Se questo è un uomo
inviato da Marco Ciriello
 
Voi che vivete sicuri/nelle vostre tiepide case/ voi che trovate tornando a sera/ il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo

Venerdì sera radio tre ha trasmesso un'intervista a Adriano Sofri che da Oscar Wilde ai nostri giorni parlava di carceri. Vi posso assicurare che la voce e le aspre parole di Adriano rendevano come immagini. A me è venuta in mente la poesia che apre e da il titolo al capolavoro di Primo Levi "Se questo è un uomo". Perché? Ascoltando la sua voce se ne intuiscono le espressioni, ma soprattutto i suoi pensieri, le storie che le sue parole raccontano, (non le sue, da grande qual è evita di parlarne) storie nelle quali si è imbattuto, tristi mappe geografiche del dolore: testimoniate dal logorio corporeo dei protagonisti: ragazzi arabi, asiatici, italiani non da Costanzo show, zingari, gay, insomma quelli che la destra considera sotto-cittadini da maltrattare, incarcerare ed istruire all'ordine, alla disciplina e se riesce anche alla religione cristiana (facendo felice Buttiglione e le sue nuove forme di evangelizzazione).

L'intervista era impressionante, le storie, le condizioni, la vita, e il tempo delle carceri che ne venivano fuori sono spaventose (Sofri già aveva parlato di questo nel libro "le prigioni degli altri") soprattutto per lo scopo delle carceri in un paese che si dice civile. Come di consueto, Adriano è riuscito a sollevare un problema apparentemente "irrisolvibile", costringendo l'opinione pubblica a sbatterci il muso, a chiedersi come mai? Perché?

Se dentro, come ci racconta Adriano, le cose vanno male, fuori non scherziamo con Gasparri ministro, che è un'offesa all'uomo e alla sua evoluzione (si è permesso di dire che: finalmente potrà chiamare liberamente Sofri assassino, bontà del fato lo dovremo sopportare). Viviamo in un paese che è scivolato nelle tasche di un mercante, con un palinsesto al posto del governo dove modelle attrici presentatrici quasi mamme diventano ministri, dove repubblichini moderati e conservatori reazionari finti moderati occupano la scena, dove tutto quello che non si può comprare è comunista e fuori legge, non importa se nella categoria ci scappano anche i magistrati, sembra quasi normale (o lo fanno passare come tale) che un uomo della dignità e della morale di Sofri debba stare in galera. Ed è tanto normale da creare scalpore, perché Sofri non sputa sulla magistratura ma con tono pacato e duro chiede giustizia, e fa tanto scalpore perché da grande uomo qual è affronta il carcere in modo inconsueto preoccupandosi per gli altri, occupandosi degli altri.

Nei suoi scritti non denuncia mai la sua condizione di carcerato riuscendo, complice l'ignoranza, a sembrare un opinionista che interviene con solerzia su molteplici temi con sguardo diverso e sempre acuto come nel suo ultimo intervento sulla questione Palestinese-Israeliana. Io l'ho definito (con suo piacere) anacronistico testimone, proprio per questa sua inconsueta condizione, perché non scrive urlando, non vende, nella sua scrittura c'è la lenta bellezza dello scrivere, la ricerca e la costruzione di un dialogo.

La sua scrittura è silenziosa, i suoi interventi puntuali, i suoi ricordi da prima linea, sempre faccia a faccia con il dolore, dal sapore Heminghweiano, ed ha un modo di raccontare la storia che è molto simile a quello di Elsa Morante. È un minatore delle parole, scava in esse cercando il loro significato recondito, è un indagatore di frammenti del passato, di sguardi perduti, i suoi racconti sono continua, infallibile ricerca dell'essenziale. Il suo fine è quello di inchiodare al muro dell'adesso il frutto delle sue ricerche nel cassetto della memoria. I chiodi sono le parole che usa: secche, scarne, mai superflue. I suoi periodi sono sempre prosciugati, in loro non ci sono ornamenti. La sua scrittura è percorsa sempre da un filo di dolore, reso abitudine amara, da prendere e lasciare. Narra di terre piene di tinte forti, fotografandole in bianco e nero in modo neorealistico, gli unici colori di passaggio sono le donne, metafore della gioia sempre in viaggio.

Vi renderete conto che un uomo così non può essere sequestrato dalla fievoli parole di un pentitello dell'ultima ora, che improvvisamente si ricorda che Sofri ha ordinato l'uccisione del commissario Calabresi. Vi renderete conto che un uomo della levatura morale e culturale di Adriano Sofri è patrimonio di tutta la società civile mondiale e non può essere trattato alla stregua di un mafioso.

Io, fino alla fine ho sperato in un massiccio intervento del governo di centro sinistra per Sofri, per la sua scarcerazione, ma evidentemente gli esponenti del governo non hanno avuto il tempo per la sensibilità, impegolati com'erano a litigare sulle loro future trincee di comodo. Io ho avuto un gesto di enorme tenerezza da Sofri, ma anche in assenza di questo mi sarei preoccupato per lui, per l'importanza che ha ed ha avuto nella storia della sinistra italiana, per questo vi scongiuro d'indignarvi, vi scongiuro di impugnare la penna e di scrivere al nostro presidente della Repubblica Ciampi, affinché conceda la grazia a Adriano Sofri.

Ultimamente Sofri ha detto: ho più scritto che vissuto, io vorrei che questa frase si ribaltasse, noi abbiamo questo dovere

Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore. Stando in casa andando per via, coricandovi alzandovi, ripetetele ai vostri figli. (Primo Levi).

MARCO CIRIELLO
> torna su
Politica
Sociale
Informazione
Documenti
Eventi
Culture