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I-ran
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L'orizzonte è una chimera
dalle fosche tinte, e noi viandanti calpestati dal
suo avanzare, immobili muti segni fra fioche luci
tristi, animate illuse ombre di un gioco spezzato.
Li ripescò la mattina, ma il blu che li raccoglieva
era quello delle camicie della polizia italiana,
non era ancora del tutto sorto il sole e quello
che doveva essere il giorno più luminoso
della loro vita si trasformò in un buio inutile
e fermo. Sulla spiaggia c'erano copertoni, legni
vomitati dal mare, una barca in pensione che si
godeva la sabbia e quattro cadaveri, quattro (o)scuri
uomini, distesi inermi uccisi dalla fretta dei molti
Caronte che traghettano la speranza da un inferno
all'altro. Si parte, con dentro le tasche da una
parte i sogni di normalità e dall'altra la
malinconia, non si arriva, e quelle tasche le svuota
l'avidità del mare. Si lascia quasi sempre
un paese che non merita di essere nominato per arrivare
in uno che non vuole meritarsi di essere abitato.
Si lasciano da una parte le lacrime e le sconfitte
ma dall'altra non sempre si trovano gli opposti,
anzi ci sono storie che non hanno risvolti, nascono
male e si concludono peggio. Senza nomi, senza identità
questi quattro uomini sono stati fatti venire a
morire sulle porte della distante Europa. Ormai
le distanze tra questa nostra terra e le altre si
misurano in numeri di scomparsi, il mare è
un cimitero di morti immeritate, ingoia uomini,
navi, missili, orizzonti di vita, petrolio, bambini,
rifiuti chimici, cambiamenti, donne, senza differenza
alcuna. L'Europa è un grande hotel che si
fa pagare caro, e non ha finestre basse. Destino
oscuro hanno avuto questi quattro uomini, sono annegati
in un mare super sorvegliato dove sta girando un
nuovo Titanic, icona della violenza, simbolo dell'inutile
e del superfluo, che ospiterà otto icone
di otto paesi votati alla religione dell'offesa.
Non ce l'hanno fatta ed ora fanno compagnia alla
barca sulla sabbia, svuotati, soli, inutili incoscienti
vittime sacrificali di una guerra silenziosa e redditizia,
passeggeri di viaggi senza destinazione, attori
di una tragedia già vista, già consumata
e per questo doppiamente dolorosa. I poliziotti
ripetono gesti uguali che compongono il mosaico
delle loro azioni in queste situazioni, che da anni
si ripetono senza sosta, cambiano gli uomini, cambiano
i tempi, ma le coste ed il tragico modo di approdarvi
rimane uguale. Arrivano spazzati come gusci di lumache
dal vento, forte si alzano in cielo speranzosi e
contenti del panorama e poi avvolti da un vertice
frenetico di speranza paura e coraggio quasi non
sentono lo schiantarsi, il venire meno delle forze,
il forte ultimo impatto con una terra amara che
non gli appartiene e che li vedrà e terrà
per se, ennesimo inganno di un crudele destino che
sembra avercela con chi non ha niente da prendere.
N.b. è cosa singolare che un paese conservatore
contenga nel proprio nome ma in un'altra lingua
la parola correre al passato to ran, corsi. I quattro
sfortunati protagonisti erano riusciti a scappare
per un attimo da un paese che è un verbo
al passato, che non ha fughe?
Cordialmente
Marco Ciriello |
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