Primavere diverse
di Marco Ciriello

(foto di Enrico Natoli)
 
Dalla scorsa settimana il "caso" della polizia di Napoli tiene banco, in tv, sui giornali e visti i presupposti e la reazione del mondo politico se ne parlerà ancora per molto. Ero a Napoli a quella manifestazione e ho visto solo le violenze in piazza, sono stato fortunato avendo solo letto delle violenze "dentro il palazzo". Ero andato a manifestare non a picchiare, ero andato a dissentire non a colpire, e con me tanti giovani, che invece sono finiti avvolti dalla violenza gratuita e fredda del dopo manifestazione.

Fino alla settimana scorsa nonostante la realtà facesse di tutto per scongiurare questa mia idea, ero convinto di vivere in un paese occidentale e in uno stato democratico e civile. Dopo la reazione dei poliziotti le mie fermezze democratiche scricchiolano. Se un poliziotto si rifiuta di essere arrestato, fornendo seri dubbi sull'operato della magistratura, non fidandosi dello Stato che rappresenta, è la fine.

Questa sfiducia mi ha fatto ricordare un bellissimo film di un grande autore, un cane sciolto che andava contro le due chiese di allora: Elio Petri. Il film, vinse anche l'oscar per il miglior film straniero credo nel 1971, è "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto" con un grande Volontè a fare da protagonista. Il film usava le paure espresse dal processo di Kafka cioè la paura della giustizia, la paura di aver comunque fatto del male, e poi era una sfida alla giustizia fatta da un suo servitore, cogliendo dostoevskianamente la sfida di un criminale alla giustizia.

Solo che la sfida era doppia perché era un poliziotto ad abusare del suo potere. Le notizie che arrivano da Napoli sui rapporti fra procura e questura sono kafkiane e rispecchiano in pieno la macchinosità del sistema, gli umani contrasti, la politicizzazione bassa di qualunque cosa estremizzando la questione fino al punto di snaturarla, fino al punto di renderla altro. Il procuratore di destra, il sostituto di sinistra, le voci che anticipano gli arresti, il questore che non avvisa il Viminale, ce n'è per un romanzo, che ricalchi il celebre processo.

La sfida al potere prima dei poliziotti e la paura, dopo, della giustizia. Ma prima bisogna rispondere ad alcune domande: perché un servitore dello stato compie atti di violenza gratuita? Perché i suoi superiori tacciono di questo? Chi ha dato gli ordini? E se non ci sono stati ordini, come mai dei poliziotti prendono simili iniziative? Davvero il potere, piccolo, può snaturarsi sino a divenire violenta sfida alla giustizia, in un paese democratico? E perché i servitori della legge, come nel film sono per posizione presa, al di sopra dei sospetti? Nel film di Petri, c'è una sfida al potere, al proprio potere, con la convinzione di farla franca.

Nella realtà di Napoli, le reazione dei colleghi poliziotti e della destra politica sembrano proprio confermare le tesi del film che nella realtà diventano ferme convinzioni di innocenza. "Qualunque imposizione faccia su di noi, egli è servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano" con le parole del "Processo" si chiude il film, speriamo che la realtà ci riscatti dal pessimismo di Kafka e dalle convinzioni di Fini.

MARCO CIRIELLO