| Siamo solo dei catalizzatori
della combattività della gente, ma non
abbiamo l'abitudine di contarci, né di
protestare continuamente, come fanno altre correnti.
Liberi da vincoli politici, gettiamo le idee e
raccogliamo le risposte.
Oggi l'Argentina è piena di esperienze
di autogestione. Abbiamo visto il modello menemista
e neoliberale andare in fumo. Così ci stiamo
organizzando, stiamo acquistando fiducia nella
nostra iniziativa.
Toti Flores è il leader dell'Mtd (Movimiento
Trabajadores Desempleados), uno dei gruppi di
piqueteros (disoccupati) più originali
del panorama argentino. Rimasto senza lavoro negli
anni 90, Toti dà vita al movimento nel
95', quando il paese raggiunge il 18% di disoccupazione
e il fenomeno diventa una piaga permanente. L'Mtd
ha sede nella Matanza, comune del cono urbano
di Buenos Aires, ex dormitorio operaio di un milione
e 800mila abitanti (di cui 3-400mila sono disoccupati).
Diventati famosi per il corte de rutas (il blocco
delle strade), i movimenti di disoccupati sono
oggi una realtà organizzata fortissima
e variegata. Moltissime le sigle e i gruppi. Dei
dieci principali, alcuni (il Polo Obrero e la
Corrente Clasista y Combativa) hanno raggiunto
molta visibilità e un notevole potere di
contrattazione con il governo. Ma qualcuno è
ricaduto nei meccanismi clientelari di sempre.
Nel quadro dei movimenti di piqueteros,
voi siete un gruppo a sé. In cosa vi differenziate?
Innazitutto, rifiutiamo i piani assistenziali,
cioè i soldi che il governo dà ai
disoccupati (150 pesos per famiglia al mese, l'equivalente
di 50 euro, ndr). Su questi piani si struttura
l'organizzazione di molti gruppi di piqueteros.
In che senso?
Il governo concede questi piani ad alcuni gruppi
di disoccupati, perché li distribuiscano.
I planes diventano così il parametro su
cui ogni gruppo si conta e valuta la propria forza
o influenza. A mio parere, l'organizzazione dei
piqueteros non può passare per i planes:
più che andare incontro alle necessità
della gente, sono un perfetto sistema di dominazione.
In Argentina, nei quartieri poveri, è tipica
la figura del puntero. È un uomo di partito
che gira per il territorio ripartendo l'assistenza
dello Stato. In cambio, fa pressione perché
si partecipi ad una mobilitazione o si dia il
voto a questo o quel partito (per anni - e ancora
oggi - ha spadroneggiato il Pj, il Peronismo,
nelle sue varie accezioni). Se è vero che
alcuni piani assistenziali sono in mano ai piqueteros,
la maggior parte restano ancora al Pj. Le correnti
di disoccupati che accettano i piani, di fatto
si conformano ad un sistema perverso e mafioso,
da sempre usato dai partiti. I planes non generano
coscienza. Incentivano la cultura della sopravvivenza
e fanno perdere quella del lavoro.
Un esempio: con 150 pesos per famiglia, non si
vive, si sopravvive. La gente, per portare qualcosa
a casa, baratta, trova lavori saltuari e cerca
di unire al piano altri aiuti: la borsa de comida
(i buoni per la spesa) e l'assistenza medica,
per ottenere la quale passa tutto il giorno a
fare code interminabili dal medico. Questo “arrangiarsi
per la sopravvivenza”, improduttivo e faticoso,
viene chiamato lavoro. In una recente inchiesta
tra i giovani della Matanza (dei quali il 50%
risultano disoccupati) molti dicevano di lavorare.
Poi si scopriva che vivevano di piani assistenziali.
Si arriva cioè all'assurdo di scambiare
i piani assistenziali per lavoro: chi non l'ha
mai avuto, non sa neanche cos'è.
Ma non solo: è da questa zona castigata
della Matanza, che Menem ha sempre raccolto il
maggior numero di voti (anche nelle ultime presidenziali).
Come? Ripartendo con i suoi punteros la pubblica
assistenza.
Detto questo, non possiamo condannare le famiglie
che accettano aiuti statali. Ci sono situazioni
difficili e c'è fame. Ma non tolleriamo
che questo si veda come un successo.
Quanti siete?
Abbiamo un nocciolo duro di cinquanta persone,
militanti, che lavorano nella cooperativa nata
un anno e mezzo fa. Poi, secondo le mobilitazioni,
raggiungiamo il centinaio o migliaio di persone.
Siamo solo dei catalizzatori della combattività
della gente, ma non abbiamo l'abitudine di contarci,
né di protestare continuamente, come fanno
altre correnti. Liberi da vincoli politici, gettiamo
le idee e raccogliamo le risposte.
Avete un coordinamento nazionale?
No, perché questo comprometterebbe la costruzione
del movimento dalla base. Nei gruppi di piqueteros
più importanti, che si appoggiano a qualche
partito (il Polo Obrero, ad esempio), politica
e decisioni non vengono discusse in quartiere:
le prende la direzione nazionale del Partito Obrero.
Noi invece diamo molta importanza al territorio,
all'orizzontalità, ai processi che costruiscono
dal basso. Questo, ad esempio, è anche
il senso della cooperativa che abbiamo creato
due anni fa, il “Centro para la educacion
y formacion de cultura comunitaria”. Attorno
ad essa ruota il cuore dell'Mtd.
Com'è nata?
Per anni ci incontravamo solo nelle manifestazioni
e nei cortes de ruta (i blocchi stradali). Ad
un certo punto, sentimmo il bisogno di più
continuità e di organizzarci in forma costruttiva.
Così pensammo di dar vita ad un progetto
comune: una scuola elementare. Avremmo creato
una scuola diversa, simile all'esperienza dei
sem terra, in Brasile, che non riproducesse il
sistema educativo di sempre. L'idea era un po'
folle e fuori luogo, in un ambiente dove l'istruzione
non è certo al primo posto nella scala
dei bisogni. Lo stesso, entrammo in un edificio
abbandonato e cominciammo. Per finanziarci, ci
costituimmo in cooperativa e cominciammo a mettere
in piedi alcune attività produttive: una
panetteria, un laboratorio di serigrafia, uno
di stampa, una casa editrice, due laboratori di
sartoria e di pittura. Ora siamo in 50 a vivere
un po' della cooperativa, un po' del lavoro occasionale.
Per noi si tratta di un'esperienza straordinaria.
Dimostra che l'autogestione è possibile
e che si può fare a meno di un datore di
lavoro. Se noi lavoratori creiamo la ricchezza,
possiamo anche amministrarla. È un processo
molto simile a quello delle fabbriche recuperate,
le imprese abbandonate dai proprietari alla fine
degli anni 90 e fatte funzionare da operai e impiegati
(sono circa 200 in tutto il paese). Oggi l'Argentina
è piena di esperienze di autogestione.
Abbiamo visto il modello menemista e neoliberale
andare in fumo. Così ci stiamo organizzando,
stiamo acquistando fiducia nella nostra iniziativa.
Si tratta di esperienze marginali, è vero.
Ma sono tante e mai viste prima.
L'Mtd punta proprio su questa riorganizzazione
dal basso: del lavoro, della politica, dei servizi.
La nostra cooperativa, ad esempio, è un
polo d'attrazione per il quartiere. Vengono da
noi a imparare come si fa il pane e inevitabilmente,
poi, diventa spazio per la costruzione dell'Mtd.
Per i vari movimenti (non solo piqueteros) oggi,
è un momento di profonda riflessione. Non
si sta più discutendo dell’immediato,
ma di questioni strategiche.
L'esperienza dell'Mtd è stata riportata
da un libro da lei curato che si intitola “dalla
colpa all'autogestione”. Cosa significa?
Una delle cose perverse di questo sistema è
che alla disoccupazione non si dà carattere
sociale. Appare come un problema individuale.
Menem diceva che chi faceva il corte di ruta,
non aveva voglia di lavorare. Questo generava
in noi un grande senso di colpa. Uscivi di casa
per cercare lavoro e ti dicevano che eri salito
per bighellonare. Il senso di colpa è uno
dei motivi fondamentali, per cui i disoccupati
non si organizzano. Ancora oggi. Prenderne coscienza
è il primo passo per reagire. E magari
passare all'autogestione: dell'economia, della
politica, del potere.
Qual è il vostro rapporto con il “potere”,
visto che rifiutate qualsiasi aiuto economico
e appoggio politico da parte dello Stato?
Il potere non ha nulla di male: dipende da come
lo costruisci. Per cosa e per chi. È solo
uno strumento. Come tale, è buono o cattivo
a seconda di chi lo tiene.
Quello che non vogliamo (il motivo per cui rifiutiamo
i planes) è riprodurre i soliti meccanismi
mafiosi di potere. Bisogna uscire da questa cultura,
i movimenti di disoccupati in primo luogo. Non
chiediamo l'assalto ad un potere già costituito,
vogliamo costruirlo. Con il tempo.
Mi vengono in mente i giorni del dicembre 2001,
quando sembravamo al punto di mandare a casa i
vecchi politici e il potere tradizionale era in
grosse difficoltà.
Stavamo tornando al quartiere, di notte, e fummo
accolti da uno spettacolo dantesco. Davanti ad
ogni casa c'erano enormi falò e uomini
armati ovunque. Perché? Punteros e polizia
avevano diffuso la fobia del saccheggio e tutti
si proteggevano, gli uni contro gli altri. Provammo
paura: in quel momento, chiunque avrebbe potuto
spararci, scambiandoci per saccheggiatori e sarebbe
stato giustificato. Il presidente stava cadendo,
ma nelle periferie il potere era in mano a quelli
di sempre.
Dov'è dunque il potere? E se si fosse creato
un vuoto a livello di governo, chi l'avrebbe preso?
In quel momento non c'era organizzazione capace
di sostenerlo. Il potere va costruito, ma deve
essere reale, legato al territorio, al consenso,
alla partecipazione. Dobbiamo cambiare le cose
alla radice.
A cura di PAOLA ERBA
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