| E i palestinesi? Di
fatto, sono relegati in 200 isole.
Li chiamano stati, ma assomigliano
piuttosto ai Batustan sudafricani dei tempi dellapartheid.
Se la lotta dei palestinesi diventerà la
vostra lotta (come la lotta dei neri sudafricani
contro il regime del presidente Botha smise, ad
un certo punto, di essere una questione
locale), allora uninversione di tendenza
diventerà possibile.
Da una nazione che nel 48 aspirava ad essere
una luce per gli altri, ci siamo ridotti
in questo stato. Che è molto triste, ma
è qui che ci ha condotti loccupazione:
al minimo delle nostre aspettative.
Che diavolo sta succedendo qui? Chi
urla queste parole in mezzo al rumore assordante
delle ruspe e ai calcinacci che cadono tuttintorno,
è Jeff Halper. Ogni volta che un bulldozer
israeliano comincia a radere al suolo un gruppo
di case, un villaggio palestinese, il suo telefonino
(+972-50-651425) immancabilmente squilla. Qualsiasi
sia lora del giorno o della notte, lui si
precipita. Barba corta, 56 anni ben portati, occhiali
e una valigia strapiena di case. Si direbbe il
classico professore. Di fatto, lo è: insegna
antropologia allUniversità Ben
Gurion del Negev. Ma è anche il coordinatore
del Comitato israeliano contro la demolizione
delle case palestinesi (Icahd).
Cresciuto negli anni 60, in unAmerica molto
politicizzata, da 30 vive in Israele, dove lavora
come antropologo impegnato. Quandè
sulle barricate, pensa ai libri che vorrebbe scrivere;
quando sale in cattedra, lo fa con lesperienza
delluomo della strada. La professione, la
vita privata, limpegno sociale sintersecano.
Sono tuttuno. Ecco, dunque, lanalisi
di un israeliano che ama il suo paese e, proprio
per questo, lo critica senza riserve.
Una vita di sicuro non basterà a raggiungere
la fine delloccupazione, lo smantellamento
delle colonie e la creazione di uno stato palestinese
indipendente e sovrano accanto a quello di Israele.
Tuttavia, Jeff Halper è fermamente convinto
di lavorare in un solco. E di poter poi passare
il testimone alle generazioni future. Lo abbiamo
incontrato alla Casa della Cultura
di Milano, a margine di una conferenza organizzata
dal mensile Una Città.
Attentati palestinesi da una parte, rappresaglie
israeliane dallaltra. Il sangue continua
a scorrere in Medio Oriente. Ma qualcosa sta cambiando?
Siamo in una situazione completamente diversa,
rispetto ad un anno fa. Dopo la rioccupazione
di parte della Cisgiordania, il massacro di Jenin
e la rappresaglia su Nablus, il premier Sharon
ritiene di essere ad una svolta: alla fine della
guerra, alla sconfitta finale dei palestinesi.
Adesso tutto è più difficile. E
lipotesi stessa che possa esserci un giorno
uno stato palestinese indipendente, appare più
remota.
Da marzo 2002 ad oggi, che cosè successo
nella West Bank e a Gaza?
La West Bank è stata totalmente distrutta:
dalle infrastrutture (le banche, le anagrafi,
ecc.) ai campi coltivati, alle case. Mentre Gaza
resta intatta. Il governo israeliano vorrebbe
spostare qui il cuore della Palestina;
Sharon lha chiamata il cestino dellAmministrazione
palestinese. Di fatto, sarà la prigione
dellOlp. Nel frattempo, Gaza è stata
suddivisa in tre cantoni; e la West Bank in otto,
che possono essere però raggruppati fra
loro in tre: il cantone nord sarà attorno
a Nablus, circondato da un muro lungo 300 km,
cioè tre volte quello di Berlino, il cui
costo si aggira attorno ai 500 milioni di Euro;
al centro ci sarà il cantone di Ramallah;
il terzo, a sud, è quello Hebron (pure
isolato). Oltretutto, dato che il Muro è
stato costruito al di là della linea
verde (ex linea armistiziale pre-67), 100mila
palestinesi saranno condannati a vivere nella
terra di nessuno, fra il Muro e la linea verde.
Ripeto: sia il Likud che il partito laburista
ritengono che il conflitto sia finito, e che a
Jenin sia stato piegato lo spirito di resistenza
palestinese. Grazie allappoggio incondizionato
del Congresso americano ma anche grazie
alla neutralizzazione delle Nazioni Unite e alla
passività dellUnione Europea
Israele è quindi riuscita nel suo intento:
chiudere in isole i palestinesi.
Si tratta di un processo del tutto irreversibile?
Tre fattori possono fare la differenza: la strada
palestinese che è stanca e non sa
quanto ancora potrà resistere, eppure non
ha rinunciato alla lotta; il movimento pacifista
israeliano, che è piccolo, ma determinato
e lavora gomito a gomito con la controparte palestinese;
ci siete voi, la società civile internazionale.
Se la lotta dei palestinesi, diventa la vostra
lotta come la lotta dei neri sudafricani
contro il regime bianco del presidente Botha smise,
ad un certo punto, di essere una questione
locale allora uninversione
di tendenza diventerà possibile.
Veniamo al suo impegno nellIcahd. Perché
la demolizione delle case è sempre stata
(ed è tuttora) al centro del conflitto
israelo-palestinese?
La demolizione delle case è una questione
politica di fondamentale importanza. Come Icahd,
stiamo lavorando su questo tema da almeno 6-7
anni; ma ogni volta che tentiamo di spostare la
nostra attenzione altrove, ecco che boom
unaltra demolizione ci fa tornare
sui nostri passi. Lattacco al campo rifugiati
di Jenin, con 9-10 bulldozer del tipo D-9
(enormi, disegnati in modo che quando abbattono
una casa, il conducente resta illeso), è
stato esemplare: leroe, premiato
con una medaglia dallesercito israeliano,
è appunto uno degli autisti, che per 75
ore ha guidato attraverso una zona densamente
abitata, abbattendo tutto ciò che gli si
presentava di fronte. Intervistato, ha detto di
non aver mai provato una felicità
di quel genere
Ora la politica è poi quella di demolire
le case di persone accusate di terrorismo, o dei
loro famigliari, quando non si tratta di lontani
parenti. E ci si chiede appunto perché.
Allora si comprende che tutto non iniziò
nel 67 con labbattimento di 9mila
case, ma nel 48, quando Israele demolì
418 villaggi palestinesi. Quindi la risposta non
può essere soltanto politica, cioè
finalizzata a confinare i palestinesi in alcune
aree. Non può essere solo una punizione,
o un deterrente nei confronti di attentati terroristici.
Penso che la ragione profonda ed è
per questo che è così ricorrente
sta qui: Israele è impegnata in
un processo di spostamento generale. Vuole dislocare
tutti la popolazione palestinese e assicurarsi
lintero territorio, cosa che del resto ha
già fatto. Vuole una situazione che sia
irreversibile.
Qual è il messaggio del bulldozer?
Il messaggio è: non cè posto
per te nellintero paese. Se sei un rifugiato
(e la maggior parte dei palestinesi nei Territori
lo è) e se non puoi tornartene a casa perché
la tua casa non esiste più, non ti consentiremo
di trovare un altro luogo. Ecco perché
la demolizione delle case continua ad essere al
centro del conflitto: è il simbolo e, insieme,
lo strumento della dislocazione dei palestinesi.
Lei ha scritto che il bulldozer e il carro armato
esprimono perfettamente la relazione di Israele
con i palestinesi. Ci può spiegare meglio?
Sono complementari. Il carro armato è il
simbolo della conquista: mira a sconfiggere i
palestinesi in senso militare. Il bulldozer è
ciò che viene dopo. Mentre il carro armato
crea una situazione in cui laltro è
sconfitto, ma resta presente: può rialzarsi
ancora; ci possono essere negoziazioni politiche...
Nel caso del bulldozer, laltro viene eliminato.
La casa, il villaggio scompare. La possibilità
di un ritorno scompare. Alla sconfitta rappresentata
dal carro armato, dunque, segue sempre la dislocazione
rappresentata dal bulldozer.
David Grossman ci ha recentemente dichiarato:
Cerco di decodificare i segni di autodistruzione.
Perché è questo che stiamo facendo:
il nostro è un suicidio collettivo.
A suo giudizio, cè qualcosa di irrisolto
nella psiche collettiva israeliana?
È una domanda difficile. Ci sono centinaia
di risposte possibili. Innanzitutto va ricordato
che il sionismo iniziò nel XIX secolo,
con linsorgere del nazionalismo. Esso adottò
un tipo di nazionalismo tribale dellEuropa
dellEst che, a differenza di quello occidentale,
era esclusivo. Aveva un orientamento maggiormente
statalista. Ciò che ha intrappolato Israele
nella condizione odierna, è il fatto stesso
di aver avanzato una richiesta esclusiva. Hanno
detto: il paese è nostro. Nessun altro
popolo ha il diritto di rivendicarlo. Gran parte
di questa dinamica era dunque iniziata ben prima
che gli ebrei mettessero piede in Israele.
Secondariamente, gli israeliani non vedono se
stessi come prigionieri di un meccanismo che li
porterà allautodistruzione. Se si
guarda agli ultimi centanni di storia, sono
andati di successo in successo. Da uneconomia
di villaggio e un territorio in mano agli arabi,
si è passati ad uno stato ebraico, dove
gli ebrei controllano il 94% delle terre, mentre
gli arabi sono stati spinti nellangolo.
E in questo Israele non è solo: ha lappoggio
delle superpotenze, in primo luogo dellAmministrazione
americana. Non cè niente che lo possa
toccare: lEuropa di sicuro non avvierà
azioni proprie, discordanti dalla linea statunitense.
Leconomia israeliana è tuttora fortissima:
è tre volte quella dellEgitto, Siria,
Giordania, Palestina e Libano messe insieme.
Certo, mi è difficile credere che loccupazione
possa avere la meglio. Che un popolo possa mantenerne
un altro sottomesso per sempre. Non si può
avere una società normale, sana, etica
e, contemporaneamente, unoccupazione. Israele,
in parte, crede di essere vittima; e, in parte,
utilizza cinicamente questo concetto.
In che senso?
Nel momento in cui gli ebrei si sentono le
vittime per eccellenza, si pongono al di
fuori di qualsiasi responsabilità. Il lato
positivo dellessere vittima, è infatti
che uno può agire come gli pare. Perché
si sta solo difendendo. Quando il
campo rifugiati di Jenin è stato invaso,
la lotta era impari fra uno degli eserciti più
forti del mondo e dei poveracci. Eppure Israele
ha visto sé stessa come la vittima
del terrorismo palestinese. Una delle logiche
conseguenze di questo è che la gente non
riflette. E non può riflettere. Perché
se lo facesse, vedrebbe tutta una serie di cose
che non vuole vedere: il torto e la ragione non
stanno al 100% da una parte sola. Se si apre una
crepa ammettendo, ad esempio, che nel 48
gli israeliani ebbero un ruolo nel sorgere della
questione rifugiati, lintero
castello di sabbia crollerebbe.
Come prevede che andranno le elezioni previste
per il 28 gennaio?
Sharon succederà molto probabilmente a
se stesso. Hanno voluto rompere il governo di
unità nazionale per andare ad elezioni
anticipate. Ma entrambi, il Likud come il partito
laburista, hanno promesso di ritornare ad un governo
di unità nazionale dopo le elezioni. Quindi,
vedremo un governo molto simile a quello appena
caduto. Anche se due terzi degli israeliani vogliono
il Muro, la separazione, vogliono disfarsi delloccupazione
la sentono come un Albatros attorno al
proprio collo nessuno glielo darà.
E nellassenza totale di leadership, di una
soluzione politica (perché i palestinesi
non vogliono la pace), la sola via è
resistere, finché qualcosa, qualcuno irromperà
sulla scena. Chiunque sia.
Cè molto poco spazio anche solo per
il dibattito in Israele. Non vogliono parlare
di elezioni. Vogliono solo poter salire sul pullman
la mattina, scendere la sera, andare al supermercato,
comprarsi la cena e tornare a casa sani e salvi.
Questo è tutto. Da una nazione che nel
48 aspirava ad essere una luce per
gli altri, ci siamo ridotti in questo stato.
Che è molto triste, ma è qui che
ci ha condotti loccupazione: al minimo delle
nostre aspettative.
E il nuovo leader dei laburisti, Amram Mizna?
È esattamente quello che vogliono gli israeliani.
Quando ha annunciato la sua candidatura, cè
stato un grande entusiasmo. E lui si è
assunto lincarico dicendo: Usciremo
da questa dannata occupazione. Vi porterò
alla pace. Ci sbarazzeremo degli insediamenti
.
La gente lo avrebbe seguito ciecamente. Ma poi
si è rivelato un politico laburista grigio.
Non ha un carisma, un programma. Certo, almeno
è una faccia nuova. Ma non cè
alcuna possibilità che possa diventare
premier.
Ha mai pensato di lasciare Israele?
Venni in questo paese come parte di una ricerca
identitaria. Ho lasciato per sempre gli Stati
Uniti: davvero, non sento alcun senso di attaccamento.
Vivo in Israele da trentanni, ho una moglie,
dei figli, ho unintera vita qui. Anche se
politicamente non sono contento, è comunque
lesistenza che ho costruito. E poi sarebbe
il colmo che, proprio quando la lotta si fa più
dura, decidessi di andarmene. Limpegno della
mia vita perderebbe senso. Nel movimento dei diritti
civili, uno è perfettamente consapevole
che unesistenza non basta: si lotta contro
potentissime forze culturali, economiche e politiche.
Si continua a lavorare, facendo il possibile.
E poi si passa il testimone alla generazione futura.
È questa la prospettiva che ho.
A cura di ALESSANDRA GARUSI
IL SISTEMA DI CONTROLLO
Tel Aviv ha sposato la tesi del movimento sionista
che di fatto ha sempre negato lesistenza
della controparte: questa è una terra di
esclusiva appartenenza ebraica; e, dunque, laltro
popolo con la propria cultura, la propria storia,
resta il problema arabo. Non sono
i palestinesi; e la loro terra non
viene chiamata con il termine proprio di Palestina.
Di rado, si utilizzano queste parole. E ciò
vale anche per il processo di pace di Oslo, dove
Israele pose come condizione il riconoscimento
di sé quale parte legittima
sullo scenario mediorientale; allo stesso tempo,
però, fu lOlp (e non i palestinesi)
linterlocutore riconosciuto in quella trattativa.
La domanda che gli israeliani si sono posti, è:
come possiamo mantenere il controllo su tutto
il territorio e, al contempo, liberarci dei palestinesi?
Con un sistema di controllo (matrix
of control), nel quale Israele ha buttato miliardi:
gli insediamenti collegati fra di loro in blocchi
sono oltre 200; più di 400mila ebrei israeliani
vivono al di fuori dei confini del loro stato;
solo la rete stradale e autostradale, costruita
durante il processo di pace di Oslo, è
costata tre miliardi di Euro. E i palestinesi?
Di fatto, sono relegati in 200 isole.
Li chiamano stati, ma assomigliano
piuttosto ai Batustan sudafricani dei tempi dellapartheid.
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