Che l'Africa nutra l'Africa: la promessa dei contadini senegalesi

Uno storico incontro tra i rappresentanti del governo senegalese e gli agricoltori.

di Alessandra Garusi

Migliaia e migliaia di “rurali” hanno raccolto l’invito del Cncr, accorrendo in massa lo scorso 26 gennaio allo stadio Senghor di Dakar, per un incontro pubblico con i rappresentanti del governo senegalese. Un evento storico.
Il Cncr non è un partito e non ha alcuna intenzione di diventarlo; non è nemmeno un sindacato, anche se ha un’attività molto simile ad una federazione di categoria (senza però indire scioperi); è qualcosa di nuovo.

Ora i contadini del Senegal dicono: “Abbiamo il diritto di proteggere la nostra agricoltura famigliare e la nostra sovranità alimentare”. Che l’Africa nutra l’Africa.
Sugli spalti dello stadio Léopold Sédar Senghor risuona “Baykat” (coltivatore), la famosa canzone di Youssou Ndour. Racconta delle difficilissime condizioni dei contadini del Senegal. Gli uomini dai lunghi caftan e dai fez calati sulla fronte e le donne dai turbanti colorati, sedute in curva sud, le conoscono bene: hanno tutti/e un lavoro che ha a che fare con la terra; chi come orticoltore, chi come allevatore, chi sulle piroghe della pesca artigianale o sulle imbarcazioni che ogni sera sfidano dell’Atlantico, chi come forestale, chi come piccolo produttore di pomodori o di riso.
Sono 35-40mila persone: una buona fetta di quei tre milioni di agricoltori che contribuiscono in maniera determinante all’economia di sussistenza del Senegal. Essi hanno dunque risposto positivamente all’invito rivolto loro dal Cncr (Consiglio nazionale di concertazione e cooperazione dei rurali), una federazione di federazioni sorta nel 1993. Obiettivo della manifestazione, unica nella storia del Senegal e forse anche dell’Africa Occidentale, era di incontrarsi con la controparte – il governo del presidente Abdoulaye Wade – e discutere pubblicamente della prossima legge sull’agricoltura.

Tutte le 11 regioni e tutti i 32 dipartimenti erano ben rappresentati. Gente che è partita alle quattro del mattino, dagli angoli più disparati del paese (ad es. Kolda, una delle maggiori città della Casamance, o Matam), percorrendo 600-800 km in pulmini collettivi, affrontando le spese del cibo, del viaggio e di una notte a Dakar, pur di esserci. E in maggioranza si è trattato di persone, che vivono ben al di sotto della soglia di povertà. Secondo il presidente onorario del Cncr, Mamadou Cissokho, “il 60% dei presenti quel giorno non ha pranzato”. Immensi sacrifici, dunque, che mostrano la volontà di partecipare.

Arrivati allo stadio alle 10 del mattino, i rurali hanno dato prova di una grande maturità, aspettando per ore l’inizio della cerimonia ufficiale. Nessuna tensione, un ordine assoluto – il servizio di vigilanza, del resto quasi invisibile, non è praticamente mai intervenuto – e soprattutto un’atmosfera di festa. Così sono cominciate le testimonianze dei vecchi produttori, decenni di storia e di fatica, in attesa dell’intervento del ministro dell’Agricoltura e dell’Allevamento, Habib Sy, unico rappresentante del governo.

UN POSTO NELLA STORIA

Insomma, il Cncr ce l’ha fatta. Anche se inizialmente aveva sparato alto – 100mila presenze previste (contro le 35-40mila effettive) – e anche se non sono mancati gli inevitabili problemi di trasporto e i tentativi di destabilizzazione con il risveglio di un’organizzazione opposta, vicina al governo (3P, cioè pescatori, contadini, pastori), con il ritardo nel rilascio dell’autorizzazione per la manifestazione decisa sin dall’agosto 2002, infine con le riserve del direttore dello stadio Senghor. Tutto ciò ha avuto un suo peso. Anche lo slittamento della data – dal 29 settembre al 26 gennaio, in seguito al naufragio del traghetto “Djola” nella notte fra il 26 e il 27 settembre – ha contribuito.

Ciò non toglie, tuttavia, che sia stato un enorme successo. Per l’interesse suscitato nei contadini senegalesi, ma anche per la presenza di varie organizzazioni contadine europee. Arrivate dal Belgio e dalla Francia, esse hanno preso la parola durante la manifestazione. Lo scopo era di sostenere il Cncr nella sua lunga marcia per la difesa degli interessi del mondo rurale senegalese. Il rappresentante dei contadini del Belgio, M. Pierre, nel suo intervento si è rivolto all’Omc (Organizzazione mondiale del commercio), chiedendo di “equilibrare la concorrenza fra agricoltori del Nord e quelli dei paesi del Terzo Mondo”. Un’alleanza – questa fra i contadini del Nord e del Sud del mondo – che potrebbe cominciare a pesare. E spingere a “modificare le regole del gioco”, come si augura Mamadou Cissokho.

È l’uomo che ha restituito l’orgoglio ai contadini di questo paese ; uno che ha la statura del leader, ma non per questo ha mai smesso di coltivare il proprio campo a circa 300 km da Dakar. Anzi, è molto probabilmente da lì, dalla terra, che continua a trarre la propria forza. Ecco in sintesi il suo pensiero: l’economia del Senegal si basa al 70% su un’agricoltura di tipo famigliare; al contempo, però, l’intero continente africano è stato investito dall’ansia di privatizzare e liberalizzare: tendenza che rischia di penalizzare fortemente i rurali (cioè chi lavora con la terra da generazioni) e le loro famiglie. Allora che fare? Il Cncr propone una modernizzazione dell’agricoltura famigliare, fermi restando i valori che l’hanno sempre animata.

Allo Stato, riconosciuto in tutta la sua autorevolezza, si chiede dunque di aprire delle “negoziazioni franche e sincere” su vari punti: fra cui, l’assistenza al mondo rurale colpito da una siccità senza precedenti (per quasi due mesi, in Senegal, non è caduta una goccia d’acqua); il rilancio della produzione dell’arachide; il coinvolgimento delle organizzazioni contadine nella privatizzazione della Sonacos (Società nazionale di commercializzazione degli oleaginosi); la revisione di tutti i progetti in corso riguardanti il mondo rurale per riassorbire gli inaccettabili ritardi nell’utilizzo degli aiuti allo sviluppo; ma soprattutto la preparazione di una legge d’orientamento agricolo e di una legge di riforma fondiaria per il 2003.

Su quest’ultimo punto – il più fondamentale – il ministro dell’Agricoltura e dell’Allevamento, Habib Sy, ha deluso le aspettative: “Una politica agricola esiste già”, ha detto, “il progetto di legge sarà rimesso ai deputati che lo voteranno prossimamente”. E la gente non ha nemmeno aspettato che finisse di parlare, svuotando pian piano gli spalti dello stadio. Una cosa è certa: il governo del presidente Abdoulaye Wade non se la caverà così. Di fatto, non può sottrarsi al dialogo con la controparte. D’ora in avanti, secondo quanto stabilito il 26 gennaio, ci sarà infatti un incontro pubblico annuale con il capo dello Stato, un altro ogni quattro mesi con il premier e un terzo bimensile con i ministri interessati.

DEMOCRAZIE “MADE IN AFRICA”

Il Cncr sta dunque acquisendo una sempre maggiore autorevolezza. Non è un partito e non ha alcuna intenzione di diventarlo; non è nemmeno un sindacato, anche se ha un’attività molto simile ad una federazione di categoria (senza però indire scioperi); è qualcosa di nuovo. Emblema di un movimento trasversale che è presente, seppure in forme diverse, in Brasile – pensiamo ai Sem Terra – come in Francia. La stessa manifestazione del 26 gennaio, per la quantità dei presenti, l’atmosfera, ma soprattutto i contenuti emersi, appare come uno straordinario esercizio di democrazia. “Made in Senegal”. Fra l’altro, il Cncr figura tra i membri fondatori del Roppa (Rete di organizzazioni contadine e di produttori dell’Africa dell’Ovest), che raggruppa organizzazioni simili in tutta l’Africa occidentale. Quando questa Rete comincerà a far sentire il suo peso in sede di contrattazioni dell’Omc, tutti se ne accorgeranno.
L’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale dovrà riesaminare le sue politiche; e l’Unione europea, nelle prossime negoziazioni per gli accordi di libero scambio con i paesi membri della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, dovrà tenerne conto. Fino ad oggi, i paesi del Nord del mondo hanno continuato a sovvenzionare le loro agricolture, ad imporre delle quote e delle norme sanitarie all’importazione; col risultato, ad esempio, che i produttori di cotone in Grecia e in Spagna possono permettersi prezzi bassissimi, mentre quelli africani sono fuori gioco. Ora i contadini del Senegal dicono: “Abbiamo il diritto di proteggere la nostra agricoltura famigliare e la nostra sovranità alimentare”. Che l’Africa nutra l’Africa. Questo è il futuro.

CITTADINI DI SECONDA CLASSE

L’agricoltura senegalese è in crisi dalla fine degli anni 70. Le politiche di disimpegno dello Stato, di privatizzazione e di liberalizzazione condotte attraverso la Nuova Politica Agricola, la svalutazione del franco FCFA e il programma di aggiustamento strutturale del settore agricolo, non hanno permesso un rilancio durevole. La povertà e l’insicurezza alimentare sono diventate fenomeni generalizzati nelle campagne. Oltre il 70% dei rurali vive sotto la soglia di povertà.
“La nostra produttività resta debole”, leggiamo nel Manifesto del 26 gennaio, “a causa della remunerazione troppo scarsa del nostro lavoro e della mancanza di investimenti in infrastrutture e servizi pubblici in ambiente rurale: scuole, dispensari, approvvigionamento dell’acqua, ecc. sono insufficienti e carenti. I nostri figli in età scolare non possono restare al villaggio. La realtà è che siamo diventati cittadini di seconda classe”.

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