Biopirateria: un saccheggio senza fine

INTERVISTA A SILVIA RIBEIRO
Silvia Ribeiro, messicana di origine uruguayana, ci conduce attraverso i meccanismi della bioispezione e ne svela i meccanismi perversi: dalla biopirateria agli interessi delle industrie farmaceutiche e agrochimiche.
di Paola Erba

La biopirateria è anche questo: il furto delle conoscenze indigene da parte delle imprese, che se ne servono per andare “a colpo sicuro” sulle piante da studiare e brevettare. È l'espoliazione, in cambio di pochi soldi, di una cultura antichissima.
In un sistema siffatto, andrebbe persa, ancora più di quanto già accade, la sovranità alimentare dei paesi poveri: la loro capacità, cioè, di produrre per l’autosostentamento e non solo per l’esportazione.

La diversità biologica è una ricchezza sempre più indispensabile all'industria. A quella delle biotecnologie, soprattutto, che indaga la natura, ne riproduce i codici genetici, li brevetta e li applica in molteplici campi: nell'industria farmaceutica e nell'agricoltura, ad esempio. Questo processo, apparentemente innocuo, cela spesso ingiustizie e rischi per il futuro. Tra le ingiustizie, c'è il modo stesso di studiare la natura, che è poi quella del “Sud” del mondo, ricchissima di varietà e dei principi attivi di cui l'industria va in cerca. A Porto Alegre ne abbiamo parlato con Silvia Ribeiro, giornalista e ricercatrice del Gruppo Etc (Gruppo di Azione su Erosione, Tecnologia e Concentrazione), un'organizzazione internazionale che ha sede in Canada e basi in molti paesi del mondo. Da anni, il Gruppo Etc promuove la diversità culturale e biologica e i diritti umani, attraverso studi accurati e coraggiosi, pubblicazioni e denunce.

Cosa s’intende per biopirateria?

L'appropriazione delle conoscenze e delle risorse genetiche delle comunità campesine e indigene da parte di individui e istituzioni che vogliono il controllo e il monopolio esclusivo su queste risorse e conoscenze. Da 20 anni circa, la biopirateria non è più solo fisica: le imprese non si limitano a portare via la pianta, ma anche il brevetto. È una forma di proprietà intellettuale, che permette di reclamare un diritto esclusivo su una risorsa genetica. Chi vorrà usufruirne (per coltivare una pianta, ad esempio), dovrà pagare. Per il mais, esistono già oltre 70 specie brevettate.

Quali sono i paesi più colpiti dalla biopirateria?

Quelli che destano più interesse per le imprese: Venezuela, Costarica, Colombia, Messico Ecuador, Perù, Congo, Madagascar, Cina, Indonesia, Australia. Più in generale, tutta la parte di selva tropicale della Terra.

A cosa si deve questo interesse delle case farmaceutiche nelle piante?

La natura è una base molto importante dell'industria farmaceutica. E con i progressi della tecnologia, è più facile, a partire da un estratto naturale, produrre un composto farmaceutico. A volte le piante vengono anche brevettate tali e quali: è il caso del tepescohuite, la corteccia di un albero messicano, miracolosa per le ustioni, recentemente patentata da un'impresa spagnola.
Le cifre che l'industria farmaceutica guadagna con i composti naturali sono impressionanti: nel 1996, a livello mondiale, i guadagni in rimedi naturali ammontavano a 32mila milioni di dollari. E fino al 1980, quasi il 25% dei farmaci che si vendevano negli Stati Uniti proveniva da estratti naturali.

Quali industrie sono implicate nella biopirateria?

Tutti i colossi del settore farmaceutico, agrochimico e delle sementi. Non più di qualche decina in tutto. Per i prodotti farmaceutici, ci sono il gruppo Glaxo e Smith Kline Beecham, Pfizer (incluso Warner Lambert), Merck & Co, AstraZeneca, Aventis, Bristol-Myers Squibb, Novartis, Pharmacia (incluso Monsanto & Upjohn), Hoffman-La Roche, Johnson & Johnson. Nel settore agrochimico, Syngenta (Novartis +AstraZeneca), Pharmacia (Monsanto), Aventis (AgrEvo + Rhone Poulenc), BASF (+ Cyanamid), DuPont, Bayer, Dow AgroSciences, Makhteshim-Agan, Sumitomo, FMC.. Nell'industria delle sementi, si distinguono: DuPont (Pioneer), Pharmacia (Monsanto), Syngenta, Groupe Limagrain, Grupo Pulsar (Seminis), Advanta (AstraZeneca e Cosun), Dow (+ Cargill North America), KWS AG, Delta & Pine Land, Aventis.

La provenienza di queste imprese?

Stati Uniti, Svizzera, Messico (è l'unico caso, quello del Gruppo Pulsar), Olanda, Gran Bretagna, Germania, Francia. Le imprese farmaceutiche sono quelle che oggi hanno la maggiore disponibilità di liquidi. Più dell'informatica, del petrolio, dei minerali. Il mercato farmaceutico è cresciuto da 70 bilioni di dollari nel 1981, a 317 nel 2000.

Proprio in questi tre settori si è verificata negli ultimi anni, una concentrazione senza precedenti, che vede sconfinamenti di un campo nell'altro (il farmaceutico produce anche agrochimico e sementi, ad esempio). Le dieci più grandi industrie farmaceutiche hanno il 47% del mercato mondiale (valutato in 317 bilioni di dollari). Nel settore agrochimico, le dieci maggiori controllano l'87% del mercato (30 bilioni di dollari), e in quello delle sementi, il 30% di un mercato di 24,4 bilioni di dollari.

Che impatto ha la biopirateria sulle culture indigene?

La diversità naturale va di pari passo con quella culturale. Intendo quella delle culture indigene, campesine, che per anni hanno coltivato, sperimentato, promosso specie adatte al loro ambiente. Non è un caso che in Messico ci siano oltre 50 razze indigene e più di 300 le specie di mais che nei millenni si sono adattate alle condizioni più varie: al mare, alla selva umida, alle altezze di 3000 metri. La biopirateria è anche questo: il furto delle conoscenze indigene da parte delle imprese, che se ne servono per andare “a colpo sicuro” sulle piante da studiare e brevettare. È l'espoliazione, in cambio di pochi soldi, di una cultura antichissima.

Come avviene questo “furto”?

Fino agli anni '90, le imprese andavano presso le comunità indigene, prelevavano le piante, non chiedevano il permesso, né pagavano nulla. Poi si accorsero che era molto più efficace chiedere consiglio agli anziani e agli sciamani. Ai depositari del sapere, insomma. Così si cominciò ad offrire denaro in cambio di indicazioni. E neanche tanto: molti contratti di bioispezione prevedono una “ripartizione giusta ed equa dei benefici”: ma chi stabilisce cosa è giusto ed equo? Tra l'altro, il più delle volte ci si limita a dare un salario. Ma il know how può essere pagato con un salario?

Nella maggior parte dei casi, comunque, non sono le imprese a lavorare direttamente con i villaggi indigeni. Piuttosto, affidano il lavoro a “terzi”: Università, istituti di ricerca locali, che diventano a loro volta complici (sfruttati) della biopirateria. La Merck, in Costarica, ha da poco stipulato un contratto con l'Institudo Nacional de la Biodiversidad, pagando un milione di dollari per 10mila campioni. Se la Merck avesse fatto quelle stesse ricerche da sola, avrebbe pagato almeno 4 volte tanto.

Ma a parte lo sfruttamento, sono altre (e ben più gravi) le conseguenze di questo “scambio”. La conoscenza millenaria delle piante medicinali, è sempre stata collettiva e gratuita. Anche se ristretta (perché affidata allo sciamano), ha sempre avuto una funzione sociale. Offrire soldi crea un terremoto nelle relazioni della comunità: commercializzare un bene pubblico è un modo per privatizzarlo. E finisce per erodere una cultura fondata sulla gratuità.

Che futuro ci attende se continueremo a brevettare le risorse genetiche e naturali?
Soprattutto in campo agricolo, le prospettive sono preoccupanti. Se alla concentrazione di imprese e al meccanismo delle patenti aggiungiamo lo sviluppo della tecnologia, andiamo verso un sempre maggiore controllo da parte di pochi gruppi industriali.

Di quali tecnologie parla?

Del transgenico, ad esempio. Anche questo settore entra in piena regola nel sistema perverso dei brevetti sulla vita. Oggi i campi coltivati con semi transgenici si trovano negli Stati Uniti (20.5 milioni di ettari), in Argentina (4,3 milioni di ettari), Canada (2,8 milioni), Australia (0,1 milioni). Poi ci sono quelli contaminati “per sbaglio”, di cui non abbiamo dati certi: in Messico, ad esempio, lo scorso gennaio, il mais tradizionale è stato contaminato con il transgenico negli stati di Oaxaca e di Puebla. In una percentuale che andava, a seconda dei luoghi, dal 3 al 15%. Ma un dato è particolarmente inquietante: sono solo tre le grandi multinazionali che vendono Ogm nel mondo: la Monsanto, che nel 2001 è risultata responsabile del 91% di tutte le coltivazioni Ogm nel mondo, la Syngenta e Aventis CropScience.

I rischi? Una sempre maggiore dipendenza degli agricoltori dalle grandi aziende produttrici. Una dipendenza che nel Sud del mondo sarà ancora più drammatica: perché i semi transgenici costano (così come gli erbicidi adatti alle nuove specie, venduti dalle stesse multinazionali delle sementi). E perché la selva, le montagne, i piccoli appezzamenti su cui vivono i produttori del Sud, non sono compatibili con gli Ogm, i cui costi si ammortizzano solo all'interno di un'agricoltura intensiva e meccanizzata.

Non è escluso, infine, il rischio di una “guerra biologica”: un virus lanciato su piantagioni uniformi (quelle geneticamente modificate lo sono), provocherebbe una catastrofe. In un sistema siffatto, andrebbe persa, ancora più di quanto già accade, la sovranità alimentare dei paesi poveri: la loro capacità, cioè, di produrre per l’autosostentamento e non solo per l’esportazione. E di agricoltura di sussistenza, quella fatta di piccoli produttori e di appezzamenti minuscoli, oggi vive il 25% della popolazione mondiale.

A cura di PAOLA ERBA

IL CASO DEI FAGIOLI MESSICANI

La biopirateria oggi coinvolge anche l'industria agrochimica e quella delle sementi. Non si brevettano solo piante medicinali e principi attivi, ma anche semi. Qual è l'impatto delle patenti sull'agricoltura?
È tremendo e immediato. Facciamo un esempio: qualche anno fa, un coltivatore statunitense prelevò in Messico una delle tante specie di fagioli (frijoles) che possediamo e che sono il frutto di una tradizione millenaria. Tornò negli Stati Uniti, lo coltivò e lo brevettò.
Come proprietario del brevetto, pretese che tutti gli importatori gli pagassero i diritti: una pretesa assurda, che però aveva validità giuridica. Così gli importatori statunitensi, per non incorrere in guai giudiziari, smisero di importare quella qualità di frijol dal Messico. Oltre 1000 agricoltori messicani persero il 90% delle loro entrate. L'Etc group, da tre anni, sta combattendo contro questo caso paradossale. E la causa è ancora in corso.

> torna su
Africa
Asia
Europa
Medio Oriente
America Centro
America Nord
America Sud
Oceania
Politica
Guerre
Religioni
Documenti