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Ma il capitolo dedicato alla violenza non può non soffermarsi, per qualche
istante, sullepisodio al tempo stesso più
clamoroso e carico di conseguenze: Genova, edizione
1960.
Gli Italiani, compresi molti tra i più
informati non sanno alcune cose che meritano,
credo, di essere meditate. Mi limito ad elencarle
* a Genova avevamo tenuto comizi, anche nei mesi
precedenti, senza il minimo disturbo e con il
massimo concorso di pubblico. A Genova, per intenderci,
in piazza della Vittoria e in tutte le altre piazze
del centro cittadino;
* il sindaco di Genova dellepoca, democristiano
e naturalmente ex partigiano, era stato eletto
con i voti determinanti dei nostri consiglieri
comunali. Non li aveva respinti; e la Democrazia
Cristiana non se ne era scandalizzata, nel nome
degli ideali della resistenza;
* la data della località del nostro congresso
nazionale erano state concordate dallallora
nostro segretario del partito con lallora
Presidente del Consiglio e lallora Ministro
dellInterno;
* il Prefetto di Genova, visitato una settimana
prima da un nostro vice segretario nazionale,
gli aveva testualmente detto che tutto era tranquillo
e che era assurdo nutrire preoccupazioni di sorta.
* Gli scontri in città, questo è
il dato più rilevante, non ebbero luogo
durante il nostro congresso, che non si svolse,
ma prima della data fissata per lo svolgimento
del nostro congresso, ed ebbero luogo avendo come
protagonisti i socialcomunisti da un lato e le
Forze dellOrdine, polizia e carabinieri,
dallaltro. Neppure un missino fu aggredito
o ferito quei giorni a Genova; mentre centocinquanta
tra agenti dellordine e carabinieri furono
mandati allospedale in un solo pomeriggio.
In quella circostanza le forze della liberazione
adottarono una nuova arma, nuova per quei cimenti:
il gancio dei portuali di Genova,
molto efficace nellarpionare possibilmente
al fegato, i ragazzi in divisa;
* È così vero che gli scontri in
città non colpirono i missini che il sottoscritto
in quei giorni circolò per Genova, con
tanto di distintivo del partito allocchiello
(non per uno stupido sfizio, mi si creda; ma per
cercare un amico che non sapevamo dove fosse),
e nessuno lo disturbò.
Ecco il fedele sunto della rivolta
di Genova, della difesa, come qualcuno
disse in Parlamento, che la città di Genova,
che i cittadini democratici di Genova
ritennero di essere chiamati ad organizzare, contro
linsulto costituito dal congresso di un
partito che in quel momento reggeva con voti determinanti
e non contrattati o retribuiti il Governo del
Paese e lamministrazione di quella stessa
città. Vale proprio la pena di ricordare
quegli eventi, perché anche di recente,
da sinistra, Genova 1960 è stata richiamata
alla memoria degli Italiani come esempio di quel
che accade quando da destra si minacciano i liberi
ordinamenti della Nazione.
Quanto a vicende a noi più vicine nel tempo,
quanto al dilagare in Italia della violenza politica
e alle sue possibili conseguenze, io mi permetto,
in aggiunta alle considerazioni già fatte,
di osservare bonariamente che la vera lotta non
è mai stata e non è, tra violenza
e violenza, tra maggiore e minore violenza, tra
violenza e rassegnazione, tra chi vuole vivere
la sua giornata da leone e chi accetta di vivere
le sue cento giornate da pecorone. Codesta rozza
e infantile concezione della lotta politica non
è degna di tempi civili né di un
grande Paese, malgrado tutto, come lItalia.
Quando sembra che una simile concezione stia per
prevalere, ciò significa soltanto che i
tempi vacillano verso la inciviltà e che
il nostro Paese inclina verso la barbarie. La
vera contesa, allinterno dei partiti e tra
i partiti, è tra gli intelligenti e gli
imbecilli; avendo gli imbecilli dalla propria
parte la forza del numero e la convergenza di
molti materiali interessi, avendo gli intelligenti
lapparente svantaggio della umanità
(lintelligenza o è umana, o non è)
ma lenorme risorsa del coraggio genuino,
oltre a quella insondabile riserva di pazienza
e tenacia che è larma segreta della
civiltà.
Quando, in sostanza, concludo dicendo che la violenza
non mi fa paura, questo intendo dire. Non è
una minaccia. È una sfida civile. |