Tibet: dove si insegna a resistere

Quest'intervista è stata realizzata a margine della tournée di un gruppo di monaci del Gyudmed Tantric Monastery. Ngodup Tsering, che attualmente insegna ai tibetani rifugiatisi nel distretto di Darjeeling (West Bengal, India), era il loro accompagnatore. Non si possono controllare, sopprimere, le emozioni e il volere della gente. Lo si può fare per dieci o quindici anni. Ma ad un certo punto riesploderanno. Oggi siamo ancora sul tetto del mondo, consapevoli del nostro vecchio "tallone d'Achille" (l'educazione), e dunque sarà più difficile per Pechino avere la meglio.
di Alessandra Garusi

Ngodup Tsering è nato nel 1951, esattamente un anno dopo l'invasione cinese del Tibet. E dunque ha conosciuto soltanto la realtà l'occupazione culminata con il completo rovesciamento del governo tibetano, nel 1959. Da allora più di un milione e 200mila tibetani sono morti a causa diretta o indiretta dell'invasione; in seguito alla politica di colonizzazione attuata dal governo di Pechino, i tibetani sono diventati una minoranza all'interno del loro stesso paese; 6mila tra monasteri e templi sono stati distrutti. Come il Dalai Lama ('59) e 100mila connazionali, la famiglia Tsering scelse allora la via dell'esilio. Destinazione: il distretto di Darjeeling (Bengala Occidentale, India). Proprio qui, dall'83, il professor Tsering insegna Scienze biologiche ai figli dei rifugiati tibetani. “Studiando, si acquisisce il diritto di parola”, dice. Quest'uomo che ha fatto dell'educazione l'impegno politico e culturale di una vita, nell'intervista spiega come le scuole siano diventate negli anni dei veri “luoghi di resistenza”. Di qui l'analisi si allarga all'India, al Pakistan, alla Cina.

Qual è la situazione, oggi, in Tibet?

È molto critica. L'attuale politica cinese è quella di trasferire il maggior numero di cinesi in Tibet, in modo che i tibetani diventino una minoranza nel loro stesso paese. Inoltre i cinesi dicono una cosa e ne fanno puntualmente un'altra. A Lhasa e dintorni, stanno cercando di mostrare agli stranieri che vige una certa libertà religiosa. Ma nei monasteri, dove prima dell'invasione cinese c'erano 600-700 monaci, ora ce ne sono solamente 100-200. E anche per loro non c'è libertà di professare la propria fede religiosa. Il tentativo evidente, da parte cinese, è di convincere soprattutto l'opinione pubblica internazionale che qualcosa è cambiato in senso democratico, ma non corrisponde alla realtà. Ai monaci è permesso recitare alcune preghiere; altre manifestazioni religiose restano però vietate.

La tortura è ancora praticata?

Sì. È tuttora molto diffusa. Ne abbiamo notizie continuamente. Si registrano arresti, sparizioni e torture. Basta avere con sé una foto del Dalai Lama, per essere sottoposti ad ogni genere di soprusi sia fisici che psichici.

Qual è la politica del Dalai Lama in questo momento?

La sua politica resta quella della nonviolenza. Non vuole nuocere ai cinesi. Insiste per una via di mezzo che consenta ai due popoli di condurre la propria esistenza fianco a fianco.

È mai rientrato, anche clandestinamente, in Tibet?

No. Perché dal ‘67 ho preso parte attivamente al Consiglio giovanile tibetano, che critica in modo molto schietto il governo di Pechino. E quindi il mio nome figura sulla lista nera. Rientrare significherebbe automaticamente il carcere o la morte.

Ha più senso restare in Tibet e tentare di resistere, o andare all'estero e da lì riorganizzare la lotta?

Sono rimasti pochissimi monaci in Tibet, rispetto a quelli che c'erano. Questi pochi possono però ispirare le giovani generazioni, trasmettendo la nostra religione e la nostra cultura, che è assolutamente diversa da quella cinese. Serve più questo, di quello che possono eventualmente fare i monaci dall'India. Vivendo in Tibet, continuano la loro lotta. Politicamente, l'impatto sulle giovani generazioni è maggiore.

Chi sta vincendo al momento?

Non stanno vincendo i cinesi, come si potrebbe presumere. Essi sono sottoposti a forti pressioni, da tutte le parti del mondo. Devono dimostrare di concedere il diritto alla libertà religiosa. Di fatto lo negano, perché questo avrebbe un contraccolpo anche sul fronte interno cinese (in Cina vivono molti buddisti), ma cercano allo stesso tempo di salvare la faccia, dando almeno l'impressione di un miglioramento. È un'opera di puro maquillage.
In Cina, ci sono molte minoranze. E perdere la battaglia con il Tibet significherebbe anche dover affrontare altre rivendicazioni da parte di altri gruppi etnici all'interno del paese…
Questa paura, da parte cinese, è assolutamente fondata. Non si possono controllare, sopprimere, le emozioni e il volere della gente. Lo si può fare per dieci o quindici anni. Ma ad un certo punto riesploderanno. Quindi, di sicuro, ci sarà un enorme cambiamento anche all'interno della Cina, non solo in Tibet. È inevitabile. I cinesi obbligheranno i loro leader politici a cambiare.

Pechino si è aggiudicata le Olimpiadi del 2008. Vede questa come un'opportunità per riaccendere i riflettori sul Tibet occupato?

Sì. Ci saranno manifestazioni di protesta, forse anche a Lhasa. Il caso non esploderà, forse, perché ogni cosa è sotto controllo. Ci saranno tuttavia dei movimenti. Anche noi del Consiglio giovanile tibetano, in esilio, avevamo scritto al Comitato olimpico chiedendo il boicottaggio della scelta di Pechino come sede dei giochi. Un paese, la Cina, dove i diritti umani sono sistematicamente violati. Ci hanno risposto dicendo di appoggiare in pieno la nostra causa. Probabilmente, dietro le quinte, ci sono state parecchie pressioni. E ora la sede è purtroppo quella. Ma sono sempre possibili singoli boicottaggi.

Lo scorso marzo, nel Gujarat indiano, estremisti indù hanno guidano un pogrom antimusulmano. I morti sono stati più di mille. Il governo ha cercato di minimizzare. Mentre secondo la scrittrice Arundhati Roy, “il fascismo è qui”. Lei che cosa ne pensa?
Penso che sia una crisi provocata dalla politica, alimentata dai partiti. La gente è abituata a convivere. In altri posti, indù e musulmani stanno assieme senza alcuna distinzione di spazi. Ed è probabile che qui si sia stato lo zampino di agenzie straniere. In relazione alla strage del Sabarmati Express, in cui sono bruciati vivi 58 passeggeri indù (episodio di poco precedente al pogrom, ndr), è stato arrestato un missionario musulmano di origine pakistana, ad esempio. Islamabad è interessata a modificare gli equilibri della regione. Questo è certo.

L'ennesimo scontro fra India e Pakistan sul Kashmir sfocerà in una guerra, o tutto rientrerà?
Nessuna delle due parti vuole in realtà una guerra. Né l'India, né il Pakistan sono in una posizione tale da potersela permettere. Economicamente, la situazione di Islamabad è molto compromessa, e anche New Delhi non se la passa così bene. Entrambi i paesi, però, subiscono pressioni da parte dei leader religiosi più estremisti. Ma la maggioranza della gente vuole la pace.
La retorica contro il terrorismo, il fragore di sciabole contro il Pakistan, lo spiegamento di quasi un milione di soldati in stato di massima allerta alla frontiera: pare che l'India abbia dimenticato la lezione di Gandhi…
Può sembrare così. Ma non lo è. Nelle scuole, non solo nella mia, le celebrazioni per ricordare la nascita del Mahatma sono durate due giorni. Forse c'è ancora chi dice che questo leader ha fatto dei grossi errori. La maggioranza, però, ritiene ancora che sia stato un uomo giusto. Che abbia tracciato il cammino verso la libertà. La politica di Gandhi, quella della nonviolenza, assomiglia a quella del Dalai Lama. Lo stesso Dalai Lama sottolinea spesso questa somiglianza. Che l'attuale governo indiano lo voglia o meno, il Padre della nazione resta Gandhi.

Torniamo a Lei. Per quale ragione Lei ha deciso di fare l'insegnante?

Su tematiche religiose, siamo sempre stati afferrati. Non si può dire altrettanto per quelle scientifiche, legate alla tecnica. Per questo ho deciso di dedicarmi all'insegnamento, e in particolare a questo secondo ambito. Penso che quando uno è istruito, è anche in grado di combattere per i propri diritti, la libertà in primis.

A cura di ALESSANDRA GARUSI

LA LEZIONE
C'è qualcosa che Lei, in vent'anni di insegnamento, ha sempre ripetuto ai suoi studenti?
Che l'India, a noi tibetani, offre in questo momento una serie di servizi e di opportunità. Ma non devono scordare dove si trova la nostra Patria: oltre il grande Himalaya. I nostri oppositori sono molto forti. Ed ugualmente forti noi dobbiamo essere, fisicamente e mentalmente, per poter combattere. Studiando, si acquisisce il diritto di parola. La verità è la verità. E il nostro diritto è il nostro diritto. Per questa ragione sono sicuro che arriverà il giorno, in cui il Tibet sarà libero.
Forse proprio per il fatto che in Tibet c'erano più monasteri che scuole, culturalmente questo paese è stato così vulnerabile all'assalto cinese. Ma oggi siamo ancora sul tetto del mondo, consapevoli del nostro vecchio “tallone d'Achille” (l'educazione), e dunque sarà più difficile per Pechino avere la meglio. Ora sono le scuole il primo luogo di “resistenza” culturale contro l'invasione.

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