Sudafrica: l'oppressione non è finita

È appena uscita la raccolta Ieri è vicino. Scritti sul Sudafrica (Ed. Le Vespe, pp 254, € 18.08) di André Brink, uno degli intellettuali di maggior spicco nel panorama sudafricano. MO lo ha intervistato.
Ci aspettavamo tutti un bagno di sangue. Avendolo evitato, la possibilità di negoziati pacifici è stata dimostrata nel modo più sorprendente: con il valore della parola e della mente umana.
Quest’intervista è “una strana combinazione di ottimismo e pessimismo”. Eppure l’autore resta fondamentalmente un ottimista: “Perché il mio strumento è la parola. Che è poi ciò che sul lungo periodo può salvare l’umanità”.

di Alessandra Garusi

La raccolta, Ieri è vicino. Scritti sul Sudafrica (Reinventing a Continent), appena uscita in Italia, comprende saggi che vanno dal 1982 al 1995. Per quale ragione ritiene che sia così importante continuare a scavare nel passato? Il Sudafrica non ha forse chiuso definitivamente i conti con l’apartheid? O c’è qualcosa che ancora va chiarito?
Molte delle questioni messe in luce dagli anni dell’apartheid restano importanti per qualsiasi società dove sia evidente qualche forma di repressione (razzismo, sessismo, omofobia, ecc.): e questo riguarda praticamente ogni società “libera” del pianeta. Per il Sudafrica in particolare, ignorare il passato molto recente aumenterebbe il rischio di scivolarci nuovamente dentro. La nuova Amministrazione sta già iniziando a mostrare segnali della stessa intolleranza, abuso di potere, e corruzione che caratterizzarono il regime dell’apartheid.

La lotta della maggioranza del popolo sudafricano contro l’apartheid ha profonde radici culturali e politiche. Viene da molto lontano, s’inspira a fonti diverse (dalle tradizioni africane al pensiero di Gandhi). Oggi, quale direzione sta prendendo?
Non è così semplice prevedere, dove stia andando. In generale, ha una crescente consapevolezza del fatto che nessuna lotta di liberazione della mente umana e dello spirito potrà mai finire: il male scopre sempre nuovi spazi, dove potersi inserire. Più specificatamente, stiamo scoprendo che mentre in passato l’“oppressione” in Sudafrica veniva equiparata automaticamente all’oppressione razziale, ora che l’apartheid è finito, altre forme di oppressione stanno continuando: in particolare quella nei confronti delle donne (in società nere e bianche; in forme manifeste e nascoste): per me, come scrittore, questa è uno dei principali ambiti, su cui focalizzare la mia scrittura.

Se confrontiamo la situazione attuale con quella di “Un’arida stagione bianca” (Ed. Frassinelli 1989 e 1999), come è cambiato il Sudafrica?

Il maggior progresso che è stato fatto, riguarda un movimento d’apertura: ci sono ancora scandali, abusi di potere, ma ciò che succede oggi più frequentemente che in passato, è la denuncia pubblica; la libertà di stampa è un fattore determinante nella nuova società. Tuttavia, elementi dei vecchi servizi segreti sono tuttora attivi all’interno dell’attuale polizia ed esercito, e il loro uso della forza (compresa la morte di prigionieri durante la detenzione) continua. Inoltre, nuove persone in posizioni di potere stanno ricorrendo alle stesse tecniche di tortura e abuso. In genere, a parte una classe media nera emergente e ricca, è ancora terribile essere neri in questo paese. La Costituzione garantisce la libertà personale, ma in pratica, essere poveri e neri significa ancora che la propria voce non viene sentita, e i lavoratori neri (soprattutto nelle aziende agricole, nei servizi domestici, ecc.) continuano ad essere brutalmente sfruttati.
Nel contempo, se si raffronta la situazione di oggi con quella di dieci anni fa, non si può negare che abbiamo fatto molta strada; lentamente, molto lentamente la vita sta migliorando; c’è più speranza per il futuro di quanta non ce ne fosse una volta.

L’apartheid è finito senza una guerra totale. Questo costituisce un esempio straordinario per la nostra epoca. Cosa insegna, soprattutto agli altri paesi africani, agli Stati Uniti e ai loro alleati nella guerra che si sta concludendo in Afghanistan?
Sì, ci aspettavamo tutti un bagno di sangue. Avendolo evitato, la possibilità di negoziati pacifici è stata dimostrata nel modo più sorprendente che si potesse immaginare. È stato provato il valore della parola, e della mente umana. Penso che soprattutto gli Stati Uniti con le loro risposte automatiche e sanguinarie, con la loro fede nella forza bruta, dovrebbero tenerne maggiormente conto.

Ritiene che la Commissione Verità e Riconciliazione possa essere un modello per il resto del mondo? O è invece qualcosa di unico, che difficilmente potrà essere “esportato”?
In molti modi concreti, la Commissione non ha “funzionato”: la gente ha avuto la sensazione che le proprie ingiustizie siano stati esposte, ma non ad un vero destinatario; c’è ancora, da parte delle vittime, il desiderio di qualche tipo di compensazione. Tuttavia, sono convinto che senza la Commissione avremmo finito per vivere in una giungla di forza bruta. Credo fermamente che abbia costituito un esempio. È ovvio che ogni caso è diverso, dovrebbe dunque essere adattata alle differenti circostanze. Ma sono assolutamente convinto che come modello possa essere applicato alla maggior parte delle situazioni sociopolitiche. Sempre che ci sia la volontà – da entrambe le parti in un conflitto – di farlo funzionare.

È veramente possibile che gli intellettuali rispondano ad una sfida politica? Nella prefazione al suo libro, Nelson Mandela dice: “La qualità della nostra libertà futura dipenderà dagli stimoli critici e creativi che sapranno produrre i nostri scrittori e intellettuali”. Qual è il loro ruolo, oggi, in Sudafrica?

Temo che la maggioranza degli intellettuali sudafricani oggi preferisca sedersi sugli allori, come se la loro funzione fosse finita. Ma questa non potrà mai finire. Le sfide sono sempre lì. Il problema è che in una situazione d’oppressione innaturale (l’apartheid) gli scrittori sono ascoltati con maggior prontezza che altrove. Sapendo che gli scrittori rischiano la vita, la libertà, attraverso il loro lavoro, la gente prestava loro più attenzione. In una situazione “normale” (sempre che esista), le persone non ci badano. Il valore della parola è ribassato.. E questo crea un vero problema. Ma ritengo che non ci sia ragione perché gli scrittori /intellettuali sprofondino nel silenzio dell’impotenza. Non c’è ragione per sentirsi marginalizzati. Attraverso quel che uno scrive, si deve semplicemente suscitare l’interesse della gente.

In che modo la reinvenzione del continente può legarsi all’idea del Rinascimento africano che il presidente sudafricano Thabo Mbeki sta promuovendo? Somiglianze e differenze…
Penso che le due cose vadano di pari passo (a parte il fatto che Mbeki può promuovere l’idea di rinascimento più per ragioni egoistiche che per vere ragioni politiche e filosofiche): inoltre la “renaissance” sembra avere una collocazione più stretta, quanto a scopi politici. La mia idea di reinventare un continente va oltre, richiede un nuovo modo di vedere il futuro (dell’Africa e del mondo). È una prospettiva filosofica più ampia.
Recentemente il Partito nazionale africano (Pan) ha stipulato un’alleanza con il Partito nazionale nuovo (l’ex partito di governo ai tempi dell’apartheid).

Alcuni sono delusi di questo fatto, altri sono scettici e cioè non credono che l’alleanza partitica funzionerà. Lei che cosa ne pensa?
In che senso quest’accordo può offrire una nuova opportunità di cooperazione fra bianchi e neri nella costruzione del nuovo Sudafrica?

Sulla carta, e nelle parole dei politici, sembrerebbe una straordinaria opportunità per una vera cooperazione al di là della vecchia separazione tra bianchi e neri.
Purtroppo però, conoscendo i partecipanti, è invece un caso emblematico di opportunismo politico (da entrambe le parti), il cui scopo è di assicurarsi più voti alle prossime elezioni. Sono estremamente scettico su questa mossa. Ha più a che fare con l’avidità personale e le manovre, che con qualsiasi reale convinzione del bisogno di ex nemici di convivere.

Il Sudafrica è stato scelto come sede del Vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile, che si terrà a Johannesburg il prossimo settembre. È un chiaro segno di fiducia nei confronti del nuovo governo. Che tipo di contributo può offrire il Sudafrica per la promozione di uno sviluppo economico (sradicamento della povertà, aumento dell’occupazione, migliore qualità dell’educazione, ecc.), che sia sostenibile dal punto di vista ambientale?
Come la Conferenza del 2001 sul Razzismo, temo che possa cadere nel dimenticatoio. L’intero evento è già stata depredato da politici che intendono guadagnarci in voti. Manca una vera visione e un vero impegno. Ritengo che lo sviluppo sostenibile possa essere raggiunto, ma non finché blocchi di potere continuano a tramare col solo scopo di utilizzare quest’altra opportunità per arricchirsi e promuoversi. E intanto si maschera la sofferenza della maggioranza della popolazione, che ancora non ha voce in capitolo.

A cura di ALESSANDRA GARUSI

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