L'Argentina resiste e va verso le presidenziali

Cosa è rimasto delle proteste feroci del dicembre 2001, dei caceolazos, delle assemblee popolari che facevano sperare in una svolta politica epocale?
Le presidenziali saranno il banco di prova per le elezioni di settembre e ottobre (giugno a Buenos Aires), quando il paese tornerà alle urne per rinnovare metà della Camera dei deputati, di un terzo dei senatori e tutti i governatori.

Dal gennaio 2002 al marzo 2003, il prodotto interno lordo è caduto del 15% e i salari del 23,8%. Contemporaneamente, è continuata la fuga dei capitali all'estero. Per fronteggiare la crisi, la gente ha riscoperto l'importanza di unirsi, prendere l'iniziativa, solidarizzare. L'impressione è che tutti questi movimenti stiano riorganizzando il territorio.
aprile 2002
di Paola Erba

Cammini per le strade di Buenos Aires e nulla sembra darti l'impressione di un paese al bordo di una rivoluzione, come l'anno scorso. Ci sono cortei di piqueteros, cortei contro la guerra, ma nessuna traccia di quelli che solo un anno fa gridavano “que se vayan todos” (se ne vadano tutti). Pochi i cacerolazos, e dappertutto i manifesti elettorali che propongono Menem come uno dei candidati alle prossime elezioni presidenziali, il 27 aprile. Menem, addirittura, è propagandato con uno slogan che dice: “un marchio registrato”.
Vale a dire, una garanzia di governabilità. Sembra uno scherzo.

E i politici a cui si gridava di andarsene? Sono ancora al governo. Dal “que se vayan todos” – qualcuno dice – si è passati al “se han quedado todos” (sono rimasti tutti). Ma in città si è ripreso a vivere. Molti locali a Buenos Aires restano aperti fino a tarda notte, i caffè sono pieni. Tutto pare essere tornato alla normalità. Pare. Perché alle cinque del pomeriggio, scopri invece che i quartieri del centro si popolano di un esercito di gente – anche intere famiglie con bambini piccolissimi – che rovistano a mani nude nella spazzatura per cercare la carta. Sono i cartoneros. Raccolgono e rivendono carta. Vengono dalle periferie, dalla provincia, e guadagnano tra i 15 e i 30 pesos al giorno (5-10 euro). Tornano a casa a tarda notte, caricati sui camion, insieme alla carta che raccolgono. Quello del cartonero è un mestiere in crescita: l'anno scorso se ne vedevano pochi, oggi sono una realtà che raggruppa un po' di tutto: c'è chi fa questo mestiere da sempre, ma ci sono anche ex studenti, ex impiegati, ex operai. Tutti quelli che la marea della crisi ha lasciato sulla riva.

“Cosa succede nel tuo paese se all'improvviso ti trovi senza lavoro?”, mi chiede Jorge Beinstein, economista e direttore della rivista politica Enfoques Alternativos. “Qualche parente o amico ti dà una mano, se non è lo Stato a dartela. Qui, nella maggior parte dei casi, non c'è più nessuno che possa farlo, nessuno che attutisca la tua 'caduta'. Così, all'improvviso ti trovi senza niente: né lavoro, né casa, né futuro. Fare il cartonero è uno degli sbocchi possibili”. Non solo i cartoneros: Victor, taxista da soli 15 giorni, si ferma ad ogni incrocio per chiedere la strada. “Mi scusi”, si giustifica. “Questo non era il mio mestiere: prima facevo l'impiegato”.

Si tratta solo di pochi esempi, ma sono la spia che la normalità di Buenos Aires è solo apparente. O meglio, è una normalità per pochi: per la classe medio-alta che ha attutito il colpo, o per i fortunati che hanno mantenuto il lavoro. Ma che hanno dovuto ridimensionare drasticamente il proprio stile di vita: nel 2002, come conseguenza della svalutazione, l'inflazione è aumentata del 65%. Un dato fra tutti è significativo: dal gennaio del 2001 – momento dell'esplosione della crisi – ad oggi, i poveri in Argentina sono passati circa 14 milioni a 21 milioni di persone. Quasi sette milioni in più rispetto all'ano scorso, su una popolazione di 36 milioni di abitanti. In un paese che – ironia della sorte – è il maggior esportatore mondiale pro capite di grano, capace di dar da mangiare a 300 milioni di persone (non argentini). E in un paese in cui, nel 1975, su 22 milioni di abitanti, solo un milione e 200mila era povero.

Qualche cifra in più, ce la fornisce il sindacato della Cta, la Central de los trabajadores argentinos: è l'indigenza, nell'ultimo anno, ad essere cresciuta in modo esponenziale: dei 20 milioni di poveri – famiglie che complessivamente percepiscono meno di 729 pesos al mese (cioè meno di 240 euro) –, dieci milioni sono indigenti (con meno di 210 pesos, 100 euro). Alla luce di questo, le cifre della povertà sono ancora più drammatiche, perché di quei sette milioni di poveri in più, 4.800.000 sono poverissimi.

LA CRISI DELLA POLITICA



A livello economico, quindi, il governo di Duhalde e la svalutazione (oggi un dollaro vale circa 3 pesos) non sembrano aver portato grandi cambi in positivo. Anzi. Fatta eccezione per una debole riattivazione economica negli ultimi tre-quattro mesi, nel turismo, nei settori legati all'esportazione (ora favoriti dal basso valore del peso) e nella produzione in loco di beni che oggi sarebbe troppo costoso importare.
Senza contare, infine, che Duhalde non ha realizzato nessuna delle riforme che chiedevano le proteste popolari: quella della giustizia, la restituzione dei depositi bancari, il cambio di alcune politiche economiche.

“Con una popolazione di affamati non c'è nessuna speranza di riattivare l'economia, perché nessuno consuma”, spiega Claudio Lozano, economista della Cta. “La svalutazione era necessaria, ma andava fatta insieme ad una serie di misure che tutelassero i settori più deboli. La crisi, prima di essere economica, è politica. Per uscirne occorre fermezza, piani precisi, la volontà politica di mettere in atto un 'cambio copernicano' nella struttura dello Stato: una riforma fiscale e una redistribuzione delle ricchezze, innanzitutto. Il governo attuale e quello che verrà, non ne sarà capace. E non lo vuole. Le politiche sono quelle di sempre, i politici anche. Per di più, non hanno né la legittimità sociale, né la forza sufficiente per varare delle riforme strutturali: secondo i sondaggi, nessuno dei candidati raggiunge più del 17% delle preferenze”.

Adolfo Perez Esquivel, premio nobel per la pace (1980) e fondatore del Serpaj (il Servizio paz y justicia), osserva: “Si parla poco della provincia, ma i candidati presidenziali favoriti vengono proprio da lì. Le provincie sono in mano a signori feudali, a gente che, nell'interesse proprio e di pochi, continua a vendere terra e risorse strategiche. In Argentina continua lo sfruttamento di boschi, acqua, petrolio, oro, con danni all'ambiente e alle popolazioni. Tutto è stato privatizzato ad opera dei politici di sempre”.

VECCHI POLITICI MASCHERATI DI NUOVO


Ci troviamo quindi di fronte ad classe politica indebolita, ma ancora viva, rimasta caparbiamente aggrappata al potere. In silenzio, l'anno scorso, si è nascosta dalla rabbia della folla, ma non ha mai abbandonato la poltrona. Ora, dopo un governo di emergenza, con le elezioni di aprile spera di conquistare, se non una impossibile legittimità, almeno una certa legalità.
Quanto ai candidati alla presidenza, sono cinque i favoriti: Nestòr Kirchner (Pj, Partido justicialista), Adolfo Rodriguèz Saà (Pj), Carlos Menem (Pj), Elisa Carriò (Ari), Ricardo Lopez Murphy (Partido radical). Per tutti, i sondaggi non danno più del 17% di preferenze. Nell'ala di sinistra, con previsioni del 3-6% di preferenze, ci sono Alfredo Bravo (socialista) e Patricia Walsh (Izquierda unida).

Le presidenziali saranno il banco di prova per le elezioni di settembre e ottobre (giugno a Buenos Aires), quando il paese tornerà alle urne per rinnovare metà della camera dei deputati, di un terzo dei senatori e tutti i governatori.
“Lo scenario – spiega Juan Manuel Aval Medina, analista politico – è di incertezza assoluta. Si arriverà di sicuro al ballottaggio e chiunque potrà essere uno dei contendenti. Un dato emerge fra tutti: il peronismo (Pj) è disintegrato, si presenta con ben tre candidati, ognuno con visioni politiche diverse: Menem rappresenta il liberalismo radicale, peggiore e ancora più autoritario di quello pragmatico degli anni '90. Saà ripropone il peronismo classico, ma con una proposta assolutamente incoerente, che cerca di combinare gli interessi di ceti diversi. Kirchner è la versione più progressista e sensata del Pj, ma come uomo di Duhalde, è vincolato all'apparato di potere tradizionale, con i suoi affari sporchi e i suoi rapporti con la polizia. Il peronismo, come movimento nazionale non esiste più. Ognuno di questi candidati è stato governatore di provincia ed esprime una visione di peronismo maturata lì, plasmata sul proprio elettorato».
E che dire degli altri? “Elisa Carriò – continua Medina – rappresenta le tensioni sociali nate con la crisi, ma è incapace di costruire alleanze con altre forze politiche. Si è visto dalla sua separazione dai socialisti. Lopez Murphy è l'espressione della vecchia destra radicale e liberista, mentre la sinistra è estremamente frazionata e incapace di raggiungere un accordo tra le sue molte anime”.

LA RIORGANIZZAZIONE DAL BASSO



Cosa è rimasto delle proteste feroci del dicembre 2001, dei caceolazos, delle assemblee popolari che facevano sperare in una svolta politica epocale? “Le aspettative in questi movimenti erano altissime”, spiega Josè Seoane, del Clacso (Consejo latinoamericano de ciencias sociales). “Ci siamo sbagliati sui tempi. Nessuno di loro è stato in grado di produrre, ad un anno di distanza, una proposta politica. Ma resistono, e ancora più organizzati. Sarà questione di anni, forse. Ma se in futuro ci sarà uno spazio politico e democratico nuovo, al di fuori dei partiti tradizionali, verrà da loro”.

Nell'ultimo anno, il movimento piquetero è cresciuto moltissimo. Non occupa solo le strade, ma organizza comedores populares (mense gratuite) e cooperative. Le assemblee popolari (cioè i cittadini di un quartiere che l'anno scorso si riunivano per protestare) sono meno affollate, ma più organizzate: hanno occupato locali pubblici o privati (banche, ad esempio) che diventano spazio di discussione politica e di accoglienza (mense, corsi, assistenza allo studio...). Per fronteggiare la crisi, la gente ha riscoperto l'importanza di unirsi, prendere l'iniziativa, solidarizzare. L'impressione è che tutti questi movimenti stiano riorganizzando il territorio. E si stiano unendo: sono sempre più numerosi i legami tra piqueteros, madres de Plaza de Mayo, operai delle fabbriche “recuperate”, assemblee popolari. Tutti cercano di dare assistenza laddove lo Stato non arriva. Immaginano nuove forme di lavoro: le cooperative di cartoneros e le fabbriche recuperate ne sono un esempio. Creano i propri spazi di discussione, visto che la politica ufficiale non dà loro voce.

Quanto ai rapporti con la sinistra argentina, per ammissione della stessa Patricia Walsh, candidata alla presidenza per Izquierda unida, la sinistra non ha saputo (o non ha potuto), durante tutto il 2002, raccogliere le inquietudini popolari nate dalla crisi. Ma è anche vero che sull'opportunità di darsi una rappresentatività politica, le opinioni dei movimenti sono discordi: ci sono piqueteros come quelli del Polo Obrero che si candidano per cariche amministrative e politiche e altri, radicalmente orizzontali come l'Mtd (Movimiento trabajadores desocupados) che le disdegnano per principio.
C'è qualcuno, però, che si sta facendo promotore di una nuova proposta politica e sta cominciando ad unire le forze per le prossime elezioni (non quelle di aprile e settembre). È la Cta, che lo scorso dicembre, in un congresso a Mar del Plata con 9.300 delegati, ha lanciato l'ipotesi di un movimento politico sociale che riunisca lavoratori, piqueteros, produttori, il frente agrario, settori accademici e religiosi... “Un movimento – spiega Carlos Custer, della Cta – che nasce dal mondo sociale e che lo rappresenti, al di fuori della politica del clientelismo e dei vecchi partiti”.

Uno spazio a parte, in questo panorama di riorganizzazione “dal basso” meritano le imprese “recuperate”. Le fabbriche, cioè, occupate e fatte funzionare dai lavoratori, dopo l'abbandono (quasi sempre avvenuto tra il '98 e il 2001) dei proprietari, preceduto da 2-3 anni di riduzione progressiva degli stipendi, fino alla sospensione. In Argentina, queste realtà sono ormai più di un centinaio. In genere funzionano con metà dei lavoratori e con una produttività del 30-50%, rispetto al loro periodo migliore. Ma non per tutti è lo stesso.

Le esperienze sono estremamente varie: vanno da chi guadagna più di prima, a chi riesce con enorme sforzo a portare a casa 500-600 pesos al mese (180-200 euro). C'è chi ha potuto costituirsi in cooperativa e chi non avendo ottenuto l'esproprio, continua a presidiare la fabbrica dai pericoli di sloggio. In tutti i casi, per far funzionare l'impresa, i lavoratori hanno imparato a vendere e comprare le merci, a trovare i fornitori, a tenere la contabilità: uno sforzo di creatività e un impegno che a volte commuovono. Soprattutto quando le condizioni dell'economia sono pessime, il guadagno minimo e gli aiuti statali inesistenti. “Non c'è alternativa”, spiega Alma, della Brukman, impresa tessile condotta quasi esclusivamente da donne. “Trovare un posto di lavoro è impossibile. Meglio tenere stretto quello che hai. Quest’esperienza, nata dal bisogno, mi ha dato coraggio e fiducia”, aggiunge orgogliosa. “Non tornerei indietro”. Un particolare: alla Brukman, a turno, tutte le notti, le operaie presidiano la fabbrica dalle “incursioni” della polizia.

PAOLA ERBA

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