Gentile signor
Ministro, le scrivo per presentare le mie dimissioni
dal servizio Esteri degli USA e dal mio posto
come consigliere politico all'ambasciata degli
USA ad Atene, valide dal 7 Maggio. Lo faccio a
malincuore. Sono cresciuto con il senso del dovere
ricambiare qualcosa alla mia patria. Il mio servizio
come diplomatico americano era un lavoro fantastico.
Ero pagato per comprendere lingue e culture straniere,
andare in cerca a diplomatici, politici, professori
e giornalisti e convincerli che gli interessi
americani fondamentalmente coincidono con i loro
interessi. La fede alla mia patria e ai suoi valori
era l'arma piu' potente al mio arsenale diplomatico.
Inevitabilmente, dopo 20 anni al ministero degli
Esteri, sono diventato piu' selettivo e cinico
nei confronti dei moventi egoistici e burocratici
che spesso formavano le nostre strategie. La natura
umana e' quella che e' e io sono stato premiato
e promosso perche' comprendevo la natura umana.
Ma fino a questo governo, credevo che, sostenendo
le pratiche del mio presidente, sostenevo anche
gli interessi del popolo americano e del mondo.
Non lo credo piu'.
Le pratiche che ora ci chiedono di promuovere
sono incompatibili non solo con i valori americani
ma anche con gli interessi americani. Inseguendo
smaniosamente la guerra con l'Iraq, ci trasciniamo
alla degenerazione della legalita' internazionale
che era l'arma piu' forte dell'America, sia per
attacco che per difesa, dall'epoca di Woodrow
Wilson. Abbiamo iniziato a smantellare la piu'
ampia e riuscita rete di rapporti internazionali
mai conosciuta nel mondo.
La strada che abbiamo preso portera' instabilita'
e pericolo, non sicurezza. Il sacrifizio degli
interessi mondiali sull'altare della politica
interna e dell'interesse individuale burocratico
non e' una novita' e certamente non e' un'esclusiva
americana. Ma non avevamo mai visto una cosi'
sistematica falsificazione dell'informazione,
una così sistematica manipolazione dell'opinione
americana dall'epoca della guerra in Vietnam.
La tragedia dell'11 Settembre ci ha resi piu'
forti di prima, concentrando attorno a noi un'alleanza
mondiale colossale con il proposito la collaborazione,
per prima volta sistematica, contro la minaccia
terroristica. Ma, invece di accreditare e capitalizzare
questo successo, l'attuale amministrazione ha
scelto di fare il terrorismo uno strumento di
politica interna, iscrivendo una Al Qaeda sconfitta
e squartata come suo alleato.
Abbiamo seminato sproporzionale terrore e confusione
nella mente dell'opinione pubblica, collegando
arbitrariamente i problemi sconnessi del terrorismo
e dell'Iraq. Il risultato, e forse la ragione,
e' di giustificare un colossale trasferimento
di stanziamenti all'eswercito e di attenuare i
dispositivi di sicurezza che proteggono i cittadini
americani dalla mano pesante dell'amministrazione.
L'11 Settembre non ha fatto cosi' gran danno al
tessuto della societa' americana, quanto noi siamo
decisi a fare.
E', veramente il nostro modello la Russia dei
Romanof, un impero egoista e superstizioso che
va verso l'autodistruzione nel nome di un lugubre
status quo? Dobbiamo chiederci perche' abbiamo
fallito di convincere la maggioranza del mondo
che e' indispensabile una guerra contro l'Iraq.
Negli ultimi due anni abbiamo superato noi stessi
tentando di mostrare ai nostri alleati nel mondo
che ristretti interessi mercanteschi prevalgono
sui nostri valori.
Anche laddove non si mettevano in discussione
i nostri obiettivi, si mette in dubbio la nostra
coerenza. Il modello dell'Afghanistan non tranquilizza
i nostri alleati, che si domandano su quale base
vogliamo ricostruire il Medio Oriente, su immagine
e per interesse di chi? Ci stiamo accecando come
la Russia e' cieca in Cecenia, come l'Israele
e' cieco nei territori occupati, di fronte ai
nostri consigli, secondo i quali, la schiacciante
superiorita' militare non costituisce una risposta
al terrorismo?
Quando il caos dell'Iraq post-guerra si sommera'
al caos di Grozny e di Ramala, dovra' essere troppo
coraggioso qualcuno per seguire i nostri vertici.
Continuiamo ad avere una buona coalizione. La
devozione di molti dei nostri amici e' impressionante,
omaggio al capitale morale americano costruito
in piu' di un secolo. Ma i nostri alleati piu'
stretti sono meno convinti che la guerra e' giustificata,
rispetto alla pericolosita' di permettere agli
USA di trascinarsi a un solipsismo assoluto. La
lealta' dev'essere reciproca.
E', forse, diventata nostra parola d'ordine "oderint
dum metuant"? Vi invito ad ascoltare gli amici
dell'America in tutto il mondo. Perfino qui in
Grecia, considerata come focolaio rovente dell'antiamericanismo
europeo, abbiamo piu' stretti amici di quanti
puo' immaginare il lettore dei quotidiani americani.
Anche quando protestano per l'arroganza americana,
i Greci sanno che il mondo e un posto difficile
e pericoloso e desiderano un forte sistema mondiale
con gli Stati Uniti e l'UE in stretta collaborazione.
Quando gli amici ci temono, invece di temere per
noi, e' ora di preoccuparci. E ora hanno paura.
Chi puo' persuaderli che gli USA sono, com'erano,
un faro di liberta' di sicurezza e di giustizia
per il pianeta?
Signor Ministro, rispetto sconfinatamente il suo
carattere e le sue capacita'. Ha mantenuto maggiore
affidabilita' internazionale rispetto a quanto
vale la nostra politica e ha salvato qualcosa
dagli eccessi di una amministrazione invasata
che fa i suoi comodi. Ma la vostra fedelta' al
presidente va troppo lontano. Spingiamo oltre
i suoi limiti un sistema mondiale che abbiamo
costruito con tanto lavoro e spese, una rete di
leggi, trattati, organismi e valori comuni che
ostacola molto piu' efficacemente i nostri nemici
rispetto alla limitazione del potere dell'America
di difendere i suoi interessi.
Mi dimetto perche' ho tentato e fallito di conciliare
la mia coscienza con la capacita' di rappresentare
l'attuale amministrazione degli USA. Credo che
le nostre procedure democratiche hanno in definitiva
una capacita' di autocorrezione e spero di poter
contribuire in piccola parte, essendo fuori, alla
formazione di politiche che servono meglio la
sicurezza e il benessere del popolo americano
e il mondo che abbiamo in comune. |