| La prima volta che sentii parlare
dIsraele, ero davanti ad un piatto di sardine,
da mia zia, in un quartiere popolare della vecchia
Beirut. Un giorno di canicola dellestate
1950. Avevo sei anni e lo stato di Israele ne
aveva appena due. Le plat de sardines (Il
piatto di sardine), il cortometraggio di 18 minuti
presentato dal regista siriano Omar Amiralay,
allinterno del 12° Festival di cinema
africano di Milano (15-21 maggio 2002), inizia
con queste parole. E il discorso sapprofondisce
maggiormente in unaltra sua opera del 1997,
pure presente alla rassegna: Il y a tant de choses
encore à raconter (Ci sono tante cose ancora
da raccontare). È la testimonianza del
drammaturgo siriano Saadallah Wannous, che prima
di scomparire divorato da un cancro accetta di
parlare di sé e della propria generazione,
quella del conflitto arabo-israeliano. Ciò
che ne esce, è uno straordinario scambio
fra due intellettuali sia sul piano dellanalisi
sia su quello personale. Ecco lintervista
che Omar Amilaray ci ha rilasciato.
Perché la questione palestinese è
al centro della sua produzione?
È la seconda volta che faccio un film,
che tenta di raccontare la questione del conflitto
arabo-israeliano. È vero che, in partenza,
la genesi del conflitto è il problema palestinese.
Ma, con il tempo, è diventato un conflitto
che tocca la totalità del mondo arabo.
Di fatto, mi ero astenuto dal far qualcosa su
questa guerra, pur ammettendo che è stata
commessa uningiustizia storica enorme nei
confronti del popolo palestinese e pur essendo
io contro ogni genere di ingiustizia (non è
solo perché sono di origine araba, che
la mia sensibilità nei confronti dei palestinesi
è così grande). Da qui nasce il
dramma di alcuni milioni di arabi, di palestinesi.
Ma la questione palestinese mi riguarda anche
perché nella mia famiglia ci sono dei rifugiati
palestinesi. Mia zia è sposata con un palestinese;
fu messa alla porta nel 1948. Dovette partire
con i suoi figli. Quindi, ho vissuto questo dramma
anche in casa. Vedevamo la miseria di questa famiglia,
che a Jaffa viveva in una condizione normale.
Da un giorno allaltro, si sono ritrovati
profughi in Libano senza niente. Dunque sul piano
personale e intellettuale sono stato toccato dal
problema.
Malgrado ciò, dopo il 1967, ho considerato
che se il dramma palestinese era una realtà
innegabile, da parte nostra restava la responsabilità
come intellettuali, e soprattutto come arabi.
Il nostro ruolo di resistere, di affrontare la
questione, di trovare una via di uscita. La sconfitta
del 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni con
Israele, un brusco risveglio per tutti noi e,
in particolar modo, il ruolo dei regimi arabi
in questa sconfitta. Quindi un gruppo di intellettuali,
di cui faccio parte, ha preso la decisione di
cominciare ad analizzare lorigine del male,
le cause della nostra sconfitta.
È la forza dIsraele o la nostra debolezza?
Siamo arrivati alla conclusione che è dipesa
sì dalla nostra debolezza. Ma è
perché siamo stati indeboliti dai regimi
politici. Una delle loro giustificazioni per arrivare
al potere era quella di affrontare Israele e di
recuperare la Palestina prima e i territori occupati
dopo il 67. E davanti al fallimento di questi
regimi, non solamente sul piano del conflitto
arabo-palestinese, ma anche su quello dello sviluppo,
abbiamo deciso di attaccare come intellettuali
la situazione interna. Domandandoci: da dove viene
questo sottosviluppo? Da dove viene la fragilità
delle nostre infrastrutture sociopolitiche, culturali?
Allo stesso tempo, abbiamo denunciato il ruolo
dei regimi politici arabi al potere nelle nostre
società.
A quel punto lì, ci siamo divisi il lavoro:
ci sono stati registi che hanno fatto dei film
sul conflitto arabo-israeliano; ed altri, come
me, che si sono consacrati ad attaccare la realtà
allinterno delle nostre società arabe.
E questo fino allaggressione israeliana
al Libano. Durante lassedio a Beirut, per
la prima volta ho ripreso dei palestinesi. Poi
ho lasciato da parte la questione palestinese
e ho continuato a lavorare sulle società
arabe. Perché penso che sia da qui che
venga il male reale.
Con Il y a tant de choses encore à
raconter ha riaffrontato questa scottante
questione
Sì. Ho parlato della mia generazione, quella
del conflitto arabo-israeliano, attraverso il
drammaturgo Saadallah Wannous. È in questo
quadro che ho di nuovo affrontato largomento.
Wannous era sul punto di morte, stava per lasciare
definitivamente il nostro mondo. Il messaggio
del suo testamento è la nostra onestà
privata da qualsiasi opportunità di partecipare
al cambiamento delle cose, di creare una coscienza
più profonda e più costruttiva,
almeno nella cultura, se non si pretende di modificare
la società.
A livello culturale, non abbiamo potuto
non ci hanno lasciato svolgere il nostro
ruolo di coscientizzazione politica. Se lo avessimo
potuto fare, non dico che avremmo firmato la pace
più velocemente, ma certamente avremmo
potuto diffondere meglio la causa palestinese
e anche proteggerla dalle mani dei politici che
ne fanno un affare politico. Che non è.
Perché va al di là di questo. È
innanzitutto uningiustizia umana. Credo
che le voci democratiche e ragionevoli del momento
siano state allontanate da questo processo di
guerra e di pace; qui sta la responsabilità,
da parte araba, nel conflitto.
Lei è ancora sulla terra. Tutti gli intellettuali
che si trovano ancora nella storia, che sono ancora
vivi, cosa possono fare in questa direzione?
Non si può cambiare nulla. Ma abbiamo la
possibilità di portare la nostra voce il
più lontano possibile. Che sia attraverso
quello che facciamo come prodotto culturale, e
non sempre abbiamo i mezzi per farlo. Allo stesso
tempo, possiamo creare una corrente inter-araba,
che concretizzi questa coscienza. Che esca dal
cammino battuto dai politici e dallarbitrarietà
della real politik.
Come si può uscire dal vicolo cieco
in cui sembrano essere finiti gli israeliani e
i palestinesi? Cosa pensa delle proposte sul piatto
a cominciare dal piano saudita?
Tutto ciò è un tergiversare. È
dellacrobazia politica. Serve essenzialmente
per confortare gli americani ed allontanare ogni
genere di minaccia nei confronti della sicurezza
dIsraele. È un messaggio indirizzato
più agli americani che agli israeliani.
Perché, non so se per fortuna o sfortuna,
abbiamo rimesso la nostra sorte o il nostro apporto
al conflitto allazione benefica degli americani.
Cioè a quello che gli americani vogliono
offrirci come soluzione.
Credo che sia questo il vero problema. Il mondo
arabo, se avesse qualcosa da dire realmente, se
avesse un minimo dintenti su questa questione,
saremmo stati maggiormente capaci di dare un apporto
più equilibrato ed equo. Al contrario,
ritengo che siamo troppo nel girone della
politica americana per poter realizzare
un minimo di resistenza a ciò che ci viene
imposto. E liniziativa del principe Abdallah
va in questa direzione.
Purtroppo siamo impegnati nella politica del peggio.
È la parte cinica in cui si fa la storia
oggi. Non è la ragione. È la quantità
di sangue che determina lurgenza di mettere
fine al massacro, ma non di risolvere realmente
il problema. Questo è successo nei paesi
balcanici e altrove. Gli esempi sono tanti. Temo
che quello che succederà nel conflitto
israelo-palestinese sia di questo tipo. Sinquadra
nella politica dello spargimento di sangue e non
è in grado di offrire delle soluzioni reali.
Cosa pensa delle forze pacifiste allinterno
della società israeliana e palestinese?
Deploro lassenza di queste forze di pace,
in Israele, dallinizio dellIntifada.
E credo che molta gente come me che aveva scommesso
sullevoluzione di una resistenza israeliana
per la pace, ne abbia sentito la mancanza.
E liniziativa dei riservisti israeliani?
È buona. Ma è già troppo
tardi. Ha ridato speranza, certo. Noi, dallaltro
lato, che credevano che soltanto attraverso unevoluzione
della coscienza in ambedue gli schieramenti si
potesse raggiungere una pace durevole e reale,
abbiamo sentito a lungo lassenza di una
controparte. Non avevamo più argomenti
per parlare di pace davanti al nostro pubblico.
Ora stiamo riacquistando coraggio. E possiamo
relativizzare questa tendenza generale che diceva
che tutti gli israeliani sono sionisti e che tutti
i sionisti sono degli usurpatori, dei coloni.
Tuttavia, né la corrente di pacifisti israeliani
né la nostra corrente può pesare
attualmente sul conflitto, perché da parte
israeliana prevale il panico e da parte araba
manca la fiducia: non si crede più alla
volontà di pace di Israele. Temo che in
questa condizione di fatica una soluzione simponga
di fatto.
Cosa pensa del premier Ariel Sharon?
Non vorrei averlo come amico e nemmeno come nemico.
Spero che esprima i bassifondi del sionismo, e
che questo non possa ancora peggiorare.
Unultima domanda sul suo lavoro di regista.
Se lei dovesse decidere di fare qualcosa sui diritti
umani, potrebbe fare le sue riprese liberamente,
oppure no?
È sicuramente un soggetto delicato. Cè
stata una regressione, a livello dei diritti umani,
in Siria. Da un anno e mezzo si sperava che le
cose andassero meglio. La maggioranza dei prigionieri
politici erano stati liberati, cerano stati
dei segni di liberalizzazione (ad esempio, a riguardo
della libertà despressione).
Credo che Sharon abbia approfittato della situazione.
E che, in seguito alla sua elezione a premier
e alla sua politica, i falchi abbiano ripreso
il potere anche in Siria. Sono dei vasi comunicanti:
quel che succede da una parte ha per forza ripercussioni
anche dallaltra. Se cè dellintolleranza
e del terrorismo da un lato, lo si ritrova puntualmente
anche dallaltro. La tendenza estremista
di Sharon sta facendo allontanare la speranza
di pace. Ed è normale che gli intransigenti
siriani riprendano in una certa misura il potere.
Sono i soli a poter rispondere ad una situazione
bloccata. Di conseguenza, la liberalizzazione
politica che era appena iniziata in seno alla
società siriana, è stata nuovamente
congelata.
Cè censura in Siria?
Direi che oggi, rispetto a ieri, va meglio. Si
può parlare delle cose: della corruzione,
del ruolo della sicurezza. Certo, non si può
accusare direttamente il capo dello stato o fare
delle riprese nelle carceri. Ma il cinema siriano,
contrariamente a quel che si crede, ha sempre
trovato un modo per parlare della realtà
in senso metaforico. Un po come hanno sempre
fatto i cinema del mondo ex comunista.
Se lei decidesse di girare un film sul giornalista
siriano oggi rifugiato in Francia che denunciò
lesistenza di fosse comuni, avrebbe delle
difficoltà?
No. Di per sé sono libero di far quel che
voglio nel mio paese. La sola misura che possono
prendere, è quella di impedire la distribuzione
della pellicola. Negli anni 70, tre dei
miei film furono censurati. Ma questo è
tutto. Non è che, se i miei film disturbano,
rischio di finire in carcere. Ed è già
un buon risultato.
A cura di ALESSANDRA GARUSI
LA QUESTIONE DI PROFUGHI
Per quale ragione, a suo parere, la Siria ha
deciso di astenersi durante la votazione al Consiglio
di sicurezza delle Nazioni Unite della risoluzione
che sanciva la creazione di uno stato palestinese?
Non ho mai considerato questa come la vera politica.
Se la Siria si è astenuta, lo ha fatto
per ricordare delle verità assolute: che
cosa significa uno stato palestinese? Ci sono
tutte le risoluzioni dellOnu, la 242 del
1967 e le altre.. Da dieci anni si parla di uno
stato palestinese, dunque non cè
niente di nuovo sotto il sole.
Il regime siriano ha semplicemente voluto ricordare
levidenza. Che la risoluzione non fa riferimento
a questioni fondamentali come quella dei profughi.
Che cosa si farà con i quattro milioni
e mezzo di profughi palestinesi? Che cosa sono?
È un soprannumero che si estinguerà
naturalmente, in terra di frontiera?
Se il regime siriano, dallinizio del conflitto,
avesse preso questa posizione di unanimità
che è lespressione democratica
della società siriana sarebbe stato
meglio. Sarebbe stato più vero e più
giusto.
A cura di ALESSANDRA GARUSI |