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La cultura cristiana può essere
stata antigiudaica, ma questo non significa
complicità nell' Olocausto
Fertilio Dario, Romano Sergio
La Lettera a un amico ebreo di Sergio
Romano, il saggio che cinque anni fa suscitò
dure polemiche a proposito dell' antisemitismo
e dell' Olocausto, si arricchisce di un
nuovo, pungente capitolo. Affrontando il
tema scottante della «questione ebraica
», Romano aveva denunciato molte esasperazioni
ideologiche, dannose per la causa ebraica
che intendono difendere e in definitiva
per lo stesso Israele.
Oggi l' autore ritorna sull' argomento,
approfondendo i motivi di quella critica:
la nuova prefazi one, un passo della quale
è pubblicato in questa pagina, denuncia
l' esistenza di una «inquisizione
ebraica» che avrebbe ereditato il
ruolo censorio del Sant' Uffizio cattolico.
Ce n' è abbastanza da suscitare nei
prossimi giorni una nuova tornata po lemica,
non meno virulenta della prima. Ma sarebbe
fuorviante limitare la portata della critica
«revisionista» di Sergio Romano
al compiacimento o allo sdegno, all' impatto
emotivo per una battuta. In realtà,
il breve scritto posto a introduzione del
la Lettera si sforza di affrontare, senza
esasperazioni né eccessi, un aspetto
che potremmo definire di «cultura
politica».
Romano sottolinea in particolare la differenza
essenziale che esiste fra «antigiudaismo»
o «giudeofobia», rivolti principalmente
alla conversione degli ebrei, e l' «antisemitismo
radicale» che persegue invece il loro
annientamento. Se infatti la cultura cristiana,
da Isabella la Cattolica a Pio XII, ebbe
sempre un atteggiamento ambivalente verso
i giudei, puntando ora sull' assimilazione
e ora sul ghetto, non tradusse mai questa
ostilità in pratica omicida. Ecco
perché Romano denuncia l' uso ideologico
improprio del termine «antisemitismo»:
quando viene impugnato come un' arma, in
particolare da parte di ambienti ebraici,
fa venire in mente quell' altro epiteto
intimidatorio, «fascista», utilizzato
dagli estremisti durante gli anni di piombo
per criminalizzare gli avversari e il dissenso.
Bisogna interpretare ogni avvenimento nel
suo contesto storico, questa in si ntesi
la lezione di Romano, altrimenti si dà
il via libera alle peggiori ideologie. Trasformare
l' antisemitismo in una «colpa secolare
cristiana» significa invece mettersi
dalla parte di una nuova inquisizione. Pretendere
che la colpa dell' Olocaust o sia inestinguibile,
e dunque trasmissibile di generazione in
generazione, assomiglia molto da vicino
alle antiche teorie razziste.
Chiudere gli occhi di fronte all' uso della
forza ai danni dei palestinesi, e a certe
forme di «apartheid», vuol dire
servirsi del debito morale immenso contratto
dal mondo nei confronti di Israele per non
affrontare la politica vera. Quando, addirittura,
il marchio d' infamia «antisemita»
non serve a danneggiare i personaggi politici
sgraditi o scomodi alle lobby. Parole controcorrente,
sempre fuori dal coro. Ma il cui intento
è chiaro: restituire la «questione
ebraica» al terreno quotidiano del
realismo e della politica.
Dario Fertilio di SERGIO ROMANO Anticipiamo
un brano della prefazione di Sergio Romano
alla nuova edizione del volume Lettera
a un amico ebreo, in uscita domani da
Longanesi (pagine 182, euro 13,50)
Non sono un giudice e non intendo né
condannare una parte né assolvere
l' altra. Mi limito a osservare che la percezione
cristiana dell' ebreo cambia a seconda delle
circostanze storiche e che l' ebraismo assume
con il passare del tempo diverse connotazioni.
Non è possibile quindi parlare di
un pregiudizio cristiano, sempre eguale
a se stesso nel corso del tempo. Non vi
è ragionamento p iù antistorico
di quello che rappresenta la cristianità
e l' ebraismo come due entità immutabili
e l' odio degli ebrei come un cancro della
cristianità che cresce progressivamente
sino a generare, nella sua ultima metastasi,
le camere a gas.
La stessa «unicità dell' olocausto»,
uno degli argomenti più utilizzati
per provare l'antisemitismo delle società
cristiane, sembra a me dimostrare piuttosto
il contrario. Se un solo fattore può,
entro certi limiti, spiegare il carattere
straordinario dei massacri ebraici durante
la seconda guerra mondiale, questo è,
se mai, l' unicità del nazismo, vale
a dire di una ideologia fondamentalmente
anticristiana. Resta un altro punto che
riappare continuamente nel dibattito sulla
unicità del genocidio: quel lo secondo
cui un fenomeno di tale ampiezza non avrebbe
potuto aver luogo se non fosse stato facilitato
dalla indifferenza o, peggio, dal consenso
con cui le società cristiane accolsero
le leggi razziali.
È certamente vero che queste leggi,
là dove furono adottate, vennero
generalmente tollerate o suscitarono critiche
limitate. Ed è altrettanto vero che
anche nelle grandi democrazie occidentali,
dove non vi fu legislazione razziale, esistevano
in quegli anni pratiche discriminatorie.
Ne fecero le spese gli ebrei in fuga quando
dovettero constatare, dopo il 1933, che
neppure gli Stati Uniti erano disposti ad
allargare le maglie delle loro norme sull'
immigrazione. Non vi è dubbio: dietro
l' avarizia con cui l' amministrazione Roosevelt
dette visti in circostanze drammatiche (ad
esempio dopo il collasso militare della
Francia nel 1940) vi era il desiderio di
evitare che il numero degli ebrei americani
superasse il «livello di guardia».
Ma di lì a sostenere che le società
cristiane siano state oggettivamente complici
del genocidio, come è stato spesso
affermato in questi anni, il passo è
lungo. Quella callosa indifferenza, oggi
così difficilmente comprensibile,
fu in gran parte il risultato della tempesta
di violenza che si abbatté sull'
Europa del Novecento e delle numerose circostanze
in cui molti europei temettero per la loro
stessa esistenza. Dopo il terrore leninista,
la guerra contro i kulaki, gli eccidi spagnoli,
le purghe staliniane e gli orrori giapponesi
in Cina, il valore della vita umana si era
drammaticamente deprezzato. Mentre quasi
sei milioni di ebrei morivano nei lager
tedeschi o nelle esecuzioni sommarie degli
Einsatzgruppen, si moriva in Polonia, in
Ucraina, in Bielorussia, in Jugoslavia.
Furono tre milioni i polacchi uccisi durante
la seconda guerra mondiale, seicentomila
gli zingari scomparsi nei lager, mezzo milione
i serbi massacrati dai croati e alcune migliaia
gli italiani gettati nelle foibe dell' Istria.
Erano anni purtroppo in cui ogni europeo,
quando udiva il racconto delle sventure
altrui, pensava anzitutto a se stesso. Non
vi è argomento meno storico insomma
di quello secondo cui l' antisemitismo genocida
sarebbe il punto d' arrivo di un percorso
lineare. Se fosse vera, questa affermazione
non potrebbe che generare alcune conclusioni.
L' antisemitismo sarebbe allora un carattere
permanente delle società cristiane,
radicato nella nostra cultura, e comporterebbe
una responsabilità destinata a trasmettersi
da una generazione all' altra (...).
Quando scrissi questo libro parlai di tale
tendenza e accennai ad alcune forme di «rieducazione»
che stavano divenendo sempre più
frequenti: i musei dell' Olocausto, i «giorni
della memoria» decretati dai parlamenti
nazionali, i mea culpa recitati sempre più
frequentemente dai governi e dalle autorità
ecclesiastiche. Da allora la tendenza si
è ulteriormente accentuata e ha assunto
una evidente componente patrimoniale. Non
basta. I promotori di queste iniziative
ritengono che la stori a non possa essere
lasciata agli studiosi. Deve essere omologata
dai governi e scolpita nel bronzo delle
loro leggi.
Nel 2000 il Parlamento italiano ha istituito
una «Giornata della memoria»
che cade il 27 gennaio e si propone di promuovere
ogni anno una riflessione «sulle responsabilità
individuali e collettive negli anni in cui
per migliaia di cittadini italiani fu decretata
la morte civile, la spoliazione dei beni,
l' espulsione dalle scuole, dalle università,
dai posti di lavoro». Negli ultimi
anni del Novecento ventidue paesi europei
hanno promosso indagini storiche sul genocidio
ebraico, vale a dire sulla responsabilità
che ciascuno di essi ha avuto in quegli
avvenimenti. E venticinque commissioni,
in altrettanti paesi, sono state con temporaneamente
incaricate d' indagare sulla responsabilità
di aziende e pubbliche autorità nelle
depredazioni subite dalle vittime del nazismo.
Così è accaduto in Italia,
dove il 1° dicembre 1998 la Presidenza
del Consiglio ha istituito una «commissione
di studio al fine di ricostruire le vicende
che hanno caratterizzato le attività
di acquisizioni dei beni dei cittadini ebraici
da parte di organismi pubblici e privati».
Poco importa che quei beni fossero già
stati restituiti in gran parte (secondo
alcuni il 95 per cento) nei primi anni dopo
la fine della guerra. La commissione, presieduta
da Tina Anselmi, ha lavorato sino all' aprile
del 2001 e ha prodotto un rapporto generale
in cui sono state elencate, insieme alle
norme razziali emanate in Italia fra il
1938 e il 1945, i singoli atti di spoliazione
avvenuti in quel periodo. Il rapporto avrà
una modesta rilevanza pratica, ma si propone
di fissare e quantificare, per la storia,
l' antisemitismo italiano di quegli anni.
Scrivendo questo libro ebbi l' impressione
che nella «caccia all' antisemita»,
apertasi in questi ultimi anni, il genocidio
fosse diventato ormai il contrappasso del
deicidio di cui gli ebrei sono stati accusati
per molti secoli. Oggi ho l' impressione
che dopo l a soppressione del Sant' Uffizio
esista ormai una inquisizione ebraica, autorizzata
a controllare e verificare il tasso di antisemitismo
delle società cristiane. Vi è
nel mondo un tribunale dell' antisemitismo
che siede permanentemente e da cui tutti
possono essere convocati per rendere conto
delle loro parole e dei loro sentimenti.
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