La politica del sangue In Medio Oriente

INTERVISTA A OMAR AMILARAY
Nato a Damasco nel 1944, Omar Amilaray ha realizzato principalmente documentari che esplorano il mondo arabo. Da questo punto di vista analizza il conflitto in Medio Oriente.
aprile 2002
di Alessandra Garusi

La prima volta che sentii parlare d’Israele, ero davanti ad un piatto di sardine, da mia zia, in un quartiere popolare della vecchia Beirut. Un giorno di canicola dell’estate 1950. Avevo sei anni e lo stato di Israele ne aveva appena due”. Le plat de sardines (Il piatto di sardine), il cortometraggio di 18 minuti presentato dal regista siriano Omar Amiralay, all’interno del 12° Festival di cinema africano di Milano (15-21 maggio 2002), inizia con queste parole. E il discorso s’approfondisce maggiormente in un’altra sua opera del 1997, pure presente alla rassegna: Il y a tant de choses encore à raconter (Ci sono tante cose ancora da raccontare). È la testimonianza del drammaturgo siriano Saadallah Wannous, che prima di scomparire divorato da un cancro accetta di parlare di sé e della propria generazione, quella del conflitto arabo-israeliano. Ciò che ne esce, è uno straordinario scambio fra due intellettuali sia sul piano dell’analisi sia su quello personale. Ecco l’intervista che Omar Amilaray ci ha rilasciato.

Perché la questione palestinese è al centro della sua produzione?

È la seconda volta che faccio un film, che tenta di raccontare la questione del conflitto arabo-israeliano. È vero che, in partenza, la genesi del conflitto è il problema palestinese. Ma, con il tempo, è diventato un conflitto che tocca la totalità del mondo arabo. Di fatto, mi ero astenuto dal far qualcosa su questa guerra, pur ammettendo che è stata commessa un’ingiustizia storica enorme nei confronti del popolo palestinese e pur essendo io contro ogni genere di ingiustizia (non è solo perché sono di origine araba, che la mia sensibilità nei confronti dei palestinesi è così grande). Da qui nasce il dramma di alcuni milioni di arabi, di palestinesi.
Ma la questione palestinese mi riguarda anche perché nella mia famiglia ci sono dei rifugiati palestinesi. Mia zia è sposata con un palestinese; fu messa alla porta nel 1948. Dovette partire con i suoi figli. Quindi, ho vissuto questo dramma anche in casa. Vedevamo la miseria di questa famiglia, che a Jaffa viveva in una condizione normale. Da un giorno all’altro, si sono ritrovati profughi in Libano senza niente. Dunque sul piano personale e intellettuale sono stato toccato dal problema.

Malgrado ciò, dopo il 1967, ho considerato che se il dramma palestinese era una realtà innegabile, da parte nostra restava la responsabilità come intellettuali, e soprattutto come arabi. Il nostro ruolo di resistere, di affrontare la questione, di trovare una via di uscita. La sconfitta del 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni con Israele, un brusco risveglio per tutti noi e, in particolar modo, il ruolo dei regimi arabi in questa sconfitta. Quindi un gruppo di intellettuali, di cui faccio parte, ha preso la decisione di cominciare ad analizzare l’origine del male, le cause della nostra sconfitta.

È la forza d’Israele o la nostra debolezza?

Siamo arrivati alla conclusione che è dipesa sì dalla nostra debolezza. Ma è perché siamo stati indeboliti dai regimi politici. Una delle loro giustificazioni per arrivare al potere era quella di affrontare Israele e di recuperare la Palestina prima e i territori occupati dopo il ’67. E davanti al fallimento di questi regimi, non solamente sul piano del conflitto arabo-palestinese, ma anche su quello dello sviluppo, abbiamo deciso di attaccare come intellettuali la situazione interna. Domandandoci: da dove viene questo sottosviluppo? Da dove viene la fragilità delle nostre infrastrutture sociopolitiche, culturali? Allo stesso tempo, abbiamo denunciato il ruolo dei regimi politici arabi al potere nelle nostre società.

A quel punto lì, ci siamo divisi il lavoro: ci sono stati registi che hanno fatto dei film sul conflitto arabo-israeliano; ed altri, come me, che si sono consacrati ad attaccare la realtà all’interno delle nostre società arabe. E questo fino all’aggressione israeliana al Libano. Durante l’assedio a Beirut, per la prima volta ho ripreso dei palestinesi. Poi ho lasciato da parte la questione palestinese e ho continuato a lavorare sulle società arabe. Perché penso che sia da qui che venga il male reale.

Con Il y a tant de choses encore à raconter ha riaffrontato questa scottante questione…
Sì. Ho parlato della mia generazione, quella del conflitto arabo-israeliano, attraverso il drammaturgo Saadallah Wannous. È in questo quadro che ho di nuovo affrontato l’argomento. Wannous era sul punto di morte, stava per lasciare definitivamente il nostro mondo. Il messaggio del suo testamento è la nostra onestà privata da qualsiasi opportunità di partecipare al cambiamento delle cose, di creare una coscienza più profonda e più costruttiva, almeno nella cultura, se non si pretende di modificare la società.

A livello culturale, non abbiamo potuto – non ci hanno lasciato – svolgere il nostro ruolo di coscientizzazione politica. Se lo avessimo potuto fare, non dico che avremmo firmato la pace più velocemente, ma certamente avremmo potuto diffondere meglio la causa palestinese e anche proteggerla dalle mani dei politici che ne fanno un affare politico. Che non è. Perché va al di là di questo. È innanzitutto un’ingiustizia umana. Credo che le voci democratiche e ragionevoli del momento siano state allontanate da questo processo di guerra e di pace; qui sta la responsabilità, da parte araba, nel conflitto.

Lei è ancora sulla terra. Tutti gli intellettuali che si trovano ancora nella storia, che sono ancora vivi, cosa possono fare in questa direzione?

Non si può cambiare nulla. Ma abbiamo la possibilità di portare la nostra voce il più lontano possibile. Che sia attraverso quello che facciamo come prodotto culturale, e non sempre abbiamo i mezzi per farlo. Allo stesso tempo, possiamo creare una corrente inter-araba, che concretizzi questa coscienza. Che esca dal cammino battuto dai politici e dall’arbitrarietà della real politik.

Come si può uscire dal vicolo cieco in cui sembrano essere finiti gli israeliani e i palestinesi? Cosa pensa delle proposte sul piatto a cominciare dal piano saudita?
Tutto ciò è un tergiversare. È dell’acrobazia politica. Serve essenzialmente per confortare gli americani ed allontanare ogni genere di minaccia nei confronti della sicurezza d’Israele. È un messaggio indirizzato più agli americani che agli israeliani. Perché, non so se per fortuna o sfortuna, abbiamo rimesso la nostra sorte o il nostro apporto al conflitto all’azione benefica degli americani. Cioè a quello che gli americani vogliono offrirci come soluzione.

Credo che sia questo il vero problema. Il mondo arabo, se avesse qualcosa da dire realmente, se avesse un minimo d’intenti su questa questione, saremmo stati maggiormente capaci di dare un apporto più equilibrato ed equo. Al contrario, ritengo che siamo troppo nel “girone della politica americana” per poter realizzare un minimo di resistenza a ciò che ci viene imposto. E l’iniziativa del principe Abdallah va in questa direzione.

Purtroppo siamo impegnati nella politica del peggio. È la parte cinica in cui si fa la storia oggi. Non è la ragione. È la quantità di sangue che determina l’urgenza di mettere fine al massacro, ma non di risolvere realmente il problema. Questo è successo nei paesi balcanici e altrove. Gli esempi sono tanti. Temo che quello che succederà nel conflitto israelo-palestinese sia di questo tipo. S’inquadra nella politica dello spargimento di sangue e non è in grado di offrire delle soluzioni reali.

Cosa pensa delle forze pacifiste all’interno della società israeliana e palestinese?

Deploro l’assenza di queste forze di pace, in Israele, dall’inizio dell’Intifada. E credo che molta gente come me che aveva scommesso sull’evoluzione di una resistenza israeliana per la pace, ne abbia sentito la mancanza.

E l’iniziativa dei riservisti israeliani?

È buona. Ma è già troppo tardi. Ha ridato speranza, certo. Noi, dall’altro lato, che credevano che soltanto attraverso un’evoluzione della coscienza in ambedue gli schieramenti si potesse raggiungere una pace durevole e reale, abbiamo sentito a lungo l’assenza di una controparte. Non avevamo più argomenti per parlare di pace davanti al nostro pubblico. Ora stiamo riacquistando coraggio. E possiamo relativizzare questa tendenza generale che diceva che tutti gli israeliani sono sionisti e che tutti i sionisti sono degli usurpatori, dei coloni. Tuttavia, né la corrente di pacifisti israeliani né la nostra corrente può pesare attualmente sul conflitto, perché da parte israeliana prevale il panico e da parte araba manca la fiducia: non si crede più alla volontà di pace di Israele. Temo che in questa condizione di fatica una soluzione s’imponga di fatto.

Cosa pensa del premier Ariel Sharon?

Non vorrei averlo come amico e nemmeno come nemico. Spero che esprima i bassifondi del sionismo, e che questo non possa ancora peggiorare.

Un’ultima domanda sul suo lavoro di regista. Se lei dovesse decidere di fare qualcosa sui diritti umani, potrebbe fare le sue riprese liberamente, oppure no?
È sicuramente un soggetto delicato. C’è stata una regressione, a livello dei diritti umani, in Siria. Da un anno e mezzo si sperava che le cose andassero meglio. La maggioranza dei prigionieri politici erano stati liberati, c’erano stati dei segni di liberalizzazione (ad esempio, a riguardo della libertà d’espressione).

Credo che Sharon abbia approfittato della situazione. E che, in seguito alla sua elezione a premier e alla sua politica, i falchi abbiano ripreso il potere anche in Siria. Sono dei vasi comunicanti: quel che succede da una parte ha per forza ripercussioni anche dall’altra. Se c’è dell’intolleranza e del terrorismo da un lato, lo si ritrova puntualmente anche dall’altro. La tendenza estremista di Sharon sta facendo allontanare la speranza di pace. Ed è normale che gli intransigenti siriani riprendano in una certa misura il potere. Sono i soli a poter rispondere ad una situazione bloccata. Di conseguenza, la liberalizzazione politica che era appena iniziata in seno alla società siriana, è stata nuovamente congelata.

C’è censura in Siria?

Direi che oggi, rispetto a ieri, va meglio. Si può parlare delle cose: della corruzione, del ruolo della sicurezza. Certo, non si può accusare direttamente il capo dello stato o fare delle riprese nelle carceri. Ma il cinema siriano, contrariamente a quel che si crede, ha sempre trovato un modo per parlare della realtà in senso metaforico. Un po’ come hanno sempre fatto i cinema del mondo ex comunista.

Se lei decidesse di girare un film sul giornalista siriano oggi rifugiato in Francia che denunciò l’esistenza di fosse comuni, avrebbe delle difficoltà?

No. Di per sé sono libero di far quel che voglio nel mio paese. La sola misura che possono prendere, è quella di impedire la distribuzione della pellicola. Negli anni ’70, tre dei miei film furono censurati. Ma questo è tutto. Non è che, se i miei film disturbano, rischio di finire in carcere. Ed è già un buon risultato.

A cura di ALESSANDRA GARUSI

LA QUESTIONE DI PROFUGHI


Per quale ragione, a suo parere, la Siria ha deciso di astenersi durante la votazione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite della risoluzione che sanciva la creazione di uno stato palestinese?
Non ho mai considerato questa come la vera politica. Se la Siria si è astenuta, lo ha fatto per ricordare delle verità assolute: che cosa significa uno stato palestinese? Ci sono tutte le risoluzioni dell’Onu, la 242 del 1967 e le altre.. Da dieci anni si parla di uno stato palestinese, dunque non c’è niente di nuovo sotto il sole.

Il regime siriano ha semplicemente voluto ricordare l’evidenza. Che la risoluzione non fa riferimento a questioni fondamentali come quella dei profughi. Che cosa si farà con i quattro milioni e mezzo di profughi palestinesi? Che cosa sono? È un soprannumero che si estinguerà naturalmente, in terra di frontiera?

Se il regime siriano, dall’inizio del conflitto, avesse preso questa posizione di unanimità – che è l’espressione democratica della società siriana – sarebbe stato meglio. Sarebbe stato più vero e più giusto.

A cura di ALESSANDRA GARUSI

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