| Siamo tuttora nella morsa dei
fondamentalisti e dei signori della guerra, gli
stessi che fra il 1992 e il 1996 si macchiarono
di crimini orrendi.
Chiunque scriva contro questo governo e i signori
della guerra, rischia la morte e solo nel migliore
dei casi l’arresto. Le prigioni non sono
mai state così piene di giornalisti come
oggi.
Nella provincia di Herat, solo dalle tasse del
passaggio di frontiera con l’Iran, il signore
della guerra Ismail Khan riceva oltre un milione
di dollari al giorno.
Il mio sogno è di vivere, magari anche
un solo giorno, ma senza fondamentalismo. Vorrei
che le nuove generazioni potessero crescere in
un Paese moderno, civile.
“Una giornata che non dimenticherò
mai: il 28 aprile 1992. Stavo facendo colazione
con la nonna, quando la radio annunciò
che i mujahiddin, superate le loro divisioni interne,
avevano occupato Kabul. Anziché gioire
per la sconfitta dei russi, la nonna mi disse
che un male nuovo e peggiore avrebbe oppresso
il Paese”. Così racconta Zoya, 24
anni, una militante di Rawa (Revolutionary association
of women of Afghanistan).
La sua infanzia è costellata di violenze
e lutti: entrambi i genitori furono uccisi per
mano fondamentalista in quegli anni; e il suo
presente – fra il Pakistan, dove si rifugiò
a 16 anni, e l’Afghanistan, dove continua
a vivere e lavorare clandestinamente – è
nel segno della militanza politica. Questa, oggi,
la porta a denunciare: “Molti in Occidente
parlano di ‘liberazione dell’Afghanistan
da parte degli Stati Uniti. Purtroppo, le cose
non stanno così. Siamo tuttora nella morsa
dei fondamentalisti e dei signori della guerra,
gli stessi che fra il 1992 e il 1996 si macchiarono
di crimini orrendi”. Ecco l’intervista
che ci ha rilasciato.
Ci può dare una sua opinione riguardo all’attuale
governo afgano?
L’attuale governo afgano – per intenderci
quello in carica dopo la cosiddetta “guerra
al terrorismo” da parte delle forze americane
– aveva suscitato molte speranze tra la
gente comune. Questa ne aveva avuto abbastanza
di quello talebano e delle massicce violazioni
che l’avevano caratterizzato. Si sperava
che il nuovo esecutivo avrebbe portato la democrazia
e il rispetto dei diritti delle donne; o che almeno
l’Afghanistan sarebbe stato finalmente ripulito
della presenza fondamentalista.
Ma dagli ultimi rapporti che abbiamo ricevuto
da Kabul, risulta che la situazione non è
poi molto diversa della precedente. Molti in Occidente
e nei media governativi afgani parlano di “liberazione
dell’Afghanistan” da parte degli Stati
Uniti. Purtroppo, però, non siamo stati
liberati. Siamo tuttora nella morsa dei fondamentalisti
e dei signori della guerra.
Non c’è libertà di parola.
Di recente, è uscito un rapporto di Human
Rights Watch: ricostruisce con precisione una
lunghissima serie di rapine, stupri, minacce nei
confronti di giornalisti spesso incarcerati e
torturati. Chiunque scriva contro questo governo
e i signori della guerra, rischia la morte e solo
nel migliore dei casi l’arresto.
Le prigioni non sono mai state così piene
di giornalisti come oggi. Rawa, che è un’organizzazione
nonviolenta, ancora non può lavorare in
Afghanistan. Talvolta vorremmo solo denunciare
quanto avviene, e non ci è permesso. I
servizi segreti sono molto attivi nei confronti
di leader dell’opposizione, degli intellettuali.
Eppure qualcosa è cambiato?
Sì. Il fatto che le scuole e le Università
oggi abbiano riaperto alle bambine e alle ragazze
è positivo. Ma questo avviene solo a Kabul
ed è strettamente legato alla presenza
delle truppe dell’Isaf (la Forza internazionale
di assistenza per la sicurezza, decisa dalla comunità
internazionale a Bonn nel dicembre 2001, ndr).
Quando queste lasceranno l’Afghanistan,
siamo sicure che i fondamentalisti si risentiranno
liberi di compiere crimini simili a quelli compiuti
fra il 1992 e il 1996. La gente non può
dimenticare quelle violenze; e che gli stessi
signori della guerra siano oggi nuovamente al
potere, purtroppo, non fa certo ben sperare: ogni
notte ci si aspetta di essere derubati o uccisi
nella propria casa. Non c’è alcuna
sicurezza, libertà di parola; si temono
gli stupri, le intimidazioni.
E Hamid Karzai? È un vero capo
di Stato, o un burattino nelle mani degli americani?
Karzai è solo nominalmente a capo del governo.
Il vero potere è nelle mani dei signori
della guerra dell’Alleanza del Nord. Mentre
Kabul sembra tornata alla normalità (ma
non lo è) con scuole e Università
aperte, il resto del Paese è più
che mai stretto nella morsa fondamentalista: nelle
province del nord, dell’est e dell’ovest,
in questi ultimi sei mesi oltre otto scuole femminili
sono state attaccate; di conseguenza, molti genitori
hanno smesso di mandarci le loro figlie, per non
correre il rischio di stupri, matrimoni forzati,
ecc.
L’educazione è dunque debole in tutto
l’Afghanistan, ad esclusione della capitale.
E la sicurezza è una chimera: persino alcune
operatrici sanitarie straniere recentemente sono
state stuprate; come lo continuano ad essere molte
donne afgane, all’interno delle loro case.
Sono violenze, queste, che di rado vengono denunciate.
Lo stupro continua, infatti, ad essere un’onta
per la famiglia e dunque si cerca di sotterrare
la cosa. Ma sia Rawa che Human Right Watch confermano
nei loro rapporti questo stato di cose.
Come esercitano il potere i vari signori
della guerra?
Ognuno di loro ha sovranità su un’area
specifica. Questa funziona come uno Staterello
con proprie finanze, un proprio esercito, una
propria polizia, ecc.; l’autorità
dello Stato centrale viene assolutamente ignorata,
perché il potere è nelle mani locali.
Essi hanno partiti, supporti anche finanziari
da parte di Paesi stranieri.
Ad esempio, nella provincia di Herat, solo dalle
tasse del passaggio di frontiera con l’Iran
il signore della guerra Ismail Khan riceva oltre
un milione di dollari al giorno. Per non parlare
dei finanziamenti che gli arrivano dall’estero.
Questo è solo uno dei tanti signori della
guerra che oggi governano l’Afghanistan.
Quali Paesi li sponsorizzano?
Soprattutto gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.
Segue l’Iran che per adesso sostiene solo
uno dei questi signori della guerra, e l’Arabia
Saudita che pure vuole prendere parte al gioco.
Ci sono insomma vari Paesi che hanno forti interessi
economici, politici e geostrategici in Afghanistan.
Quanti sono i signori della guerra oggi in Afghanistan?
È difficile dire esattamente quanti siano.
Il nostro ministro della Difesa, il generale Mohammed
Fahim, fra i signori della guerra è uno
dei più spietati criminali. La gente lo
teme, perché quello che ha fatto fra il
1992 e il 1996 è qualcosa che non si può
né dimenticare, né perdonare. Altro
caso: il dottor Abdullah, nostro ministro degli
Esteri, è anche lui un signore della guerra.
Il presidente Karzai è un sequestrato,
nella mani dei signori della guerra che hanno
il potere di decidere per lui.
Rawa ha mai cercato un contatto personale
con il presidente Karzai?
L’opinione di Rawa e della nostra gente
a proposito di Karzai è questa: non è
un signore della guerra, non è un fondamentalista;
le sue mani non sono macchiate di sangue. All’inizio,
quando approdò all’incarico di presidente,
aveva una certa popolarità: era il solo
a parlare dei diritti delle donne e di democrazia.
Ma lentamente ha perso credibilità. E la
gente s’è resa conto che non stava
disarmando, ad esempio, i signori della guerra.
Senza un effettivo disarmo, non si può
essere ottimisti circa il futuro dell’Afghanistan:
non si può pensare che le elezioni possano
essere realmente democratiche, o che la nuova
Costituzione possa funzionare. Nulla potrà
cambiare, finché Karzai stesso non imporrà
la consegna degli enormi quantitativi di armi
che ci sono ancora in giro. E la gente vede che
il presidente è invece uno incline al compromesso
con i signori della guerra. La stessa Rawa non
ha aspettative nei confronti di questo governo.
I crimini commessi in Afghanistan fra
il 1992 e il 1996, oltre a quelli di cui si sono
macchiati successivamente i talebani, sono destinati
a rimanere impuniti? In che stato versa la giustizia?
Questo è stato uno dei primi progetti di
Rawa: vogliamo trascinare chiunque si sia macchiato
di crimini contro l’umanità davanti
ad un Tribunale penale internazionale. È
una grande vergogna per la comunità internazionale,
che i maggiori responsabili oggi ricevano milioni
di dollari in aiuti, anziché un giusto
processo. È un grande insulto nei confronti
della popolazione afgana, il cui sangue è
stato (e continua ad essere) versato. Da anni
siamo raccogliendo testimonianze su testimonianze
di violazioni e siamo pronte ad andare in tribunale.
Ma, dal punto di vista finanziario, Rawa non ha
le forze per sostenere tutto questo da sola. Durante
i nostri viaggi all’estero, cerchiamo dunque
la collaborazione di avvocati occidentali disposti
a collaborare a qualsiasi livello.
Uno dei più potenti signori della
guerra afgani, fra l’altro implicato nell’assassinio
di Meena (la fondatrice di Rawa, ndr)
a Quetta, in Pakistan, il 4 febbraio 1987, è
il leader del partito Hizb-i Islami (un
partito islamico radicale dominato dall’etnia
Pashtun), Gulbuddin Hekmatyar. A che punto
è la raccolta di prove a suo carico?
Gulbuddin Hekmatyar non è solo responsabile
dell’assassinio di Meena, ma anche dell’uccisione
di migliaia di intellettuali, politici, scrittori,
persone che amavano la libertà. A Peshawar,
in Pakistan, che all’epoca era un importante
centro del terrorismo, egli gestiva prigioni segrete,
camere di tortura. Le sue mani grondano di sangue.
Nel 1992, quando era ancora al potere (sarà
premier nel 1993, sotto il presidente Burhanuddin
Rabbani; e si dimetterà per combattere
l’antico rivale l’anno successivo,
ndr), aveva già sulla coscienza la morte
di 50mila afgani. Fra questi c’è
il nome della nostra fondatrice, Meena, il cui
assassinio fu organizzato con l’aiuto del
Kgb.
Com’è percepita la presenza americana
in Afghanistan da parte della gente comune e degli
intellettuali?
All’inizio alcune di noi pensavano davvero
che gli americani fossero venuti per liberarci.
Ma presto è apparso chiaro che gli Stati
Uniti non avevano alcun vero interesse in questo
senso. Avevano, al contrario, interessi economici
e politici in relazione alla posizione geostrategicamente
importante del nostro Paese nell’area asiatica.
In particolare, erano gli oleodotti e i gasdotti
in via di completamento ad apparire preziosi agli
occhi di Washington.
Una delle ragioni fondamentali per la presenza
americana in Afghanistan, resta la volontà
di punire una loro “ex creatura”,
Osama Bin Laden, agente della Cia negli anni della
guerra fredda.
La stessa cosa è successa con i talebani.
Poche settimane prima della loro fine, gli Stati
Uniti avevano dato 43 milioni di dollari al loro
governo (fra l’altro già internazionalmente
condannato). L’America si è limitata
a sostituire l’appoggio ad un governo fondamentalista
con un altro. Se avesse davvero desiderato la
liberazione dell’Afghanistan, non si sarebbe
mai appoggiato all’Alleanza del Nord, di
cui la nostra gente ha una paura persino maggiore
dei talebani. L’abbiamo già sperimentata
fra il 1992 e il 1996; la mentalità è
la stessa, forse la dose d’ipocrisia è
addirittura più alta. Si sono rasati –
niente più barbe lunghe – e ora indossano
vestiti occidentali, ma le idee sono identiche.
Rawa ritornerà ad operare in Afghanistan?
Siamo già tornate a Kabul e in tutte le
province dell’Afghanistan. Ma lavoriamo
clandestinamente. Del resto, anche sotto il regime
talebano era così: la nostra era una presenza
generalizzata, ma invisibile. Oggi organizziamo
corsi di alfabetizzazione nelle scuole, nelle
Università; vogliamo fornire alle donne
gli strumenti dell’educazione e della consapevolezza.
È uno dei progetti basilari di Rawa. Finché
le donne non saranno educate, non conosceranno
i loro diritti e quindi non saranno in grado di
resistere nella dura lotta che si prospetta. Educare
una donna significa “armarla” contro
il fondamentalismo.
Dunque siamo presenti, ma nascoste. Oggi in Afghanistan
non c’è alcuna libertà per
i partiti politici e soprattutto per un’organizzazione
come la nostra, che espone i signori della guerra
(in particolare quelli con incarichi governativi)
e l’Alleanza del Nord a livello internazionale.
Rawa ha documentato i crimini più efferati,
che sono stati commessi da questa gente. Quindi
ci temono e contrasteranno sempre le nostre attività,
dentro e fuori il Paese. Abbiamo un ospedale ad
Islamabad, un’unità sanitaria mobile
e scuole femminili in vari campi profughi di Peshawar
(Pakistan).
Che cosa succederà in Afghanistan nei prossimi
mesi?
La gente parla di ricostruzione, di elezioni,
di una nuova Costituzione, ecc. Tutto ciò,
aggiungo io, avverrà all’ombra delle
armi dei signori della guerra. Di conseguenza,
le elezioni non potranno essere libere; e i diritti
della popolazione non saranno tutelati. Sul breve
periodo, è impossibile essere dunque ottimisti.
Quali dovrebbero essere oggi le priorità?
Le urgenze restano queste: il disarmo delle varie
fazioni; il blocco dei finanziamenti da parte
dei Paesi stranieri ai fondamentalisti di turno,
che oggi sono più forti che mai. Non mancano
i soldi, oggi in Afghanistan, nemmeno per la ricostruzione.
Solo che sono nelle mani sbagliate.
La comunità internazionale dovrebbe, da
un lato, premere per l’apertura di processi,
in Tribunali penali internazionali, riguardanti
i crimini contro l’umanità commessi
nel periodo 1992-1996 (oltre che sotto il governo
talebano); dall’altro, dovrebbe sostenere
tutte le forze democratiche che tentano di operare
in Afghanistan. Altrimenti la libertà,
la democrazia e soprattutto la laicità
– importantissima, vista la strumentalizzazione
dell’islam che è stata fatta in questi
anni – qui non vedranno mai la luce.
Sta emergendo qualche nuovo leader politico sulla
scena afgana?
No. Lo stesso Karzai, oggi presidente, lavorava
come funzionario della multinazionale petrolifera
Unilocal (società americana che poco prima
della guerra era in trattativa per costruire un
oleodotto e gasdotto attraverso l’Afghanistan,
ndr). Rappresentava gli Stati Uniti a Kabul. Era
un loro uomo di fiducia. Poi, improvvisamente,
si è proposto come leader politico alla
nostra gente. Che credibilità può
avere?
Tuttavia, ci sono molti piccoli movimenti democratici
che cominciano a funzionare oggi in Afghanistan.
Hanno tante idee, ma troppi pochi soldi per potersi
imporre sulla scena.
Che cosa sogna per sé e per l’Afghanistan?
Da quando sono nata, non ho mai visto la libertà
in Afghanistan. Ho sperimentato solo crimini,
una brutalità senza fine, sangue versato.
Il mio sogno è di vivere, magari anche
un solo giorno, ma senza fondamentalismo. Vorrei
che le nuove generazioni potessero crescere in
un Paese moderno, civile.
A cura di ALESSANDRA GARUSI
Per chi volesse approfondire, è uscito
recentemente il libro Zoya: la mia storia (Zoya
con John Follain e Rita Cristofani, Sterling &
Kupfer editori, Milano 2002, pp. 210, 14,50 euro).
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