| Signor Grossman, comè
vivere in Israele oggi?
Le faccio un esempio: durante una trasmissione
televisiva, hanno chiesto ad una futura sposa
che cosa desiderasse. E lei: Dei figli.
Poi specificò: Tre figli. La
ragione di questo numero è presto detta:
se ne uccidono uno, ne restano pur sempre due.
Sopravvivere oggi in Israele è abituarsi
un po allorrore. Mio moglie e io,
quando di mattina presto mandiamo i nostri figli
a scuola, facciamo attenzione che salgano su pullman
della stessa linea, ma sempre diversi. Così
se per disgrazia succede un attentato su uno dei
due, laltro è salvo. Dallaltra
parte della barricata, un amico palestinese che
sento spesso al telefono, mi ricorda che anche
loro sono dentro un lunghissimo funerale. Mi chiedo
se verrà mai scritta la parola fine
a questa tragedia. Poco dopo, quello stesso amico
mi ricorda però che né noi né
loro possiamo concederci il lusso della
disperazione.
La nostra vita è dentro una specie di bolla
ermeticamente chiusa: ciascuno è convinto
di essere al 100% nel giusto. Eppure, lì
sotto si soffoca
Scrivere è forse
lunico modo che conosco, per riuscire a
rimanere sano di mente. Scrivo articoli per giornali
israeliani ogni due settimane cercando così
di decodificare i segni di autodistruzione. Perché
è questo che stiamo facendo: il nostro
è un suicidio collettivo. Gli israeliani
e i palestinesi sono cresciuti nella cultura
della guerra e non se conoscono unaltra,
diversa. Noi israeliani, in particolare, siamo
convinti che laltra parte sia il male
per natura. È come se fossimo dei morti
che camminano. Ora viviamo per sopravvivere e
nientaltro.
Cosa significa tutto ciò?
Significa sospendere certi valori come la generosità,
lapertura del cuore, lamore simpatetico.
Significa rinunciare a certe cose, a certe parti
di sé. Solo che poi fare il percorso inverso,
decongelare lanima, non sempre è
possibile. Ogni giorno vedo come la violenza,
la rudezza entra nella vita. In sostanza, siamo
come unarmatura senza più la persona
dentro.. E io cerco di far tornare quella persona.
Noi siamo protetti da tutto e da tutti. Siamo
separati gli uni dagli altri. Non solo gli israeliani
dai palestinesi, ma anche gli israeliani fra loro:
la moglie dal marito, i genitori dai figli, i
figli fra di loro... Coppie sposate da 10-15 anni
sperimentano questa separazione delle anime.
Scrivere è dunque un atto sovversivo. Vuole
dire conoscere laltro dallinterno.
Per un attimo, si avverte il flusso della vita
che gli scorre dentro, anche le parti meno belle,
quelle che ci spaventano. Così si comprende
lo spirito dellaltro. Certo, fa paura vedere
il conflitto con gli occhi dellaltro. Ed
è difficile. Ma vale la pena di farlo.
Perché alla fine siamo più vivi.
E la realtà si riconnette un suo pezzo:
possiamo vedere gli errori, il coraggio, il senso
di giustizia dellaltro. E cè
un altro vantaggio nel guardare la realtà
con gli occhi degli altri: rivediamo noi, la nostra
crudeltà, la nostra miopia, la nostra corruzione.
Scrivere con gli occhi aperti sulla gente comune,
su ciò che cè dietro i cliché:
ecco cosa cerco costantemente di fare. E per un
attimo, mi sembra di riconquistare quella flessibilità
dellanimo umano, che la guerra cancella
rendendoci rigidi nelle reazioni, nelle emozioni,
come soldati o forse anche come cadaveri.
Sono convinto che la maggior parte dei palestinesi
e degli israeliani non sia libera di scegliere:
è vittima della propria storia, o di unideologia.
Per acquisire questa libertà di scelta,
cosa si può fare da ambo le parti?
A forza di guardare una situazione, questa non
sembra più così monolitica e paralizzata
Si incominciano a vedere i modi alternativi, in
cui ci si può muovere. Un numero consistente
di persone dentro Israele e dentro i Territori
palestinesi è consapevole di questo: che
la violenza, prima di uccidere laltro, uccide
la migliore parte di sé.
Ma comè stato possibile che gli israeliani
abbiano scelto Ariel Sharon?
È stato eletto democraticamente dal popolo
israeliano: questo non va dimenticato, ma capito.
Quando si è numericamente così pochi,
poco più di sei milioni di abitanti, circondati
da oltre 200 milioni di arabi di cui molti vorrebbero
buttarci a mare, ci si sente assediati. Non è
una paranoia, ci sono pericoli reali.
Nell87, prima dello scoppio della prima
Intifada, Lei passò nove settimane nei
campi profughi palestinesi e su quellesperienza
scrisse poi il libro Il vento giallo. Che cosa
le è rimasto impresso?
Mi ricordo che arrivai lì con addosso un
paio di jeans e una maglietta. Cera un sole
che spaccava le pietre. E io rimasi fermo in mezzo
al campo ad aspettare che saccertassero
delle mie intenzioni: non ero una spia e non ero
venuto per portare via niente. Tutto ciò
appariva ai loro occhi molto strano
Dopo
sei ore, cominciammo un dialogo autentico. Certo,
allinizio feci parecchia fatica, abituato
come la maggioranza degli israeliani a scandire
degli slogan e a parlare addosso. Ma poi ho aperto
le orecchie
Forse proprio per il fatto che
sono ebreo e che il dialogo nella nostra tradizione
è così radicato (si pensi al sistema
dialogico di Martin Buber), mi sentii così
bene. A volte ho limpressione che il terrorismo
stesso, sia un disperato urlo per un dialogo che
non si riesce ad instaurare.
Se Lei potesse oggi rivolgere un appello ai palestinesi,
cosa direbbe?
Ai miei amici palestinesi direi che la guerra
non è tra Israele e Palestina, ma tra gli
estremisti delluna e dellaltra parte.
Gli estremisti israeliani sono miei nemici come
lo sono quelli palestinesi. È una guerra.
Ma noi moderati abbiamo il dovere di far sentire
la nostra voce anche nelle situazioni più
disperate. So di far parte di una piccola minoranza
e i miei amici palestinesi possono dire lo stesso:
la moderazione non va di moda di questi tempi,
né di qua né di là. Nonostante
questo, dobbiamo ricordare alla gente che esiste
unalternativa. Non cè una legge
che ci ordina di uccidere e di farci uccidere.
Esiste una possibilità per Israele e Palestina
di vivere insieme, fianco a fianco, con delle
buone relazioni: ciò è stato possibile
nel 1993 e nel 2000. Ed è tuttora possibile.
Si tratta solo di trovare dentro di noi il coraggio
e la capacità forse anche di modificare
le leadership.
A suo parere è davvero inevitabile questo
scontro fra civiltà, fra Occidente e Oriente,
andiamo verso una guerra?
Spero veramente che non si vada verso una guerra
totale. Entrambe le parti non avrebbero infatti
che da perdere: nessuno potrebbe vincere. Dovremmo
però forse tutti avere più coraggio
e più intelligenza, e utilizzare anche
questo momento così difficile come punto
di svolta, aprendo davvero un dialogo fra le due
culture e comprendendo quale può essere
il contributo di ciascuna al miglioramento dellesistenza.
A cura di ALESSANDRA GARUSI |