Signor Presidente,
Onorevoli Colleghi, la crisi internazionale seguita
alla tragedia dellí11 settembre Ë entrata in una
fase delicatissima. Líopinione pubblica Ë comprensibilmente
allarmata. Gli italiani guardano a questo dibattito
dei loro rappresentanti con legittima inquietudine.
Vogliono sapere dalla classe dirigente eletta
come stanno davvero le cose. Vogliono sapere quali
risultati abbiamo ottenuto fin qui, quali sono
le prospettive immediate e le linee díazione necessarie
per garantire il massimo grado possibile di sicurezza
globale in un quadro di stabilitý e di pace.
Siamo dunque tenuti a discutere con pacatezza,
ragionando di quanto sta avvenendo in uno spirito
di responsabilitý e di veritý, cercando di non
inasprire le divisioni nellíanalisi dei fatti,
e se possibile di comporle con uno sforzo di convergenza
nazionale intorno agli interessi e ai valori propri
del nostro Paese, nel quadro della solidarietý
europea e dellíalleanza strategica con líAmerica
offesa e ferita da una feroce offensiva terroristica.
Con un libero voto del nostro Parlamento, un anno
fa líItalia entrÚ nella grande coalizione contro
il terrorismo costruita intorno agli Stati Uniti
díAmerica, insieme con i partner dellíUnione Europea
e díintesa con la Federazione russa, con la Cina
e con altri Paesi a regime politico moderato del
mondo islamico. Il voto di Camera e Senato fu
molto ampio, e líopposizione parlamentare contribuÏ
a rendere chiara e autorevole la posizione del
nostro Paese con il suo impegno favorevole allíintervento
in Afghanistan.
Questa politica ha conseguito risultati importanti:
1) lo smantellamento del regime politico talebano,
che proteggeva le basi territoriali della rete
terroristica di Osama bin Laden, e lo sradicamento
di quelle basi;
2) la costruzione di una catena di intelligence
integrata che ha portato in tutto il mondo a migliaia
di arresti e allíaccumulo di dati decisivi per
impedire la proliferazione delle cellule armate
e la messa in atto di nuovi attentati.
In Afghanistan, un Paese che resta ad altissima
instabilitý politica e militare per evidenti ragioni
storiche, Ë in corso un difficile tentativo di
stabilizzazione democratica fondato sulla liberazione
di quel Paese dalla barbarie di un regime che
schiavizzava le donne e subordinava ai presunti
valori di un fanatismo ideologico fondamentalista
tutte le libertý umane e ogni effettivo esercizio
dei diritti civili. LíItalia ha fatto e sta facendo
la sua parte nelle operazioni di mantenimento
della pace, anche in quelle pi˜ ardue e complesse.
Il nostro impegno ci colloca al terzo posto per
il numero di truppe impegnate nel mondo in operazioni
di peace keeping e peace enforcing autorizzate
dalle Nazioni Unite.
Eí imminente la partenza di un contingente di
nostri alpini per Kabul, come ha recentemente
annunciato il ministro della difesa Antonio Martino.
E abbiamo ottenuto risultati importanti, e internazionalmente
riconosciuti, nella battaglia per neutralizzare
i centri logistici e di reclutamento del terrorismo.
Risultati particolarmente rilevanti li abbiamo
realizzati nel blocco e nel congelamento di ingenti
risorse destinate al finanziamento dellíeversione
internazionale. Credo che i cittadini possano
essere orgogliosi di un governo e di una classe
dirigente che hanno saputo muoversi con saggezza
e prudenza ma non sono rimasti inerti davanti
agli eventi; che hanno fatto fronte allíemergenza
senza fanatismo, combinando sforzi e successi
diplomatici sulla scena mondiale con una seria
azione di repressione e dissuasione del terrorismo
internazionale. Ed Ë decisivo che gli eletti del
popolo non si siano perduti fin qui in divisioni
faziose, contrarie allíinteresse nazionale e allo
spirito delle alleanze da noi liberamente scelte
e confermate in oltre mezzo secolo di storia repubblicana.
Nessuno dunque Ë autorizzato a giocare con le
ansie collettive alla caccia di vantaggi di parte.
La posta in palio Ë immensa: Ë la nostra sicurezza
e insieme la nostra libertý. In partite come questa
Ë severamente vietato barare. Il problema che
Ë posto oggi davanti alla comunitý internazionale
Ë chiaramente definito. Si tratta di disarmare
un regime politico dittatoriale, quello dellíIraq,
che ha sin qui bellicosamente oltraggiato le decisioni
delle Nazioni Unite sul controllo dei propri sistemi
díarmamento, compresi quelli idonei alla costruzione
dellíarma nucleare; un regime che ha giocato al
gatto con il topo nel corso delle ispezioni terminate
nel 1998 con il ritiro degli ispettori; un regime
che minaccia di usare o di passare ad altri, perchË
li usino, formidabili strumenti di sterminio chimici
e batteriologici.
Si tratta di fronteggiare un regime il cui capo,
nella lettera scritta la settimana scorsa al Segretario
Generale dellíOnu, ha affermato che gli Stati
Uniti fanno da battistrada, cito tra virgolette
ìa una congiura che vuole imporre il dominio sionista
sul mondo, un dominio non solo militare ma anche
economico e politicoî. Chi ha vissuto direttamente
il dramma della seconda guerra mondiale e chi
assume responsabilmente su di sÈ il peso della
memoria e della storia riconosce in queste parole
líeco dei vaneggiamenti che portarono negli anni
Quaranta alla catastrofe mondiale e tedesca. Certi
paragoni con Adolf Hitler si attagliano alle dittature
e ai fuorilegge internazionali, non certo alla
grande democrazia americana e al suo Presidente.
Líobiettivo del disarmo iracheno Ë stato affidato
per oltre dieci anni alla strategia del ìcontainmentî,
alle sanzioni commerciali e a un regime di ispezioni
delle Nazioni Unite entrato in crisi fin dal 1998.
Questa strategia Ë sostanzialmente fallita, come
dimostrano gli elementi di prova sul riarmo di
Saddam Hussein di cui i governi e le intelligence
dellíalleanza occidentale sono a conoscenza, una
parte dei quali Ë stata resa nota ieri dal primo
ministro britannico nel dibattito alla Camera
dei Comuni. Díaltra parte, sul fatto che il regime
politico iracheno costituisca un pericolo regionale
e globale concordano tutti, quale che sia líopinione
sulle vie da intraprendere per rimuovere questo
pericolo. Si tratta dunque di decidere che cosa
si debba fare sulla base di un giudizio informato
e condiviso, per quanto ci riguarda con una chiara
assunzione di responsabilitý da parte delle classi
dirigenti europee.
Se si esclude líinazione, il cui costo storico
potrebbe essere incalcolabile, non cíË altra possibilitý
che questa: la costruzione su basi multilaterali
di una coalizione capace di imporre il rispetto
scrupoloso di una nuova, forte, chiara e pressante
risoluzione delle Nazioni Unite che tagli corto
con tutte le tattiche di elusione, di rinvio e
di inganno nelle quali il regime iracheno ha dimostrato
fin qui uníabilitý fuori del comune. Come abbiamo
ribadito nel recente incontro di Copenhagen, quando
non cíË tempo da perdere nella difesa di un bene
collettivo bisogna liberarsi di ogni ambiguitý
e di ogni egoismo. LíItalia, sia come stato sovrano
sia come partner dellíUnione europea, Ë impegnata
ad ottenere che le Nazioni Unite indichino al
governo iracheno, nel massimo dettaglio e con
la massima chiarezza, gli atti da compiere per
garantire la comunitý internazionale, e i tempi
entro cui compierli.
Eí evidente che líautorevolezza e la credibilitý
dellíOnu saranno direttamente proporzionali al
grado di unitý e di determinazione nelle scelte
da fare che mostreranno le maggiori democrazie
occidentali, prima di tutto quegli Stati Uniti
díAmerica che sono stati colpiti al cuore dal
terrorismo internazionale e che, da molti decenni,
portano la maggiore responsabilitý, per la loro
proiezione militare e politica nel mondo, della
stabilitý e dellíequilibrio nei rapporti fra gli
stati. Il Consiglio di sicurezza Ë al lavoro da
circa dieci giorni per trovare una soluzione accettabile
in questa direzione, che non incontri veti o distinguo
troppo marcati. Il nostro auspicio, che Ë anche
la linea direttiva su cui si muove la diplomazia
italiana, Ë che si arrivi presto a una risoluzione
unica e chiara che non si presti ad equivoci e
che definisce le condizioni per líuso misurato
della forza di fronte ad una eventuale, nuova
e aperta sfida alla comunitý internazionale.
Signor Presidente, Onorevoli Colleghi, líItalia
ripudia la guerra quale strumento di offesa: questo
principio Ë scritto nella Costituzione e corrisponde
al sentimento profondo della maggioranza assoluta
degli italiani. Nel mondo contemporaneo, tuttavia,
la guerra ha mutato in parte di natura, ed esiste
ormai chiaramente il problema, analizzato da governi
e intelligence di tutto il mondo e dai maggiori
centri studi internazionali, della cosiddetta
guerra asimmetrica.
La deterrenza tradizionale, cioË la minaccia di
una rappresaglia capace di congelare ogni velleitý
aggressiva, ha dato frutti importanti e ha prodotto
risultati efficienti nel vecchio mondo della guerra
fredda, quando il confronto bipolare riguardava
stati o sistemi di alleanza militare e politica
riconoscibili in un territorio, in un regime politico,
in un esercito regolare. Le cose sono oggi in
parte cambiate, e la vera, tragica novitý degli
attentati dellí11 settembre sta proprio nella
dimostrazione che una rete terroristica alimentata
da complicitý statuali puÚ colpire al cuore entro
i suoi confini un Paese e, insieme, un sistema
di vita e di libertý che Ë quello che ci accomuna,
come europei e come italiani, al destino degli
Stati Uniti díAmerica.
Se a questo quadro si aggiungono le armi letali
e tecnologicamente sofisticate, di distruzione
e di sterminio di massa, che possono essere usate
direttamente o smerciate sul mercato internazionale
del terrore, bisogna riconoscere che alle nuove
preoccupazioni strategiche dellíamministrazione
americana non si puÚ semplicemente rispondere
con uníalzata di spalle, qualunque cosa nel merito
se ne pensi. Se gli Stati Uniti mettono oggi líaccento
sulla possibilitý di agire da soli o nellíambito
di alleanze costruite su misura per diverse missioni
politico-militari, questo vuol dire che il sistema
di decisione multilaterale ha mostrato crepe insopportabili
per un Paese che porta la maggiore responsabilitý,
e un diretto interesse nazionale, al problema
della sicurezza nel mondo.
Se emerge la questione della prevenzione politico-militare,
questo vuol dire che cíË un legame tra la crescita
del terrorismo e il pericolo costituito da stati
il cui solo scopo Ë líespansionismo regionale
o la destabilizzazione globale mediante líuso
o la minaccia di nuovi armamenti di sterminio.
La democrazia non Ë solo un valore per noi sacro,
Ë anche il quadro entro il quale la pace puÚ costruire
le sue fondamenta pi˜ solide. Nel mondo moderno
líespansione della democrazia non si realizza
con le armi, se non in condizioni eccezionali,
e per il resto procede da una complessa azione
di stimolo alla crescita e allo sviluppo: ma líobiettivo
di estendere istituzioni libere per popoli liberi
dallíoppressione non deve essere visto come un
progetto neocoloniale.
Il compito di alleati leali e indipendenti dellíAmerica,
quali noi siamo e resteremo, Ë dunque quello di
rafforzare gli strumenti di azione multilaterale,
costruire una efficace linea díazione europea,
e discutere caso per caso i pericoli e le soluzioni,
senza opporre il muro di gomma dellíinazione o
della diserzione dalla solidarietý al controverso,
ma comprensibile, nuovo orientamento strategico
degli Stati Uniti.
LíItalia ha un preciso interesse nazionale nel
seguire, in questa nuova crisi, linee díintervento
responsabili e indipendenti, ma lealmente collocate
nel quadro della storica alleanza con gli Stati
Uniti. Eí questo, a nostro giudizio, anche il
vero interesse ìsovranazionaleî dellíUnione europea.
Ma questo Ë un tempo in cui gli interessi e i
valori devono combinarsi strettamente e rigorosamente.
Gli americani, quando hanno dato fondo alle loro
risorse materiali e umane, e si sono impegnati
ìper ben due volteî nel secolo scorso in uníazione
di liberazione del nostro continente da minacce
di dominio totalitario, gli americani ci hanno
insegnato qualcosa che, noi europei avevamo dimenticato
nei mesi tragici dellíappeasement, quando a Monaco,
con la mediazione italiana, Adolf Hitler riuscÏ
a imporre la legge della forza e del fatto compiuto
su democrazie europee intimidite e riluttanti
ad agire. Gli americani ci hanno insegnato, con
Franklin Delano Roosevelt, che ìlíunica cosa di
cui avere paura Ë la stessa pauraî. Proseguiamo
dunque con coraggio, senza cedere a uno spirito
di divisione e di resa che indebolirebbe la ìnuovaî
funzione e il nuovo smalto internazionale del
nostro Paese, proseguiamo con coraggio in quello
sforzo politico, diplomatico e militare che i
nudi fatti, guardati senza fanatismo ma anzi con
freddezza, ci impongono come un ìdovere, come
un dovere nazionaleî. Vi ringrazio.
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