Dopo Johannesburg: occorre un cambiamento etico e culturale

A pochi viene in mente che contaminare in maniera irreversibile acqua e suolo, ridurre progressivamente le aree verdi e coltivabili del Pianeta, ecc. sono crimini contro l'umanità, sono attentati ai diritti fondamentali dell'uomo così come i genocidi. La cultura occidentale non ha la consapevolezza del bene-natura. Ma le battaglie in sua difesa restano un dovere morale e civile per ogni cittadino.
di Missione Oggi

Il Vertice mondiale sull'ambiente delle Nazioni Unite a Johannesburg sembra segnato già in partenza da un esito scontato: pletora di documenti, scenari di allarmanti incertezze, lodevolissime intenzioni, inconsistenza di decisioni impegnative. Dopo le troppe aspettative sollevate dalla Conferenza di Rio di 10 anni fa, brutalmente disattese proprio dalle nazioni leader, gli Usa in testa, è impresa ardua assegnare qualche credibilità a questi summit. Ancor più nell'era attuale, quella denominata della globalizzazione: quando il mercato con le sue "leggi ferree" regna incontrastato, è difficile immaginare uno spazio per una reale tutela della natura; quest'ultima ha bisogno di uno sguardo amorevole e disinteressato di lungo periodo, mentre il primo è costretto nei tempi brevi ed aleatori degli indici di borsa e dei risultati di bilancio.

Per questo anche i più generosi tentativi di affidare al mercato la soluzione di alcuni aspetti della crisi ambientale risultano del tutto fallimentari: com'è noto, la convenienza di questi interventi è dettata esclusivamente dal business, mentre spesso la salvaguardia della biosfera non solo non è fonte di profitti, ma addirittura ne rappresenta un fastidioso intralcio. Tuttavia va anche riconosciuto che spesso ci si ripara sotto questo ombrello, come una sorta di alibi per deresponsabilizzarsi, qui ed ora, nel concreto agire quotidiano. Perché vi sono scelte che irrimediabilmente appartengono al singolo, comportamenti e stili di vita che si possono o non si possono adottare, nonostante o contro il mercato. Ma qui entrano in gioco la coscienza e l'etica dell'individuo e delle società. E, ahinoi, un deficit della cultura occidentale che, nonostante 30 anni di crisi ecologica del pianeta, non sembra ancora destinato a colmarsi. Il punto essenziale è il valore che viene assegnato nel senso comune al bene-natura.

Intendiamoci, negli ultimi decenni una nuova sensibilità si è diffusa all'interno della pubblica opinione: un sentire genericamente ambientalista si è a tal punto imposto da indurre mode, spot pubblicitari, marketing improntati all'ecologia. Perfino chi oggi gestisce imprese ad impatto ambientale critico (impianti chimici, inceneritoriŠ), si sente in dovere di offrire un'immagine di sé ecologically correct, inventando campagne e sponsorizzando iniziative naturalistiche. Non si sfugge però alla sensazione che l'idea prevalente sia quella che la natura rappresenti un bene accessorio, qualcosa di bello e buono da salvaguardare, se possibile, per rendere più godibile la vita, ma non essenziale alla stessa. E allora i temi ambientali vengono confinati in ambiti settoriali, di specialisti, di praticanti di un singolare hobby, la salvaguardia dell'ambiente.

E così, quando concretamente deflagra un conflitto fra salvaguardia dell'ambiente da un lato e sviluppo industriale, occupazione e benessere economico dall'altro, scatta una sorta di reazione condizionata, si manifesta incontrastabile un'ampia condivisione sul necessario, seppur doloroso, sacrificio della natura in favore delle ragioni del "progresso". A pochi viene in mente che contaminare in maniera irreversibile acqua e suolo, destabilizzare gli equilibri termodinamici dell'atmosfera, ridurre progressivamente le aree verdi e coltivabili del Pianeta sono azioni che minano alla radice le possibilità di vita futura per tanti esseri umani; sono quindi, in sostanza, crimini contro l'umanità; sono attentati ai diritti fondamentali dell'uomo così come i genocidi, le persecuzioni razziali, lo sfruttamento dei minori.

La sentenza di assoluzione nei confronti dei massimi dirigenti della chimica italiana nel primo grande processo di Porto Marghera per disastro ambientale e per i lavoratori morti di tumore è emblematica: sembra che anche la giurisprudenza risenta di questo vuoto culturale, dimostrandosi incapace di tutelare l'ambiente naturale e la vita umana che da esso dipende. Mentre, in fin dei conti, anche l'uomo postmoderno deve la propria possibilità di sopravvivenza ad un processo naturale, straordinario ed arcaico, che nessun laboratorio avveniristico è in grado di surrogare: la capacità "magica" delle piante di catturare l'energia solare attraverso la fotosintesi clorofilliana, trasformandola in risorsa inesauribile ed essenziale per tutti i viventi, e quindi per l'uomo che si colloca al vertice della catena alimentare, ma anche al vertice delle responsabilità per la conservazione di questa "magia".

Quando si riduce lo spazio per il verde, quando vengono depauperati e contaminati l'aria, il suolo e l'acqua, che insieme alla luce solare alimentano questo meraviglioso organismo biologico, non si produce solo un imbruttimento del paesaggio, si compromette soprattutto un quantum di vite umane. Esattamente come in una guerra o in uno sterminio etnico, anche se è più difficile individuare i morti e collegare in un nesso di causa-effetto un determinato danno ambientale alle singole vite perdute (in conseguenza di malattie, tumori Š). Siamo ancora troppo lontani dall'aver acquisito questa consapevolezza, per cui tutti dovremmo essere preoccupati dei diritti inalienabili della natura (ovvero della vita umana), senza bisogno di ecologisti o di "verdi" che se ne occupino. Basti vedere come si promuovono mobilitazioni per le diverse campagne in favore di diritti umani calpestati, o come giustamente si sta costruendo in Italia un movimento per la difesa sacrosanta dell'articolo 18, e quindi della dignità dei lavoratori contro la protervia dei potenti.

E come, invece, si fatichi a costruire consapevolezza e partecipazione diffusa a battaglie altrettanto decisive per il futuro del nostro paese e dell'umanità: limitazione dei gas serra; risparmio energetico e ricorso a fonti rinnovabili; riduzione del colossale spreco dei rifiuti; ambienti di lavoro sani e sicuri; bonifica dei siti inquinati; salvaguardia dei terreni agricoli e forestali dall'aggressione delle grandi opere e della cementificazione; tutela delle acque dagli sprechi e dalla contaminazione chimicaŠ Battaglie che dovrebbero essere percepite innanzitutto come un dovere morale e civile di ogni cittadino, come pratica di vita quotidiana per diventare quindi terreno condiviso dell'agire sociale e politico, impegno di un sapere tecnico-scientifico, non asservito ai puri interessi economici, ma di nuovo pensoso sui destini dell'umanità.

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