitisi a Roma per motivi di lavoro, non hanno una buona opinione. Dicono che Grasso con questa storia dell’antiracket in qualche modo si sia sistemato. Che entrando in politica – Grasso è stato per qualche anno deputato del Pds – abbia risolto i suoi problemi.

Per carità, ogni opinione è legittima e io non conosco a sufficienza Tano Grasso per poter affermare il contrario sulla base di una conoscenza decennale.

Però a me questo sembra un vecchio difetto di molti siciliani: che se uno cerca di cambiare le cose, bisogna trovargli subito un difetto, una pecca, una macchia, per poter dire subito dopo: “Lo vedi? Possiamo fidarci di uno simile, che dice che vuole cambiare le cose, e poi ha questa pecca, questa macchia?”. E intanto, nulla cambia: le mafie prosperano, la burocrazia corrode le istituzioni, e nonostante il ponte di prossima costruzione, si continua d avvertire una distanza che porta migliaia di giovani a lasciare l’isola.

Tano Grasso ho avuto la fortuna di incontrarlo più volte: le ultime due a Gela, nella Sicilia più profonda che c’é. Gela non è un paesino qualsiasi, conta ottantamila abitanti: quanto Pisa, ad esempio. Gela è stato il luogo di destinazione delle iniziative promosse quest’anno per la Giornata della Memoria e dell’Impegno dall’associazione Libera di Don Ciotti. In virtù di un segnale politico che è arrivato, nella veste di un sindaco che ha finalmente promesso un impegno serio e duraturo contro le mafie, contro racket e usura che soffocano lo sviluppo della città.

E in questo contesto Tano Grasso l’ho visto la prima volta alle prese con gli studenti di un liceo gelese. Quando è arrivato il suo turno, tra i vari relatori presenti, Grasso ha posato il microfono, è sceso dal palco per mettersi in mezzo ai ragazzi. Perché “chi vuole ascoltare, ascolterà”, diceva.

L’ho visto discutere animatamente con loro, quando qualche giovanissimo gli obiettava che non si può fare la lotta alla mafia a Gela. Che tra la tranquillità e la libertà loro sceglievano la tranquillità. Ma quale tranquillità? Diceva Grasso. La tranquillità di avere la mafia che vende droga a un tuo amico e vedere il tuo amico che muore mentre tu stai con la testa abbassata? E’ questa la tranquillità?

Il giorno dopo, all’assemblea nazionale della Federazione Antiracket, Grasso parlava con la stessa franchezza dell’ipotesi di riprovare a costituire un’associazione antiracket tra i commercianti gelesi. “Ho bisogno di quindici commercianti, che si prendano un impegno duraturo, perché altrimenti la mafia non si batte”.

Si sarà pure sistemato le cose sue facendo politica, Grasso, ma sinceramente l’impressione è che di persone così ce ne vorrebbero dieci in ogni città. Perché nel frattempo il modello inuagurato da Grasso poco più di dieci anni fa a Capo d’Orlando sembra funzionare anche in altre parti del nostro paese. Da quando Grasso lavora in Campania, sono nate tre associazioni antiracket. Grasso chiede il coraggio di denunciare, e non la fa semplice. Disporre di questo coraggio non è facile, specialmente all’inizio.

Ma quindici commercianti uniti possono fare molto a giudicare dalla sua esperienza e da quella delle persone che hanno preso la parola in questa assemblea. Voci che abbiamo l’onore di riproporre in questo sito e che vi invitiamo ad ascoltare con attenzione, perché rappresentano una parte del nostro paese che è sana, che si dà da fare, che non si concede più l’alibi che “lo Stato non c’é”, quindi non si può fare nulla. Diamogli retta.
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