| Ngodup Tsering è nato
nel 1951, esattamente un anno dopo l'invasione
cinese del Tibet. E dunque ha conosciuto soltanto
la realtà l'occupazione culminata con il
completo rovesciamento del governo tibetano, nel
1959. Da allora più di un milione e 200mila
tibetani sono morti a causa diretta o indiretta
dell'invasione; in seguito alla politica di colonizzazione
attuata dal governo di Pechino, i tibetani sono
diventati una minoranza all'interno del loro stesso
paese; 6mila tra monasteri e templi sono stati
distrutti. Come il Dalai Lama ('59) e 100mila
connazionali, la famiglia Tsering scelse allora
la via dell'esilio. Destinazione: il distretto
di Darjeeling (Bengala Occidentale, India). Proprio
qui, dall'83, il professor Tsering insegna Scienze
biologiche ai figli dei rifugiati tibetani. Studiando,
si acquisisce il diritto di parola, dice.
Quest'uomo che ha fatto dell'educazione l'impegno
politico e culturale di una vita, nell'intervista
spiega come le scuole siano diventate negli anni
dei veri luoghi di resistenza. Di
qui l'analisi si allarga all'India, al Pakistan,
alla Cina.
Qual è la situazione, oggi, in Tibet?
È molto critica. L'attuale politica cinese
è quella di trasferire il maggior numero
di cinesi in Tibet, in modo che i tibetani diventino
una minoranza nel loro stesso paese. Inoltre i
cinesi dicono una cosa e ne fanno puntualmente
un'altra. A Lhasa e dintorni, stanno cercando
di mostrare agli stranieri che vige una certa
libertà religiosa. Ma nei monasteri, dove
prima dell'invasione cinese c'erano 600-700 monaci,
ora ce ne sono solamente 100-200. E anche per
loro non c'è libertà di professare
la propria fede religiosa. Il tentativo evidente,
da parte cinese, è di convincere soprattutto
l'opinione pubblica internazionale che qualcosa
è cambiato in senso democratico, ma non
corrisponde alla realtà. Ai monaci è
permesso recitare alcune preghiere; altre manifestazioni
religiose restano però vietate.
La tortura è ancora praticata?
Sì. È tuttora molto diffusa. Ne
abbiamo notizie continuamente. Si registrano arresti,
sparizioni e torture. Basta avere con sé
una foto del Dalai Lama, per essere sottoposti
ad ogni genere di soprusi sia fisici che psichici.
Qual è la politica del Dalai Lama in questo
momento?
La sua politica resta quella della nonviolenza.
Non vuole nuocere ai cinesi. Insiste per una via
di mezzo che consenta ai due popoli di condurre
la propria esistenza fianco a fianco.
È mai rientrato, anche clandestinamente,
in Tibet?
No. Perché dal 67 ho preso parte
attivamente al Consiglio giovanile tibetano, che
critica in modo molto schietto il governo di Pechino.
E quindi il mio nome figura sulla lista nera.
Rientrare significherebbe automaticamente il carcere
o la morte.
Ha più senso restare in Tibet e tentare
di resistere, o andare all'estero e da lì
riorganizzare la lotta?
Sono rimasti pochissimi monaci in Tibet, rispetto
a quelli che c'erano. Questi pochi possono però
ispirare le giovani generazioni, trasmettendo
la nostra religione e la nostra cultura, che è
assolutamente diversa da quella cinese. Serve
più questo, di quello che possono eventualmente
fare i monaci dall'India. Vivendo in Tibet, continuano
la loro lotta. Politicamente, l'impatto sulle
giovani generazioni è maggiore.
Chi sta vincendo al momento?
Non stanno vincendo i cinesi, come si potrebbe
presumere. Essi sono sottoposti a forti pressioni,
da tutte le parti del mondo. Devono dimostrare
di concedere il diritto alla libertà religiosa.
Di fatto lo negano, perché questo avrebbe
un contraccolpo anche sul fronte interno cinese
(in Cina vivono molti buddisti), ma cercano allo
stesso tempo di salvare la faccia, dando almeno
l'impressione di un miglioramento. È un'opera
di puro maquillage.
In Cina, ci sono molte minoranze. E perdere la
battaglia con il Tibet significherebbe anche dover
affrontare altre rivendicazioni da parte di altri
gruppi etnici all'interno del paese
Questa paura, da parte cinese, è assolutamente
fondata. Non si possono controllare, sopprimere,
le emozioni e il volere della gente. Lo si può
fare per dieci o quindici anni. Ma ad un certo
punto riesploderanno. Quindi, di sicuro, ci sarà
un enorme cambiamento anche all'interno della
Cina, non solo in Tibet. È inevitabile.
I cinesi obbligheranno i loro leader politici
a cambiare.
Pechino si è aggiudicata le Olimpiadi del
2008. Vede questa come un'opportunità per
riaccendere i riflettori sul Tibet occupato?
Sì. Ci saranno manifestazioni di protesta,
forse anche a Lhasa. Il caso non esploderà,
forse, perché ogni cosa è sotto
controllo. Ci saranno tuttavia dei movimenti.
Anche noi del Consiglio giovanile tibetano, in
esilio, avevamo scritto al Comitato olimpico chiedendo
il boicottaggio della scelta di Pechino come sede
dei giochi. Un paese, la Cina, dove i diritti
umani sono sistematicamente violati. Ci hanno
risposto dicendo di appoggiare in pieno la nostra
causa. Probabilmente, dietro le quinte, ci sono
state parecchie pressioni. E ora la sede è
purtroppo quella. Ma sono sempre possibili singoli
boicottaggi.
Lo scorso marzo, nel Gujarat indiano, estremisti
indù hanno guidano un pogrom antimusulmano.
I morti sono stati più di mille. Il governo
ha cercato di minimizzare. Mentre secondo la scrittrice
Arundhati Roy, il fascismo è qui.
Lei che cosa ne pensa?
Penso che sia una crisi provocata dalla politica,
alimentata dai partiti. La gente è abituata
a convivere. In altri posti, indù e musulmani
stanno assieme senza alcuna distinzione di spazi.
Ed è probabile che qui si sia stato lo
zampino di agenzie straniere. In relazione alla
strage del Sabarmati Express, in cui sono bruciati
vivi 58 passeggeri indù (episodio di poco
precedente al pogrom, ndr), è stato arrestato
un missionario musulmano di origine pakistana,
ad esempio. Islamabad è interessata a modificare
gli equilibri della regione. Questo è certo.
L'ennesimo scontro fra India e Pakistan sul
Kashmir sfocerà in una guerra, o tutto
rientrerà?
Nessuna delle due parti vuole in realtà
una guerra. Né l'India, né il Pakistan
sono in una posizione tale da potersela permettere.
Economicamente, la situazione di Islamabad è
molto compromessa, e anche New Delhi non se la
passa così bene. Entrambi i paesi, però,
subiscono pressioni da parte dei leader religiosi
più estremisti. Ma la maggioranza della
gente vuole la pace.
La retorica contro il terrorismo, il fragore di
sciabole contro il Pakistan, lo spiegamento di
quasi un milione di soldati in stato di massima
allerta alla frontiera: pare che l'India abbia
dimenticato la lezione di Gandhi
Può sembrare così. Ma non lo è.
Nelle scuole, non solo nella mia, le celebrazioni
per ricordare la nascita del Mahatma sono durate
due giorni. Forse c'è ancora chi dice che
questo leader ha fatto dei grossi errori. La maggioranza,
però, ritiene ancora che sia stato un uomo
giusto. Che abbia tracciato il cammino verso la
libertà. La politica di Gandhi, quella
della nonviolenza, assomiglia a quella del Dalai
Lama. Lo stesso Dalai Lama sottolinea spesso questa
somiglianza. Che l'attuale governo indiano lo
voglia o meno, il Padre della nazione resta Gandhi.
Torniamo a Lei. Per quale ragione Lei ha deciso
di fare l'insegnante?
Su tematiche religiose, siamo sempre stati afferrati.
Non si può dire altrettanto per quelle
scientifiche, legate alla tecnica. Per questo
ho deciso di dedicarmi all'insegnamento, e in
particolare a questo secondo ambito. Penso che
quando uno è istruito, è anche in
grado di combattere per i propri diritti, la libertà
in primis.
A cura di ALESSANDRA GARUSI
LA LEZIONE
C'è qualcosa che Lei, in vent'anni di
insegnamento, ha sempre ripetuto ai suoi studenti?
Che l'India, a noi tibetani, offre in questo momento
una serie di servizi e di opportunità.
Ma non devono scordare dove si trova la nostra
Patria: oltre il grande Himalaya. I nostri oppositori
sono molto forti. Ed ugualmente forti noi dobbiamo
essere, fisicamente e mentalmente, per poter combattere.
Studiando, si acquisisce il diritto di parola.
La verità è la verità. E
il nostro diritto è il nostro diritto.
Per questa ragione sono sicuro che arriverà
il giorno, in cui il Tibet sarà libero.
Forse proprio per il fatto che in Tibet c'erano
più monasteri che scuole, culturalmente
questo paese è stato così vulnerabile
all'assalto cinese. Ma oggi siamo ancora sul tetto
del mondo, consapevoli del nostro vecchio tallone
d'Achille (l'educazione), e dunque sarà
più difficile per Pechino avere la meglio.
Ora sono le scuole il primo luogo di resistenza
culturale contro l'invasione. |