Genova 1960
inviato da Giorgio Consorti
 
brano tratto da: Giorgio Almirante - Autobiografia di un "fucilatore" Edizioni del Borghese, 1974 - Cap.XII, pag.183-185

Ma il capitolo dedicato alla violenza non può non soffermarsi, per qualche istante, sull’episodio al tempo stesso più clamoroso e carico di conseguenze: Genova, edizione 1960.

Gli Italiani, compresi molti tra i più informati non sanno alcune cose che meritano, credo, di essere meditate. Mi limito ad elencarle

* a Genova avevamo tenuto comizi, anche nei mesi precedenti, senza il minimo disturbo e con il massimo concorso di pubblico. A Genova, per intenderci, in piazza della Vittoria e in tutte le altre piazze del centro cittadino;

* il sindaco di Genova dell’epoca, democristiano e naturalmente ex partigiano, era stato eletto con i voti determinanti dei nostri consiglieri comunali. Non li aveva respinti; e la Democrazia Cristiana non se ne era scandalizzata, nel nome degli ideali della resistenza;

* la data della località del nostro congresso nazionale erano state concordate dall’allora nostro segretario del partito con l’allora Presidente del Consiglio e l’allora Ministro dell’Interno;

* il Prefetto di Genova, visitato una settimana prima da un nostro vice segretario nazionale, gli aveva testualmente detto che tutto era tranquillo e che era assurdo nutrire preoccupazioni di sorta.

* Gli scontri in città, questo è il dato più rilevante, non ebbero luogo durante il nostro congresso, che non si svolse, ma prima della data fissata per lo svolgimento del nostro congresso, ed ebbero luogo avendo come protagonisti i socialcomunisti da un lato e le Forze dell’Ordine, polizia e carabinieri, dall’altro. Neppure un missino fu aggredito o ferito quei giorni a Genova; mentre centocinquanta tra agenti dell’ordine e carabinieri furono mandati all’ospedale in un solo pomeriggio. In quella circostanza le forze della “liberazione” adottarono una nuova arma, nuova per quei cimenti: il “gancio” dei portuali di Genova, molto efficace nell’arpionare possibilmente al fegato, i ragazzi in divisa;

* È così vero che gli scontri in città non colpirono i missini che il sottoscritto in quei giorni circolò per Genova, con tanto di distintivo del partito all’occhiello (non per uno stupido sfizio, mi si creda; ma per cercare un amico che non sapevamo dove fosse), e nessuno lo disturbò.

Ecco il fedele sunto della “rivolta” di Genova, della “difesa”, come qualcuno disse in Parlamento, che la città di Genova, che i cittadini “democratici” di Genova ritennero di essere chiamati ad organizzare, contro l’insulto costituito dal congresso di un partito che in quel momento reggeva con voti determinanti e non contrattati o retribuiti il Governo del Paese e l’amministrazione di quella stessa città. Vale proprio la pena di ricordare quegli eventi, perché anche di recente, da sinistra, Genova 1960 è stata richiamata alla memoria degli Italiani come esempio di quel che accade quando da destra si minacciano i liberi ordinamenti della Nazione.

Quanto a vicende a noi più vicine nel tempo, quanto al dilagare in Italia della violenza politica e alle sue possibili conseguenze, io mi permetto, in aggiunta alle considerazioni già fatte, di osservare bonariamente che la vera lotta non è mai stata e non è, tra violenza e violenza, tra maggiore e minore violenza, tra violenza e rassegnazione, tra chi vuole vivere la sua giornata da leone e chi accetta di vivere le sue cento giornate da pecorone. Codesta rozza e infantile concezione della lotta politica non è degna di tempi civili né di un grande Paese, malgrado tutto, come l’Italia.

Quando sembra che una simile concezione stia per prevalere, ciò significa soltanto che i tempi vacillano verso la inciviltà e che il nostro Paese inclina verso la barbarie. La vera contesa, all’interno dei partiti e tra i partiti, è tra gli intelligenti e gli imbecilli; avendo gli imbecilli dalla propria parte la forza del numero e la convergenza di molti materiali interessi, avendo gli intelligenti l’apparente svantaggio della umanità (l’intelligenza o è umana, o non è) ma l’enorme risorsa del coraggio genuino, oltre a quella insondabile riserva di pazienza e tenacia che è l’arma segreta della civiltà.

Quando, in sostanza, concludo dicendo che la violenza non mi fa paura, questo intendo dire. Non è una minaccia. È una sfida civile.

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