| Cammini per le strade di Buenos
Aires e nulla sembra darti l'impressione di un
paese al bordo di una rivoluzione, come l'anno
scorso. Ci sono cortei di piqueteros, cortei contro
la guerra, ma nessuna traccia di quelli che solo
un anno fa gridavano que se vayan todos
(se ne vadano tutti). Pochi i cacerolazos, e dappertutto
i manifesti elettorali che propongono Menem come
uno dei candidati alle prossime elezioni presidenziali,
il 27 aprile. Menem, addirittura, è propagandato
con uno slogan che dice: un marchio registrato.
Vale a dire, una garanzia di governabilità.
Sembra uno scherzo.
E i politici a cui si gridava di andarsene? Sono
ancora al governo. Dal que se vayan todos
qualcuno dice si è passati
al se han quedado todos (sono rimasti
tutti). Ma in città si è ripreso
a vivere. Molti locali a Buenos Aires restano
aperti fino a tarda notte, i caffè sono
pieni. Tutto pare essere tornato alla normalità.
Pare. Perché alle cinque del pomeriggio,
scopri invece che i quartieri del centro si popolano
di un esercito di gente anche intere famiglie
con bambini piccolissimi che rovistano
a mani nude nella spazzatura per cercare la carta.
Sono i cartoneros. Raccolgono e rivendono carta.
Vengono dalle periferie, dalla provincia, e guadagnano
tra i 15 e i 30 pesos al giorno (5-10 euro). Tornano
a casa a tarda notte, caricati sui camion, insieme
alla carta che raccolgono. Quello del cartonero
è un mestiere in crescita: l'anno scorso
se ne vedevano pochi, oggi sono una realtà
che raggruppa un po' di tutto: c'è chi
fa questo mestiere da sempre, ma ci sono anche
ex studenti, ex impiegati, ex operai. Tutti quelli
che la marea della crisi ha lasciato sulla riva.
Cosa succede nel tuo paese se all'improvviso
ti trovi senza lavoro?, mi chiede Jorge
Beinstein, economista e direttore della rivista
politica Enfoques Alternativos. Qualche
parente o amico ti dà una mano, se non
è lo Stato a dartela. Qui, nella maggior
parte dei casi, non c'è più nessuno
che possa farlo, nessuno che attutisca la tua
'caduta'. Così, all'improvviso ti trovi
senza niente: né lavoro, né casa,
né futuro. Fare il cartonero è uno
degli sbocchi possibili. Non solo i cartoneros:
Victor, taxista da soli 15 giorni, si ferma ad
ogni incrocio per chiedere la strada. Mi
scusi, si giustifica. Questo non era
il mio mestiere: prima facevo l'impiegato.
Si tratta solo di pochi esempi, ma sono la spia
che la normalità di Buenos Aires è
solo apparente. O meglio, è una normalità
per pochi: per la classe medio-alta che ha attutito
il colpo, o per i fortunati che hanno mantenuto
il lavoro. Ma che hanno dovuto ridimensionare
drasticamente il proprio stile di vita: nel 2002,
come conseguenza della svalutazione, l'inflazione
è aumentata del 65%. Un dato fra tutti
è significativo: dal gennaio del 2001
momento dell'esplosione della crisi ad
oggi, i poveri in Argentina sono passati circa
14 milioni a 21 milioni di persone. Quasi sette
milioni in più rispetto all'ano scorso,
su una popolazione di 36 milioni di abitanti.
In un paese che ironia della sorte
è il maggior esportatore mondiale pro capite
di grano, capace di dar da mangiare a 300 milioni
di persone (non argentini). E in un paese in cui,
nel 1975, su 22 milioni di abitanti, solo un milione
e 200mila era povero.
Qualche cifra in più, ce la fornisce il
sindacato della Cta, la Central de los trabajadores
argentinos: è l'indigenza, nell'ultimo
anno, ad essere cresciuta in modo esponenziale:
dei 20 milioni di poveri famiglie che complessivamente
percepiscono meno di 729 pesos al mese (cioè
meno di 240 euro) , dieci milioni sono indigenti
(con meno di 210 pesos, 100 euro). Alla luce di
questo, le cifre della povertà sono ancora
più drammatiche, perché di quei
sette milioni di poveri in più, 4.800.000
sono poverissimi.
LA CRISI DELLA POLITICA
A livello economico, quindi, il governo di Duhalde
e la svalutazione (oggi un dollaro vale circa
3 pesos) non sembrano aver portato grandi cambi
in positivo. Anzi. Fatta eccezione per una debole
riattivazione economica negli ultimi tre-quattro
mesi, nel turismo, nei settori legati all'esportazione
(ora favoriti dal basso valore del peso) e nella
produzione in loco di beni che oggi sarebbe troppo
costoso importare.
Senza contare, infine, che Duhalde non ha realizzato
nessuna delle riforme che chiedevano le proteste
popolari: quella della giustizia, la restituzione
dei depositi bancari, il cambio di alcune politiche
economiche.
Con una popolazione di affamati non c'è
nessuna speranza di riattivare l'economia, perché
nessuno consuma, spiega Claudio Lozano,
economista della Cta. La svalutazione era
necessaria, ma andava fatta insieme ad una serie
di misure che tutelassero i settori più
deboli. La crisi, prima di essere economica, è
politica. Per uscirne occorre fermezza, piani
precisi, la volontà politica di mettere
in atto un 'cambio copernicano' nella struttura
dello Stato: una riforma fiscale e una redistribuzione
delle ricchezze, innanzitutto. Il governo attuale
e quello che verrà, non ne sarà
capace. E non lo vuole. Le politiche sono quelle
di sempre, i politici anche. Per di più,
non hanno né la legittimità sociale,
né la forza sufficiente per varare delle
riforme strutturali: secondo i sondaggi, nessuno
dei candidati raggiunge più del 17% delle
preferenze.
Adolfo Perez Esquivel, premio nobel per la pace
(1980) e fondatore del Serpaj (il Servizio paz
y justicia), osserva: Si parla poco della
provincia, ma i candidati presidenziali favoriti
vengono proprio da lì. Le provincie sono
in mano a signori feudali, a gente che, nell'interesse
proprio e di pochi, continua a vendere terra e
risorse strategiche. In Argentina continua lo
sfruttamento di boschi, acqua, petrolio, oro,
con danni all'ambiente e alle popolazioni. Tutto
è stato privatizzato ad opera dei politici
di sempre.
VECCHI POLITICI MASCHERATI DI NUOVO

Ci troviamo quindi di fronte ad classe politica
indebolita, ma ancora viva, rimasta caparbiamente
aggrappata al potere. In silenzio, l'anno scorso,
si è nascosta dalla rabbia della folla,
ma non ha mai abbandonato la poltrona. Ora, dopo
un governo di emergenza, con le elezioni di aprile
spera di conquistare, se non una impossibile legittimità,
almeno una certa legalità.
Quanto ai candidati alla presidenza, sono cinque
i favoriti: Nestòr Kirchner (Pj, Partido
justicialista), Adolfo Rodriguèz Saà
(Pj), Carlos Menem (Pj), Elisa Carriò (Ari),
Ricardo Lopez Murphy (Partido radical). Per tutti,
i sondaggi non danno più del 17% di preferenze.
Nell'ala di sinistra, con previsioni del 3-6%
di preferenze, ci sono Alfredo Bravo (socialista)
e Patricia Walsh (Izquierda unida).
Le presidenziali saranno il banco di prova per
le elezioni di settembre e ottobre (giugno a Buenos
Aires), quando il paese tornerà alle urne
per rinnovare metà della camera dei deputati,
di un terzo dei senatori e tutti i governatori.
Lo scenario spiega Juan Manuel Aval
Medina, analista politico è di incertezza
assoluta. Si arriverà di sicuro al ballottaggio
e chiunque potrà essere uno dei contendenti.
Un dato emerge fra tutti: il peronismo (Pj) è
disintegrato, si presenta con ben tre candidati,
ognuno con visioni politiche diverse: Menem rappresenta
il liberalismo radicale, peggiore e ancora più
autoritario di quello pragmatico degli anni '90.
Saà ripropone il peronismo classico, ma
con una proposta assolutamente incoerente, che
cerca di combinare gli interessi di ceti diversi.
Kirchner è la versione più progressista
e sensata del Pj, ma come uomo di Duhalde, è
vincolato all'apparato di potere tradizionale,
con i suoi affari sporchi e i suoi rapporti con
la polizia. Il peronismo, come movimento nazionale
non esiste più. Ognuno di questi candidati
è stato governatore di provincia ed esprime
una visione di peronismo maturata lì, plasmata
sul proprio elettorato».
E che dire degli altri? Elisa Carriò
continua Medina rappresenta le tensioni
sociali nate con la crisi, ma è incapace
di costruire alleanze con altre forze politiche.
Si è visto dalla sua separazione dai socialisti.
Lopez Murphy è l'espressione della vecchia
destra radicale e liberista, mentre la sinistra
è estremamente frazionata e incapace di
raggiungere un accordo tra le sue molte anime.
LA RIORGANIZZAZIONE DAL BASSO

Cosa è rimasto delle proteste feroci del
dicembre 2001, dei caceolazos, delle assemblee
popolari che facevano sperare in una svolta politica
epocale? Le aspettative in questi movimenti
erano altissime, spiega Josè Seoane,
del Clacso (Consejo latinoamericano de ciencias
sociales). Ci siamo sbagliati sui tempi.
Nessuno di loro è stato in grado di produrre,
ad un anno di distanza, una proposta politica.
Ma resistono, e ancora più organizzati.
Sarà questione di anni, forse. Ma se in
futuro ci sarà uno spazio politico e democratico
nuovo, al di fuori dei partiti tradizionali, verrà
da loro.
Nell'ultimo anno, il movimento piquetero è
cresciuto moltissimo. Non occupa solo le strade,
ma organizza comedores populares (mense gratuite)
e cooperative. Le assemblee popolari (cioè
i cittadini di un quartiere che l'anno scorso
si riunivano per protestare) sono meno affollate,
ma più organizzate: hanno occupato locali
pubblici o privati (banche, ad esempio) che diventano
spazio di discussione politica e di accoglienza
(mense, corsi, assistenza allo studio...). Per
fronteggiare la crisi, la gente ha riscoperto
l'importanza di unirsi, prendere l'iniziativa,
solidarizzare. L'impressione è che tutti
questi movimenti stiano riorganizzando il territorio.
E si stiano unendo: sono sempre più numerosi
i legami tra piqueteros, madres de Plaza de Mayo,
operai delle fabbriche recuperate,
assemblee popolari. Tutti cercano di dare assistenza
laddove lo Stato non arriva. Immaginano nuove
forme di lavoro: le cooperative di cartoneros
e le fabbriche recuperate ne sono un esempio.
Creano i propri spazi di discussione, visto che
la politica ufficiale non dà loro voce.
Quanto ai rapporti con la sinistra argentina,
per ammissione della stessa Patricia Walsh, candidata
alla presidenza per Izquierda unida, la sinistra
non ha saputo (o non ha potuto), durante tutto
il 2002, raccogliere le inquietudini popolari
nate dalla crisi. Ma è anche vero che sull'opportunità
di darsi una rappresentatività politica,
le opinioni dei movimenti sono discordi: ci sono
piqueteros come quelli del Polo Obrero che si
candidano per cariche amministrative e politiche
e altri, radicalmente orizzontali come l'Mtd (Movimiento
trabajadores desocupados) che le disdegnano per
principio.
C'è qualcuno, però, che si sta facendo
promotore di una nuova proposta politica e sta
cominciando ad unire le forze per le prossime
elezioni (non quelle di aprile e settembre). È
la Cta, che lo scorso dicembre, in un congresso
a Mar del Plata con 9.300 delegati, ha lanciato
l'ipotesi di un movimento politico sociale che
riunisca lavoratori, piqueteros, produttori, il
frente agrario, settori accademici e religiosi...
Un movimento spiega Carlos Custer,
della Cta che nasce dal mondo sociale e
che lo rappresenti, al di fuori della politica
del clientelismo e dei vecchi partiti.
Uno spazio a parte, in questo panorama di riorganizzazione
dal basso meritano le imprese recuperate.
Le fabbriche, cioè, occupate e fatte funzionare
dai lavoratori, dopo l'abbandono (quasi sempre
avvenuto tra il '98 e il 2001) dei proprietari,
preceduto da 2-3 anni di riduzione progressiva
degli stipendi, fino alla sospensione. In Argentina,
queste realtà sono ormai più di
un centinaio. In genere funzionano con metà
dei lavoratori e con una produttività del
30-50%, rispetto al loro periodo migliore. Ma
non per tutti è lo stesso.
Le esperienze sono estremamente varie: vanno da
chi guadagna più di prima, a chi riesce
con enorme sforzo a portare a casa 500-600 pesos
al mese (180-200 euro). C'è chi ha potuto
costituirsi in cooperativa e chi non avendo ottenuto
l'esproprio, continua a presidiare la fabbrica
dai pericoli di sloggio. In tutti i casi, per
far funzionare l'impresa, i lavoratori hanno imparato
a vendere e comprare le merci, a trovare i fornitori,
a tenere la contabilità: uno sforzo di
creatività e un impegno che a volte commuovono.
Soprattutto quando le condizioni dell'economia
sono pessime, il guadagno minimo e gli aiuti statali
inesistenti. Non c'è alternativa,
spiega Alma, della Brukman, impresa tessile condotta
quasi esclusivamente da donne. Trovare un
posto di lavoro è impossibile. Meglio tenere
stretto quello che hai. Questesperienza,
nata dal bisogno, mi ha dato coraggio e fiducia,
aggiunge orgogliosa. Non tornerei indietro.
Un particolare: alla Brukman, a turno, tutte le
notti, le operaie presidiano la fabbrica dalle
incursioni della polizia.
PAOLA ERBA |