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Se
questo è un uomo
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Voi che vivete sicuri/nelle
vostre tiepide case/ voi che trovate tornando a
sera/ il cibo caldo e visi amici: considerate se
questo è un uomo
Venerdì sera radio tre ha trasmesso un'intervista
a Adriano Sofri che da Oscar Wilde ai nostri giorni
parlava di carceri. Vi posso assicurare che la voce
e le aspre parole di Adriano rendevano come immagini.
A me è venuta in mente la poesia che apre
e da il titolo al capolavoro di Primo Levi "Se
questo è un uomo". Perché? Ascoltando
la sua voce se ne intuiscono le espressioni, ma
soprattutto i suoi pensieri, le storie che le sue
parole raccontano, (non le sue, da grande qual è
evita di parlarne) storie nelle quali si è
imbattuto, tristi mappe geografiche del dolore:
testimoniate dal logorio corporeo dei protagonisti:
ragazzi arabi, asiatici, italiani non da Costanzo
show, zingari, gay, insomma quelli che la destra
considera sotto-cittadini da maltrattare, incarcerare
ed istruire all'ordine, alla disciplina e se riesce
anche alla religione cristiana (facendo felice Buttiglione
e le sue nuove forme di evangelizzazione).
L'intervista era impressionante, le storie, le condizioni,
la vita, e il tempo delle carceri che ne venivano
fuori sono spaventose (Sofri già aveva parlato
di questo nel libro "le prigioni degli altri")
soprattutto per lo scopo delle carceri in un paese
che si dice civile. Come di consueto, Adriano è
riuscito a sollevare un problema apparentemente
"irrisolvibile", costringendo l'opinione
pubblica a sbatterci il muso, a chiedersi come mai?
Perché?
Se dentro, come ci racconta Adriano, le cose vanno
male, fuori non scherziamo con Gasparri ministro,
che è un'offesa all'uomo e alla sua evoluzione
(si è permesso di dire che: finalmente potrà
chiamare liberamente Sofri assassino, bontà
del fato lo dovremo sopportare). Viviamo in un paese
che è scivolato nelle tasche di un mercante,
con un palinsesto al posto del governo dove modelle
attrici presentatrici quasi mamme diventano ministri,
dove repubblichini moderati e conservatori reazionari
finti moderati occupano la scena, dove tutto quello
che non si può comprare è comunista
e fuori legge, non importa se nella categoria ci
scappano anche i magistrati, sembra quasi normale
(o lo fanno passare come tale) che un uomo della
dignità e della morale di Sofri debba stare
in galera. Ed è tanto normale da creare scalpore,
perché Sofri non sputa sulla magistratura
ma con tono pacato e duro chiede giustizia, e fa
tanto scalpore perché da grande uomo qual
è affronta il carcere in modo inconsueto
preoccupandosi per gli altri, occupandosi degli
altri.
Nei suoi scritti non denuncia mai la sua condizione
di carcerato riuscendo, complice l'ignoranza, a
sembrare un opinionista che interviene con solerzia
su molteplici temi con sguardo diverso e sempre
acuto come nel suo ultimo intervento sulla questione
Palestinese-Israeliana. Io l'ho definito (con suo
piacere) anacronistico testimone, proprio per questa
sua inconsueta condizione, perché non scrive
urlando, non vende, nella sua scrittura c'è
la lenta bellezza dello scrivere, la ricerca e la
costruzione di un dialogo.
La sua scrittura è silenziosa, i suoi interventi
puntuali, i suoi ricordi da prima linea, sempre
faccia a faccia con il dolore, dal sapore Heminghweiano,
ed ha un modo di raccontare la storia che è
molto simile a quello di Elsa Morante. È
un minatore delle parole, scava in esse cercando
il loro significato recondito, è un indagatore
di frammenti del passato, di sguardi perduti, i
suoi racconti sono continua, infallibile ricerca
dell'essenziale. Il suo fine è quello di
inchiodare al muro dell'adesso il frutto delle sue
ricerche nel cassetto della memoria. I chiodi sono
le parole che usa: secche, scarne, mai superflue.
I suoi periodi sono sempre prosciugati, in loro
non ci sono ornamenti. La sua scrittura è
percorsa sempre da un filo di dolore, reso abitudine
amara, da prendere e lasciare. Narra di terre piene
di tinte forti, fotografandole in bianco e nero
in modo neorealistico, gli unici colori di passaggio
sono le donne, metafore della gioia sempre in viaggio.
Vi renderete conto che un uomo così non può
essere sequestrato dalla fievoli parole di un pentitello
dell'ultima ora, che improvvisamente si ricorda
che Sofri ha ordinato l'uccisione del commissario
Calabresi. Vi renderete conto che un uomo della
levatura morale e culturale di Adriano Sofri è
patrimonio di tutta la società civile mondiale
e non può essere trattato alla stregua di
un mafioso.
Io, fino alla fine ho sperato in un massiccio intervento
del governo di centro sinistra per Sofri, per la
sua scarcerazione, ma evidentemente gli esponenti
del governo non hanno avuto il tempo per la sensibilità,
impegolati com'erano a litigare sulle loro future
trincee di comodo. Io ho avuto un gesto di enorme
tenerezza da Sofri, ma anche in assenza di questo
mi sarei preoccupato per lui, per l'importanza che
ha ed ha avuto nella storia della sinistra italiana,
per questo vi scongiuro d'indignarvi, vi scongiuro
di impugnare la penna e di scrivere al nostro presidente
della Repubblica Ciampi, affinché conceda
la grazia a Adriano Sofri.
Ultimamente Sofri ha detto: ho più scritto
che vissuto, io vorrei che questa frase si ribaltasse,
noi abbiamo questo dovere Meditate
che questo è stato: vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore. Stando in casa andando
per via, coricandovi alzandovi, ripetetele ai vostri
figli. (Primo Levi).
MARCO CIRIELLO |
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