| Si discute molto in questi
mesi, anche nel nostro paese, sulla questione
della guerra. Lazione militare in Afghanistan
prima, poi contro lIraq ha aperto una discussione,
talora drammatica, talora confusa, con semplificazioni
assai scoraggianti. Basti pensare alla distinzione
di difficile decifrazione fra pacifisti assoluti
e pacifisti relativi, i primi sempre contro la
guerra, i secondi disponibili alla guerra a qualche
condizione. Oppure la distinzione tra pacifisti
incoscienti (i ciecopacifisti) e i pacifisti pensanti,
inaugurata da Sartori.
Io credo che innanzitutto, piuttosto che entrare
in dispute ideologiche, è necessario riflettere
sulla guerra e sul suo cambiamento di qualità.
Con i primi bombardamenti sulle città,
durante la guerra di Spagna, la guerra ha cominciato
a cambiare qualità. I civili diventano
per la prima volta obiettivi militari. Fino a
quel momento i civili morivano in guerra, ma in
modo non deliberato e occasionale. Certo pagavano
il passaggio degli eserciti, ma non erano degli
obiettivi.
Nella seconda guerra mondiale la metà dei
morti sono civili e la bomba atomica di Hiroshima
e Nagasaki è la rappresentazione di tutto
questo. Con essa non si vuole distruggere un convoglio
di carri armati o una caserma, si spazza via in
un attimo una città. La bomba atomica vuole
colpire i popoli non gli eserciti. In questo senso
la bomba atomica apre e qualifica il tempo di
una nuova qualità della guerra.
Può sembrare un paradosso. Negli ultimi
cinquantanni per fortuna non cè
mai stato un conflitto nucleare, ma le guerre
si sono sempre più caratterizzate come
massacro di civili, dalla guerra di Corea in poi.
Negli ultimi dieci anni, secondo stime largamente
riconosciute da tutti, su cento morti prodotti
dalla guerra, 93 sono civili (di cui 34 sono bambini)
solo 7 sono militari.
Queste cifre elementarissime, che riguardano non
solo le guerre dimenticate, ma anche certe guerre
Onu, come il Kosovo o lAfghanistan, mettono
fortemente in discussione il dibattito che si
fa sulla guerra, sulluso proporzionato della
forza, sulla legittima difesa, sulle guerre umanitarie
o chirurgiche. È necessario prendere atto
innanzitutto che la guerra attuale ha questo segno,
a prescindere dalle connotazioni ideologiche che
ciascuno le può attribuire, e significa
anche che iniziare unoperazione militare
ha questi costi, senza veli e ipocrisie, quasi
che si fosse capaci di fare altro.
Ma cè unaltra valutazione da
fare. Che la guerra moderna non finisce di uccidere
nel momento in cui si firma un trattato o una
tregua. È noto che le mine antiuomo uccidono
ben oltre la fine di una guerra e così
le bombe a grappolo, largamente usate anche in
Afghanistan. Unaltra questione riguarda
linquinamento ambientale prodotto dalla
guerra. Questo tocca in modo delicatissimo la
popolazione civile, soprattutto mette a repentaglio
le condizioni sanitarie.
Basti ricordare la polemica sul problema delluranio
impoverito in Bosnia e in Kosovo e la possibile
crescita di tumori del sangue sui nostri soldati,
ma evidentemente anche sulla popolazione civile
e al tempo stesso la tragedia dei bambini iracheni,
che muoiono per mancanza di medicine che curino
i tumori prodotti dallinquinamento ambientale
della guerra del 1991.
La guerra moderna, al di là di come la
si voglia definire, ha questa dimensione e comporta
questi problemi. Un certo pensiero astratto sulla
guerra dovrebbe imparare a fare i conti con la
concreta durezza della guerra. Se in concreto
la guerra ha questa durezza e dimensione, non
è serio parlarne in termini astratti, secondo
un formalismo che vela e cancella la realtà.
Quando si dice che nella guerra bisogna stare
dalla parte delle vittime, si intende essenzialmente
questo. Leggere e discernere il conflitto con
gli occhi degli innocenti che lo pagano a caro
prezzo. Talora si arriva a distruggere un popolo,
per abbattere il dittatore che schiavizza quel
popolo. Il popolo che già paga duramente
un regime autoritario non può essere oggetto
di unulteriore violenza, per eliminare quel
dittatore.
Cè poi unaltra considerazione
da fare. Luccisione deliberata e voluta
dei civili produce una seminagione di odio, che
ha lunico effetto di moltiplicare la guerra
e di rendere impossibile o comunque fragilissima
ogni tregua o pace.
Basterebbe guardare da questo punto di vista al
conflitto israelo palestinese: i palestinesi e
gli israeliani hanno ciascuno per la propria parte
diritti fondamentali da difendere. Lo scontro
militare in atto, che pone i civili al centro
del conflitto attraverso il terrorismo e le bombe
umane da una parte e dallaltra interventi
militari che mirano a distruggere la vita della
società palestinese, ha come unico risultato
di far crescere il muro di paura e di diffidenza
reciproca, allontanando la possibilità
di una soluzione pacifica e condivisa al conflitto.
Cè a mio avviso un pacifismo storico
con cui tutti devono fare i conti: la guerra,
lazione militare, al di là delle
buone intenzioni e dei distinguo di ciascuno,
avviene nella realtà e concretamente secondo
quanto abbiamo detto e allora bisogna domandarci,
con coraggio e senza infingimenti, se ha senso,
proprio in vista della pace, perseguire una strada
che ha come concreto obiettivo quello di rendere
più lontana la via del dialogo e dellincontro.
Non possiamo nasconderci dietro ragionamenti formali,
che hanno qualche elemento di plausibilità,
ma di fatto non si misurano su quanto avviene
quando la guerra è in atto.
La guerra, con il volto che ha assunto oggi, diventa
una via impraticabile verso la pace, perché
produce effetti importanti e consistenti che vanno
nella direzione contraria, senza di fatto risolvere
nessuna questione. |