Intervista a Martha Ojeda

Martha Ojeda, messicana, è una sindacalista dei lavoratori delle maquilas, gli impianti di assemblaggio nati alla fine degli anni ‘60, lungo il confine tra gli Stati Uniti e il Messico. Paola Erba l’ha incontrata a Porto Alegre.
Nelle maquilas, lavorano oltre mezzo milione di messicani (la metà donne), in condizioni spesso infami e discriminatorie, eppure tollerate dal governo messicano.
di Paola Erba
Come è iniziata la sua storia di lavoratrice delle maquilas?
Sono nata nello stato di Tamaulipas, nel nord-est del Messico, a Reynosa, una città al confine con gli Stati Uniti, in quella “zona franca” creata come muro di contenimento per bloccare l’emigrazione messicana verso gli Usa. Una zona in cui, negli anni ‘70, si installarono le prime maquilas, le industrie di assemblaggio straniere che qui trovavano condizioni favorevoli, per le leggi e il costo della manodopera.
Ho lavorato nella maquilas per 20 anni, appartengo alla seconda generazione di lavoratrici di questo settore, non avevamo o non vedevamo alternative di vita. Più tardi, per la mia attività sindacale sono stata costretta alla fuga negli Stati Uniti. Oggi mi trovo a capo della “Coalizione per la giustizia nelle maquiladoras”, che raduna lavoratrici delle maquilas, sia del fronte messicano che statunitense, ma anche Ong, gruppi cristiani, associazioni impegnate nei diritti umani”.

Quali sono oggi, e quali erano, all’inizio, le condizioni di lavoro?

Negli anni ’80, ci fu un brusco peggioramento. La situazione si aggravò ancora di più negli anni ’90, con l’entrata in vigore del Nafta (North american free trade agreement). Questa zona di confine fu un po’ il laboratorio dove questo trattato – e più in generale, il modello neoliberale che promuoveva – venne sperimentato.
Peggiorò anche l’ambiente. Per me, che vivo nella zona del Rio Grande, questo fiume già non è più “grande”. Oggi è un semplice canale, inquinato da sostanze tossiche che confluiscono nel Golfo del Messico. Proprio negli anni ’80 iniziarono anche a moltiplicarsi i casi di bambini con malformazioni congenite: nascevano senza cuoio capelluto o con la spina bifida. Ci dicevano che era per un problema genetico e per mancanza di acido folico. Peccato che i nostri fagioli, i frijoles alimento base della cucina dei poveri, sono invece ricchissimi di questa sostanza.
La mia prima esperienza nelle maquilas, nel ’75, fu con la Johnson & Johnsons’; poi con una fabbrica per la quale cucivamo indumenti per le sale operatorie. L’ambiente e l’aria dove lavoravamo erano completamente blu, per il colore dei materiali che maneggiavamo. Blu erano anche i nostri nasi, gli occhi, la bocca. Chiedevamo delle maschere e non ce le davano, chiedevamo migliori condizioni di lavoro e ci dicevano che dovevamo essere competitivi, perché la concorrenza (la Procter & Gamble) ci avrebbe distrutto. Quando, nonostante gli sforzi, chiusero la fabbrica, ci lasciarono senza gli ultimi stipendi.
Poi arrivò la Sony. Assemblavamo audiocassette e le restituivamo al paese di origine. Negli anni, si passò ai video, alle microcassette, ai floppy disc. Da 29 lavoratrici diventammo duemila. Fu proprio in questo periodo che iniziarono a nascere bambini con deformazioni congenite. Il problema non riguardava solo noi, ma molte maquillas della nostra città e di quelle vicine. Fino alla città di Bronsville, in territorio statunitense.

Nonostante tutto, continuavamo a sopportare, pur di avere un lavoro. Ma arriva un momento in cui la lotta per un salario e condizioni migliori, diventa la lotta per la vita. Per la tua salute e per quella dei tuoi figli.

Ancora oggi le condizioni delle maquilas sono pessime. Qualche esempio: nelle fabbriche che producono jeans, i lavoratori devono continuamente andare dal medico per farsi togliere i microscopici pezzi di stoffa che si accumulano negli occhi e nel naso. La maggior parte della gente soffre di sinusite cronica. E ancora, ci sono giovani che a 17, 18 anni non possono più usare le braccia a causa di un’infiammazione ai nervi. Questi ragazzi cuciono le pelli dei volanti delle auto. Per il movimento ripetitivo e per lo sforzo, dopo qualche anno si blocca loro il polso, poi tutto il braccio e infine la nuca. A questo punto, non possono più far nulla e vengono emarginati. Non c’è bisogno di dire che le imprese non riconoscono alcuna malattia professionale. Poi se sei incinta, ti licenziano.

E il governo?

Il governo dice che non dobbiamo dar fastidio, che ci danno il lavoro e continua ad ignorare le denunce di chi si è rivolto alla giustizia e delle associazioni per i diritti umani.

Quanto è pagato un lavoratore delle maquilas?

Il salario minimo è di 5 dollari al giorno. Per otto ore di lavoro. Diciamo che se ti va bene, se sei ben pagata, puoi guadagnare 45-50 dollari alla settimana.

Come è iniziata la sua vita di sindacalista?

Nel ’94 decidemmo di organizzare un sindacato all’interno della Sony di Tamaulipa, dove allora lavoravo. Il governo non lo accettò, mandò la polizia e ci riempirono di botte, mentre stavamo protestando pacificamente. Molte di noi furono portate all’ospedale. A me dissero che mi avrebbero arrestato per attività di destabilizzazione. Dovetti fuggire negli Stati Uniti, dove rimasi tre anni. Da lì feci appello alla Commissione dei diritti umani del Messico, chiedendo la possibilità di tornare al mio paese. Mi risposero che i diritti del lavoro non fanno parte dei diritti umani. Feci lo stesso a livello internazionale, appellandomi agli accordi lavorativi di cooperazione, cioè alle Convenzioni previste dal Nafta. Dopo due anni, nel 1996, la Commissione incaricata concluse dicendo che il mio era un caso molto interessante, che aveva raccomandato al governo messicano la tutela dei miei diritti, ma che non poteva scavalcare le questioni di sovranità nazionale. Intanto, però, in Messico, la protesta si era estesa ad altre maquilas, ad altri lavoratori.

E oggi?

Oggi dobbiamo continuare a lottare per i nostri diritti, perché la situazione non è affatto migliorata. Anzi. Stanno peggiorando anche le condizioni di lavoro delle maquilas situate in territorio statunitense, dove c’è una recessione tremenda. Ci pagano salari da fame, dicendo che il costo della vita in Messico è basso. Non è affatto vero, almeno per noi che viviamo alla frontiera. Ogni venerdì di paga, attraversiamo il confine per andare a fare la spesa negli Stati Uniti. Paradossalmente, i generi di consumo di base costano meno che in Messico. E qui sta l’ironia: ci viene detto che le maquilas rinforzano la nostra economia, quando poi consumiamo in quella statunitense. Dov’è il beneficio, per il nostro paese?

Oggi più di 70 milioni di messicani vivono in povertà e quasi il 52 per cento in miseria (cioè con un ingresso di 2 dollari al giorno, o meno). Il Messico è una bomba ad orologeria. Siamo caduti nell’inganno della “transizione democratica”, ma il cambio non è mai arrivato. Il governo ha appena approvato una riforma fiscale che beneficia i ricchi e danneggia poveri e classe media. Si sono applicate tasse alle medicine, ad esempio, che prima erano libere da imposte. Negli ultimi anni sono state privatizzate autostrade, ferrovie, telefoni, banche, energia elettrica. Dove arriveremo?

Come si inserisce in questo contesto l’Alca, l’Accordo di libero commercio delle Americhe, che nel 2005 vorrebbe fare delle Americhe un’unica grande area di commercio?
L’Alca è la versione del Nafta estesa a tutto il continente. Approfondirà questo modello ultraliberale, incrementerà le disuguaglianze e le tensioni sociali, la povertà, la fame. È un grande piano di controllo economico (e non solo) degli Stati Uniti sul continente latinoamericano.

Il Plan Puebla Panamà, proposto da Vincente Fox per creare nel sud-est del Messico l’infrastruttura (porti, strade, ferrovie, aeroporti) necessaria allo sviluppo dell’attività petrolifera, del turismo e dell’industria, prevede anche l’installazione di altre maquilas. Cosa ne pensa?

Non è questa la via per lo sviluppo del Sud. Portano lì le maquilas, perché il Sud è ancora più conveniente del Nord. Le portano alle popolazioni indigene, che non sanno neppure parlare spagnolo, per sfruttarle. È manodopera a buon mercato. Meglio di quella del Nord, perché qui i lavoratori hanno cominciato a protestare.

Cosa succederebbe, se chiudessero le maquilas?

Il Messico è sempre stato un paese povero. Nonostante ciò, qualche anno fa stavamo meglio. Oggi è diminuito il nostro potere d’acquisto. Lavoriamo di più, guadagniamo meno e abbiamo bambini con difetti congeniti. Non so cosa succederebbe in caso di chiusura, ma certo, le maquilas non hanno portato sviluppo.
Comunque ho speranza nell’efficacia della nostra lotta per migliorare le condizioni di lavoro e di vita. Credo che questo sia il millennio della rinascita della coscienza. Guardiamo le proteste in Argentina, il levantamiento dei popoli indigeni un po’ ovunque, la nascita di nuove forme di sindacalismo, capaci di unire non solo lavoratori, ma anche emarginati, pensionati, studenti...sono segni di un risveglio. È il primo passo verso la costruzione di alternative, di modelli economici e sociali diversi.

a cura di Paola Erba
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