| Di regole della "democrazia",
in Africa, ce ne sono tante. La questione è
che non siamo noi... Dobbiamo seguire l'esempio
dell'Europa? O ripescare fra le forme democratiche
che avevamo ideato in passato?
Vorrei che gli italiani aprissero gli occhi sulla
cooperazione. Si dice: "Stiamo aiutando l'Africa
da trent'anni..". Invece, finora, la cooperazione
è stata puro business. La gente deve saperlo.
Bisogna accettare l'idea che i contadini di ciascun
paese producano per il mercato interno: ogni popolo
ha il diritto, attraverso i programmi del proprio
governo, di assicurare la sovranità alimentare.
E' l'uomo che ha restituito l'orgoglio e la fierezza
ai contadini del Senegal. Nato 55 anni fa in questo
paese dell'Africa occidentale, vive attualmente
nel villaggio di Bamba - distretto di Koumpentoum,
regione di Tambacounda - dove tuttora coltiva
i suoi campi; ma viaggia spesso in Europa ed è
conosciuto a livello internazionale. Nell'arco
di due decenni, ha creato diverse associazioni,
fra cui la Federazione delle organizzazioni non
governative del Senegal (Fongs) e il Consiglio
nazionale della concertazione e della cooperazione
dei contadini (Cncr), una piattaforma che rappresenta
tre milioni di agricoltori, allevatori, pescatori,
forestali, orticoltori, ecc. Nel settembre 1999,
a Ouagadougou, assieme ad altri leader ha ideato
una Rete di organizzazioni contadine e di produttori
dell'Africa dell'Ovest (Roppa), che opera attivamente
dal luglio 2000. Un lunghissimo impegno, di cui
oggi si comincia a vedere i frutti. Ecco l'intervista
che ci ha rilasciato.
Innanzitutto come si definisce: un leader d'opinione
o un leader contadino?
Sono un leader contadino. Dato però che
i senegalesi sono in maggioranza contadini, è
quasi impossibile separare le due figure. Una
categoria di persone, quella di chi lavora la
terra, che tuttora non ha consapevolezza della
propria forza, è poco organizzata e dispersa
sulla superficie nazionale. Il primo obiettivo
del Cncr è dunque questo: trovare dei punti
d'accordo sulle questioni essenziali. Abbiamo
un solo governo, che è stato democraticamente
eletto e che parla a nome del paese. E' con l'attuale
Amministrazione, che dobbiamo confrontarci.
Innanzitutto le nostre attività attraversano
tutte le stesse difficoltà. La prima è
data dalla rapida degradazione delle risorse naturali:
che tu sia pescatore, contadino o allevatore,
comunque devi confrontarti con l'inquinamento
dell'acqua e dell'aria, la desertificazione, ecc.
Il secondo problema è l'accesso ai finanziamenti.
In Europa, il tasso del credito agricolo oscilla
fra il 2 e il 4%. Da noi, nel 1997, era arrivato
al 12,5%. Quanto i piccoli chiedono un prestito,
devono inoltre essere in grado di dare delle garanzie;
e la maggioranza non è in questa condizione.
La terza questione è quella della formazione:
i meccanismi di comunicazione, come noi li vorremmo,
non esistono. Il governo, a partire dall'indipendenza
fino a trent'anni fa, aveva ideato un sistema
di animazione rurale, in funzione degli scopi
che si era prefissato (aumentare la produzione
per l'esportazione, ecc.). Mentre avremmo bisogno
di conoscenze di tutt'altro genere: dalla gestione
finanziaria alla pianificazione.
Il Cncr esiste dal 1993. Se lei dovesse fare
un bilancio di questi otto anni di attività..
Siamo riusciti ad innescare un cambiamento all'interno
dell'Amministrazione. Oggi ci interpellano, ci
riconoscono come partner. Fino al '97, il governo
riconosceva solamente il sindacato, le organizzazioni
imprenditoriali, ma non i contadini. Quattro anni
fa, appunto, la svolta.
Secondo risultato: il fatto di esserci voluti
assumere le nostre responsabilità, avviando
un lavoro di autocritica. Abbiamo cioè
iniziato a chiederci per quale ragione le cose
erano andate storte: eravamo stati poco flessibili?
O un po' disorganizzati? Quest'atteggiamento è
diventata la regola. Inoltre, eravamo arrivati
ad una situazione limite, per cui i contadini
si vergognavano di esserlo: sentivano di non contare
nulla. Ora è come se avessero ritrovato
la fierezza di appartenere a questa categoria.
Sanno di avere un ruolo da svolgere nella decentralizzazione
amministrativa.
Allora è diventato possibile partecipare
alle negoziazioni. E, quindi, abbiamo iniziato
ad orientare diversamente politiche che vengono
decise sempre dal governo, ma vengono ìfatte
per la gente". E' in tale contesto che segnaliamo
le nostre priorità. Contemporaneamente,
il Cncr ha permesso di condurre i contadini senegalesi
nelle reti delle organizzazioni contadine dell'Africa
dell'ovest. In sintesi, i risultati sono: il risveglio
dei contadini, una miglior strutturazione del
movimento, la mobilitazione, l'autocritica, il
riconoscimento da parte dell'autorità e
il cambiamento della politica governativa.
Quali sono le strategie per il futuro?
Serve un rafforzamento delle federazioni nazionali
che compongono il Cncr. Il futuro poi si giocherà
sui Consigli regionali di concertazione. Inoltre,
ci batteremo attivamente all'interno del Roppa,
perchè i nostri problemi vengano discussi
a livello della Comunità economica degli
Stati dell'Africa occidentale (Cedeao) e mondiale.
La lotta sarà dura.
Durante l'ultimo seminario regionale sulla politica
agricola dell'Uemoa (Unione economica e monetaria
dell'Africa dell'Ovest), lo scorso ottobre, a
Ouagadougou, lei ha detto: "La realizzazione
di una politica agricola dell'Unione non ci appartiene.
Vogliamo cambiare le regole del gioco". Che
cosa intendeva esattamente?
Ho detto che non ci appartiene, perchè
è ancor oggi lo Stato che definisce la
politica agricola, non sono i contadini. Si ripete
continuamente che il mercato è favorevole
a tutti, che bisogna essere competitivi e che
così poi si fanno i soldi. Ma questo è
falso. I prezzi agricoli sono fissati dalle multinazionali
e, dunque, fittizi. Non a caso, l'Europa sta compensando
i contadini per i mancati guadagni.
Veniamo alle nuove regole. Innanzitutto, bisogna
accettare l'idea che i contadini di ciascun paese
producano per il mercato interno. In secondo luogo,
ogni popolo ha il diritto, attraverso i programmi
del proprio governo, di assicurare la sovranità
alimentare. Sarebbe folle, ad esempio, che gli
italiani importassero il grano per produrre la
pasta. Lo stesso vale per noi. Mangiamo sorgo,
miglio, mais, patate, igname, manioca, che sono
reperibili solo nei paesi dell'Africa subsahariana.
Per continuare a produrre questi alimenti, è
necessario proteggere le frontiere.
Altri prodotti come il cotone, il cacao o il caffè
sono invece sul mercato mondiale. Nel caso del
cotone, ad esempio, l'Europa assicura un miliardo
di euro alla Grecia e alla Spagna, perchè
lo producano. Mentre noi non riceviamo alcun aiuto
dallo stato e accediamo allo stesso mercato. Parallelamente,
gli Stati Uniti destinano migliaia di dollari
per produrre cotone in America latina. Ecco dove
vogliamo delle nuove regole: bisogna consentire
ai singoli paesi di produrre per se stessi, resistendo
alle pressioni delle multinazionali.
Su quali diverse basi va reinventata la politica?
Sulla famiglia. Anche in Italia l'agricoltura
si fonda sui nuclei familiari. Va quindi studiato
il modo di contribuire al loro sostentamento.
Bisogna mettere in primo piano gli uomini e le
donne che producono, non altri parametri come
i tempi di produzione o la quantità. Non
siamo operai di una fabbrica, ma gente che lavora
con la natura ed è depositaria di culture
antichissime.
Che tipo di integrazione vogliono i contadini
senegalesi? Un'integrazione regionale?
All'epoca della colonizzazione, gli europei hanno
tentato di recidere i legami tra popoli africani
che, fino ad allora, avevano vissuto fianco a
fianco. Sulla carta, sono stati fatti dei paesi.
Ma noi abbiamo continuato a vivere, ignorando
tutto ciò: abbiamo continuato a sposarci
fra etnie diverse, a parlare la stessa lingua
in nazioni diverse. Siamo rimasti cioè
perfettamente integrati. Poi sono arrivate le
indipendenze. Di nuovo, ci hanno detto che dovevamo
rispettare ciò che i bianchi avevano stabilito.
Ma, ancora una volta, abbiamo continuato a seguire
quello che gli antenati avevano sempre fatto.
Ecco che cosa la gente spesso dimentica. Se oggi
gli ex colonizzatori vogliono tornare, devono
chiedere ai popoli africani come hanno fatto a
mantenere l'integrazione, malgrado tutto.
Come leader di un movimento contadino, come
vede l'evoluzione democratica dell'Africa?
Bisogna riconoscere che ci sono stati molti progressi.
Oggi, nella nostra regione, la gente ha possibilità
che un tempo erano impensabili. Resta un problema:
siamo in una sorta di prét-à-porter.
Le democrazie di cui si parla, sono venute da
fuori. Non c'è stato il tempo, o forse
la volontà, le capacità, di elaborare
soluzioni nostre. Siamo degli ibridi: convinti
di cose, che non arriveremo mai a mettere in atto.
Di regole della ìdemocrazia", come
la intendete voi, ce ne sono e tante. Si discute,
si vota, esiste il multipartitismo. La questione
è che non siamo noi. Dobbiamo seguire l'esempio
dell'Europa? E, seguendolo, arriveremo a digerirlo?
O dobbiamo guardarci invece indietro, ripescando
fra le forme democratiche che avevamo ideato in
epoca precoloniale?
C'è qualche cosa che gli italiani, da qui,
possono fare?
Innanzitutto vorrei che aprissero gli occhi sulla
cooperazione. Si dice: "Stiamo facendo della
carità l'Africa da trent'anni..".
Invece, fino ad oggi, la cooperazione è
stata puro business. La gente deve saperlo. E
gli italiani hanno, in questo senso, un loro ruolo
da giocare: di coscienza critica. Lo stesso vale
per la Francia, il Belgio, ecc. Personalmente
non sono contro il fatto di fare affari; le cose
però devono essere chiare. Esattamente
come da noi si deve riconoscere che, a volte,
dei responsabili stornano dei finanziamenti sui
loro conti privati: la corruzione esiste ovunque.
Detto questo, le relazioni fra la società
civile italiana e quella senegalese vanno sostenute.
Che aiuto può dare l'Europa all'Africa?
All'Europa siamo legati tramite gli Accordi di
Lomè e poi quelli di Cotonou. La difficoltà
sta nel fatto che tutti i paesi europei che rientrano
nell'Accordo di Cotonou, singolarmente hanno le
loro politiche di cooperazione e fanno parte della
Banca mondiale, della Fao, ecc. Ci sono troppe
contraddizioni.
Se l'Europa vuole davvero aiutare i paesi africani,
deve accettare di entrare nel dibattito. Sono
25 anni che mi batto all'interno del Movimento
associativo contadino, e da una quindicina chiedo
agli europei di spiegare alla propria gente la
vera natura della cooperazione. Gli aiuti non
sono solo un problema di soldi, ma sono fatti
innanzitutto di dialogo, di concertazione e della
volontà di accettare le differenze. Non
sono convinto che ci siano solo tre o quattro
criteri per poter essere "sviluppati".
Ogni popolo deve poter scegliere la propria via.
Al mondo ci sono abbastanza risorse per tutti.
Bisogna smetterla di alimentare questo pessimismo
da una catastrofe imminente. Poi siamo dei credenti,
soltanto in minima parte possiamo considerarci
gli artefici dell'universo. L'artefice resta Dio
che ci ha dato delle responsabilità, ma
si è conservato un suo ruolo. Il nostro
dovrebbe bastarci. Con l'Europa esiste un rapporto
di vecchia data. Non limitiamolo al piano materiale,
scientifico e monetario. Ci dicono che bisogna
conoscere il mercato, ad esempio. Chi può
dire di conoscerlo meglio? Persino il nostro sangue
è stato sul mercato! Eppure ci rifiutiamo
di ridurre il pianeta ad una mera questione di
scambi commerciali. Ci sono altre regole, altri
valori.
Si spieghi..
Ogni evoluzione è una scala: si sale, si
arriva in cima e si ridiscende. Dico sempre che
gli antichi romani non avrebbero mai immaginato
qualcosa di piò grande di Roma. Eppure..
Questo vale per qualsiasi potere, Stati Uniti
compresi.
Torniamo alla Cncr. Avete rapporti con associazioni
e Ong che in Europa si occupano di difendere i
diritti della terra? Leader come Josè Bovè
sostengono di battersi anche per analoghi organismi
del Sud del mondo. Sono davvero consapevoli del
vostro punto di vista?
Penso che sì. Ciò che ci accomuna,
innanzitutto, è il fatto di vivere in stretto
contatto con la natura. Si dice che i contadini
siano ovunque conservatori, ma non è perchè
non amino il cambiamento. Piuttosto perchè
sanno che la natura non è una macchina.
Si è visto quello che è successo
recentemente con le farine animali... Chi ha pagato
poi? Sempre loro, i contadini. E non sono i contadini
ad aver inventato quelle farine, o i pesticidi.
Ma, a forza di pressioni, li hanno costretti ad
utilizzarli. Ed è esploso l'inquinamento.
Quindi è stato detto loro: la produzione
è eccessiva; vi pagheremo per diminuirla.
Ai produttori non viene chiesto niente, se non
di lavorare e di vivere del proprio lavoro. Nel
frattempo, tutti guadagnano piò di loro.
Ecco dunque dove sta il problema. Si è
cominciato a dire che bisognava cambiare. Così
si sono instaurate relazioni fra i contadini dell'Africa,
quelli dell'Asia dell'America latina, dei paesi
europei. Il legame è questo: viviamo dell'acqua,
della terra, degli alberi, allo stesso identico
modo. Ciò oltrepassa gli stati. Siamo una
multinazionale dei valori.
Quali?
L'amore per la terra; la fierezza di mangiare
ciò che si produce e di vendere perchè
la gente possa nutrirsi; il rispetto della natura.
Ecco che cosa ci accomuna, qualunque sia il colore
della pelle. Una visione, questa, che siamo sviluppando
attraverso la Confederazione contadina, la via
campesina, la Fipa (Federazione internazionale
di produttori agricoli) e l'incontro di Porto
Alegre. Qui tenteremo di dare vita ad un movimento
sociale piò strutturato per calmare un
po' gli animi. Un surriscaldamento, infatti, appare
inutile. Con metodi nonviolenti, in Senegal, ormai
siamo così forti da poter bloccare qualsiasi
istanza contraria alla nostra linea.
A cura di ALESSANDRA GARUSI
BANCA MONDIALE:
IL FURTO DELLE TESTE MIGLIORI
La Banca mondiale è un'istituzione creata
dagli stati. Quando se ne fa parte e se sono approvate
le regole, non si può poi disconoscerla
con leggerezza. Inoltre, la Bm non viene di sua
iniziativa; ma se è interpellata, manda
un'èquipe e fa una proposta. Si può
sottoscriverla o meno. Le procedure sono standard.
Se i nostri paesi sono deboli nelle negoziazioni,
è perchè non mobilitano la gente.
E dunque le controparti sono solo due: i funzionari
della Bm, da un lato, e il governo dall'altro.
Da qualche anno, però, le cose stanno cambiando.
Gruppi di nuovi attori iniziano ad essere presenti.
Quindi, anche l'approccio della Banca è
diverso. In Senegal, ad esempio, dove la Bm è
presente da vent'anni, la partnership Cncr-governo-Bm
ha fatto la differenza. Ogni volta che non siamo
d'accordo, lo diciamo.
Ciò che resta grave, invece, è che
la Banca avvii dei progetti e coinvolga le nostre
teste migliori. Questi cominciano così
a guadagnare venti volte tanto quel che portavano
a casa prima. Il popolo paga la formazione dei
funzionari e poi li perde. Bisognerebbe tentare
di frenare quest'emorragia.
M.C. |