Le macerie dell'Impero
inviato da Marco Ciriello
 
Per un osservatore sito nella nebulosa di Andromeda, il segno della nostra estinzione non sarebbe più appariscente di un fiammifero che si accende per un secondo nel cielo, e quel fiammifero fiammeggerà nel buio, non ci sarà nessuno a piangere una razza che usò il potere che avrebbe potuto mandare un segnale di luce verso le stelle, per illuminare la sua pira di morte.

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Ora che l'impero vacilla, ora che gli occhi hanno visto l'orrore, ora che la realtà scrive l'inimmaginabile, ora che la polvere ed il sangue coprono come un velo New York, ora che i barbari attaccano l'impero, ora che il gigante è caduto, offeso, stordito, ora solo ora cominciamo a capire. Ora solo ora ci chiediamo come mai il pane non è ancora liberalizzato in molti paesi del mondo, ora solo ora ci chiediamo dove ci ha portato questa deriva di sentimenti, valori e umanità, ora solo ora ci chiediamo se si può chiamare civiltà, la sistematica superficialità verso la fame e le condizioni umane della maggior parte degli abitanti della terra, ora solo ora che il futuro è compromesso, cominciamo a porci delle domande sensate.

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Per noi, tutto è cominciato con le elezioni americane, con la democrazia che vacilla, con gli opinionisti e gli elettori che unificavano Gore e Bush, che dicevano che una politica vale l'altra, che parificavano uno degli inventori di Internet, ambientalista e progressista con un petroliere orgoglioso della pena di morte, quest'ultimo uscito vincitore in modo dubbio, con lo scrutinio dei voti che si è trasformato in una riffa. Quante ne abbiamo sentite sulle differenze che non c'erano? Quanta superficialità? Tutto parte dalle elezioni, tutto parte dalle differenze non viste, tutto parte dalla mediocrità osannata. Si è potuto colpire l'America solo perché debole, solo perché per la prima volta la politica era sottomessa alla finanza, come da tempo il movimento di Seattle denunciava.
A cominciare dalla politica in medioriente, le differenze si sono viste e ora sentite, l'America è passata dalle azioni per la pace all'indifferenza, alla passività, sino alla superbia della riunione di Durban.
Tutto questo doveva allarmare, tutto questo doveva inquietare, far pensare che una risposta opposta si sarebbe avuta, ma non di questo livello.
Tutto questo orrore è una mano che disegna un nuovo muro, un nuovo ordine mondiale, una nuova separazione. Tutto questo cancella anni di trattative e di passi in avanti, creando sconforto, allarme e giustificata preoccupazione.
Ma chi ha prodotto una reazione così violenta? Come, cosa, perché?

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Bisognerebbe ricordare al presidente degli Stati Uniti, che non tanto il fallimento della strategie contro Saddam del padre, quanto di un modo di confrontarsi con le contraddizioni del mondo, dovrebbero spingerlo a cambiare atteggiamento rotta e stile, soprattutto dopo un episodio così. Perché il satapro Saddam, come i talebani dell'Afghanistan che ora "nascondono" Bin Laden, sono frutto degli interessi politici degli Stati Uniti. Nel primo caso per poter avversare l'Iran di Kohmeini, nel secondo per cacciare dall'Afghanistan i comunisti sostenuti dalla Russia. E va ricordata anche la guerra del Golfo, che come unico risultato, riportò al potere in Kuwait uno sceicco che, uccise i suoi avversari politici senza processi, usando metodi non diversi dal satrapo iracheno.
Ci rendiamo conto che le regole per questo nuovo mondo siano optional, ma si dovrebbe usare l'ONU per bloccare con sanzioni e con iniziative politiche i paesi che permettono il proliferare del terrorismo. Ma ormai, questa organizzazione è ridotta ad una agenzia di viaggi che organizza visite guidate nel mondo. A completare il tutto c'è un Europa debole, buona solo a guardarsi nelle tasche, per niente interessata alla politica quella vera, degna dell'idea di Spinelli. In questo mondo dove la politica è sottoposta alla finanza, solo in questo si è potuto sferrare un attacco feroce alla democrazia o alla sua forma in declino.
Il nostro stupore è lo stesso del romano che vedeva l'impero attaccato dai barbari, che vedeva l'ondata di violenza travolgere le sue città senza capirne l'origine. Come ha scritto Sofri, bisogna ripensare tutto, non avere paura, ci avevano abituati ad una supremazia occidentale, che non aveva precedenti in quanto letteralmente universale; ma risulta ormai che questa egemonia è destinata ad essere altrettanto transitoria delle precedenti, di Mongoli, Arabi, Unni, Romani, Greci, Persiani, Assiri, Accadi. Con il fiorente mercato nero di armi non c'è più bisogno dello stato nazionale come entità politica del militarismo. Basta un signore della guerra provvisto di contanti e di un manipolo di seguaci, per mettere in difficoltà un impero e sconvolgere le nostre convinzioni.
L'America ha praticato una politica repressiva, violenta, silenziosa, che ha prodotto morte e degrado, solo che i mezzi di comunicazione hanno evitato di servircela a tavola, come ora fanno con le scene apocalittiche che vengono da New York, zeppe di rosari e commenti, e questa oggi, è l'implosione di quella politica.

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Il vero pericolo, non scongiurato, ma anzi alimentato da giornali e tv è la guerra in se - ci stanno preparando lentamente a questa parola - che si aspettava scomparsa da un mondo evoluto(?) e civile(?). Tanto è vero che da tempo ci dicevano solo di poche rumorose guerre e ormai inevitabili, - provate a farvi un giro sul sito di Emergency - scoprirete un mondo sommerso dalle guerre e in larga parte gli Stati Uniti quando non influenzano o condizionano, finanziano. Quindi noi , tutta queste meraviglia, scusateci, ma non la capiamo
Bene è invece capire cosa è la guerra, dove porta, come nasce e di cosa si alimenta. La teoria che più ci sembra adatta e vicina alla realtà, è quella di Barbara Ehrenreich da nessuno citata, nonostante la sua autorevolezza e lungimiranza, proverò a riassumere le sue teorie. La guerra è, in un senso che ancora in parte ci sfugge, un modello di comportamento autoreplicante dotato di un dinamismo interno, non diversamente da tutto ciò che è vivo, tutto sta nell'innescarla. Le scienze sociali non dispongono di categorie adatte a contenere un'entità del genere, ma altri campi incominciano a proporre schemi di riferimento, uno di questi è il concetto di "meme", proposto dal biologo Richard Dawkins per descrivere l'evoluzione culturale in analogia con il gene dell'evoluzione biologica. Il "meme" sarebbe "un'unità culturale" autoreplicante; al pari dei geni, i memi tendono a diffondere il maggior numero possibile di copie di se stessi. Un altro possibile modo di pensare la guerra come attività autoreplicante ci viene dall'informatica, quale che sia l'analogia cui ci ispiriamo, quella con il gene o quella con i programmi per computer, ciò che vogliamo capire è come possono le società umane cadere preda di entità "viventi" create inizialmente dagli uomini stessi. Questa tragica possibilità è implicitamente prefigurata, a nostro avviso, nella descrizione che Marx ci dà del capitalismo. Nel Capitale, come in quell'altro classico ottocentesco che è il Frankestein di Mary Shelley, la creatività umana pone in essere qualcosa, il mercato o il mostro, che sfugge al controllo dell'uomo.
Se guardiamo alla guerra come un prodotto dell'uomo ma che poi autonomamente si assolve dal suo controllo, solo alimentato da esso, perché poi è l'uomo stesso a divenirne strumento, allora possiamo vedere la guerra come parassita che si autoreplica, un'entità fondamentalmente estranea e supremamente indifferente al nostro destino che però lo condiziona fino a rendere l'uomo schiavo di idee aberranti, fino a portarlo all'autoestinzione, vista la tecnologia bellica e anche vista la classe dirigente di questo brutto brutto mondo.

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Il terrorismo si nutre di eventi eclatanti e si serve di messaggi semplici ed immediati, paradossalmente è molto simile ai sistemi di comunicazione odierna, più si soffre maggiore sarà il risultato. Il tutto si potrebbe semplificarlo a rigor di mezzo televisivo parafrasando uno slogan del terrorismo nostrano: Colpirne cento per educarne uno: Bush e la politica americana, che affama e umilia il mondo islamico, proprio questa politica ha creato la risposta terrorista che si macera di allegria desolata imbevendosi in letture retrograde e singolari del corano. Ma l'Islam quello vero ed evoluto ha dimostrato che si può dialogare con le altre due grandi religioni, che ci sono i presupposti per una convivenza senza prevalenze. Certo fin quando ci saranno assassini come Sharon, che non dimentichiamo è l'autore del massacro dei profughi che erano nei campi di Sabra e Chatila, e non va dimenticato che l'origine di queste nuova ondata di violenza in medioriente direttamente collegata agli attacchi contro gli USA, la si deve proprio alla passeggiata di Sharon sulla spianata delle moschee, il dialogo sarà minato al vertice. Una pace in medioriente sarebbe la risposta migliore a questo terrorismo che ci minaccia tutti, senza distinzioni di razza e luogo. Se ragioniamo in questo senso, non dico che arriviamo alla soluzione ma almeno cominciamo a capirne le mosse, capiamo che una risposta violenta, feroce senza misure è quello che si aspettano, se invece venissero risposte di pace (medioriente), indagini mirate e risposte militari non di portata guerrafondaia, allora ci sarebbe uno spiazzamento che riporterebbe alla quasi normalità, ma temo il contrario. Come diceva non a torto Bertold Brecht, unendo due opposti non riconducibili alla razionalità: la guerra è come l'amore: trova sempre una via, tutto sta nello sbarrare quella via, abbiamo già visto dove porta e cosa.

da
MARCO CIRIELLO
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