Israele: dove scrivere è sovversivo

INTERVISTA A DAVID GROSSMAN
A margine delle Giornate internazionali di studio “Il Corno di Heimdall” (Rimini, 19-21 ottobre), MO ha incontrato uno degli intellettuali israeliani più impegnati sul fronte della pace e della convivenza.
David Grossman è nato nel 1954 a Gerusalemme, dove vive con la moglie e tre figli. Ha esordito nel 1983 con Il sorriso dell’agnello, ma è diventato un caso letterario nel 1988 grazie al successo di Vedi alla voce: amore.

di Alessandra Garusi

Signor Grossman, com’è vivere in Israele oggi?
Le faccio un esempio: durante una trasmissione televisiva, hanno chiesto ad una futura sposa che cosa desiderasse. E lei: “Dei figli”. Poi specificò: “Tre figli”. La ragione di questo numero è presto detta: se ne uccidono uno, ne restano pur sempre due. Sopravvivere oggi in Israele è abituarsi un po’ all’orrore. Mio moglie e io, quando di mattina presto mandiamo i nostri figli a scuola, facciamo attenzione che salgano su pullman della stessa linea, ma sempre diversi. Così se per disgrazia succede un attentato su uno dei due, l’altro è salvo. Dall’altra parte della barricata, un amico palestinese che sento spesso al telefono, mi ricorda che anche loro sono dentro un lunghissimo funerale. Mi chiedo se verrà mai scritta la parola “fine” a questa tragedia. Poco dopo, quello stesso amico mi ricorda però che né noi né loro possiamo concederci il “lusso della disperazione”.

La nostra vita è dentro una specie di bolla ermeticamente chiusa: ciascuno è convinto di essere al 100% nel giusto. Eppure, lì sotto si soffoca… Scrivere è forse l’unico modo che conosco, per riuscire a rimanere sano di mente. Scrivo articoli per giornali israeliani ogni due settimane cercando così di decodificare i segni di autodistruzione. Perché è questo che stiamo facendo: il nostro è un suicidio collettivo. Gli israeliani e i palestinesi sono cresciuti nella “cultura della guerra” e non se conoscono un’altra, diversa. Noi israeliani, in particolare, siamo convinti che l’altra parte sia “il male” per natura. È come se fossimo dei morti che camminano. Ora viviamo per sopravvivere e nient’altro.

Cosa significa tutto ciò?

Significa sospendere certi valori come la generosità, l’apertura del cuore, l’amore simpatetico. Significa rinunciare a certe cose, a certe parti di sé. Solo che poi fare il percorso inverso, decongelare l’anima, non sempre è possibile. Ogni giorno vedo come la violenza, la rudezza entra nella vita. In sostanza, siamo come un’armatura senza più la persona dentro.. E io cerco di far tornare quella persona. Noi siamo protetti da tutto e da tutti. Siamo separati gli uni dagli altri. Non solo gli israeliani dai palestinesi, ma anche gli israeliani fra loro: la moglie dal marito, i genitori dai figli, i figli fra di loro... Coppie sposate da 10-15 anni sperimentano questa separazione delle anime.

Scrivere è dunque un atto sovversivo. Vuole dire conoscere l’altro dall’interno. Per un attimo, si avverte il flusso della vita che gli scorre dentro, anche le parti meno belle, quelle che ci spaventano. Così si comprende lo spirito dell’altro. Certo, fa paura vedere il conflitto con gli occhi dell’altro. Ed è difficile. Ma vale la pena di farlo. Perché alla fine siamo più vivi. E la realtà si riconnette un suo pezzo: possiamo vedere gli errori, il coraggio, il senso di giustizia dell’altro. E c’è un altro vantaggio nel guardare la realtà con gli occhi degli altri: rivediamo noi, la nostra crudeltà, la nostra miopia, la nostra corruzione. Scrivere con gli occhi aperti sulla gente comune, su ciò che c’è dietro i cliché: ecco cosa cerco costantemente di fare. E per un attimo, mi sembra di riconquistare quella flessibilità dell’animo umano, che la guerra cancella rendendoci rigidi nelle reazioni, nelle emozioni, come soldati o forse anche come cadaveri.

Sono convinto che la maggior parte dei palestinesi e degli israeliani non sia libera di scegliere: è vittima della propria storia, o di un’ideologia.

Per acquisire questa libertà di scelta, cosa si può fare da ambo le parti?

A forza di guardare una situazione, questa non sembra più così monolitica e paralizzata… Si incominciano a vedere i modi alternativi, in cui ci si può muovere. Un numero consistente di persone dentro Israele e dentro i Territori palestinesi è consapevole di questo: che la violenza, prima di uccidere l’altro, uccide la migliore parte di sé.

Ma com’è stato possibile che gli israeliani abbiano scelto Ariel Sharon?

È stato eletto democraticamente dal popolo israeliano: questo non va dimenticato, ma capito. Quando si è numericamente così pochi, poco più di sei milioni di abitanti, circondati da oltre 200 milioni di arabi di cui molti vorrebbero buttarci a mare, ci si sente assediati. Non è una paranoia, ci sono pericoli reali.

Nell’87, prima dello scoppio della prima Intifada, Lei passò nove settimane nei campi profughi palestinesi e su quell’esperienza scrisse poi il libro Il vento giallo. Che cosa le è rimasto impresso?

Mi ricordo che arrivai lì con addosso un paio di jeans e una maglietta. C’era un sole che spaccava le pietre. E io rimasi fermo in mezzo al campo ad aspettare che s’accertassero delle mie intenzioni: non ero una spia e non ero venuto per portare via niente. Tutto ciò appariva ai loro occhi molto strano… Dopo sei ore, cominciammo un dialogo autentico. Certo, all’inizio feci parecchia fatica, abituato come la maggioranza degli israeliani a scandire degli slogan e a parlare addosso. Ma poi ho aperto le orecchie… Forse proprio per il fatto che sono ebreo e che il dialogo nella nostra tradizione è così radicato (si pensi al “sistema dialogico” di Martin Buber), mi sentii così bene. A volte ho l’impressione che il terrorismo stesso, sia un disperato urlo per un dialogo che non si riesce ad instaurare.

Se Lei potesse oggi rivolgere un appello ai palestinesi, cosa direbbe?

Ai miei amici palestinesi direi che la guerra non è tra Israele e Palestina, ma tra gli estremisti dell’una e dell’altra parte. Gli estremisti israeliani sono miei nemici come lo sono quelli palestinesi. È una guerra. Ma noi moderati abbiamo il dovere di far sentire la nostra voce anche nelle situazioni più disperate. So di far parte di una piccola minoranza e i miei amici palestinesi possono dire lo stesso: la moderazione non va di moda di questi tempi, né di qua né di là. Nonostante questo, dobbiamo ricordare alla gente che esiste un’alternativa. Non c’è una legge che ci ordina di uccidere e di farci uccidere. Esiste una possibilità per Israele e Palestina di vivere insieme, fianco a fianco, con delle buone relazioni: ciò è stato possibile nel 1993 e nel 2000. Ed è tuttora possibile. Si tratta solo di trovare dentro di noi il coraggio e la capacità forse anche di modificare le leadership.

A suo parere è davvero inevitabile questo scontro fra civiltà, fra Occidente e Oriente, andiamo verso una guerra?
Spero veramente che non si vada verso una guerra totale. Entrambe le parti non avrebbero infatti che da perdere: nessuno potrebbe vincere. Dovremmo però forse tutti avere più coraggio e più intelligenza, e utilizzare anche questo momento così difficile come punto di svolta, aprendo davvero un dialogo fra le due culture e comprendendo quale può essere il contributo di ciascuna al miglioramento dell’esistenza.

A cura di ALESSANDRA GARUSI

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