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5
mesi dopo il G8 |
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di Matteo Giuffrida
(foto di Enrico Natoli) |
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Sono passati cinque mesi da quando
alcuni scalmanati, presenti in entrambi gli schieramenti
scontratisi a Genova durante il cosiddetto G8,
hanno trasformato una manifestazione di pacifico
dissenso in un massacro e una città in
un campo di battaglia.
Ricordo che nei giorni immediatamente successivi
mi chiedevo che cosa avrei fatto, cosa avremmo
fatto dopo ciò che era successo. Era cambiato
tutto, dopo quel venerdì e quel sabato
d'estate, ed ero certo che eravamo cambiati anche
noi. Anche chi non c'era, anche chi aveva solo
potuto guardare la televisione o, trovandosi,
come me, all'estero, leggere i giornali e navigare
in rete alla caccia di qualche notizia che suonasse
almeno come una decente approssimazione alla verità.
Oggi, però, mi chiedo che cosa abbiamo
fatto. Eravamo cambiati e per questo dovevamo
fare qualcosa. L'abbiamo fatto? Onestamente, mi
sembra di no.
E non parlo solo di chi è convinto che
la polizia abbia esagerato o che addirittura ci
fosse un piano prestabilito per reprimere una
protesta scomoda. Parlo anche di chi, semplicemente,
in quei giorni ha visto la rabbia, il dolore,
la morte e non vuole che si ripeta. Anche di chi,
magari convinto oppositore delle tesi dei manifestanti,
si è reso conto che non era quello il modo
di confrontare le opinioni, e che bisogna trovare
altri mezzi, altre volontà, altre idee
per convivere e venirsi incontro. Tutti noi abbiamo
fatto ben poco, perché la situazione non
è diversa da prima.
Forse non eravamo poi così cambiati. Forse
non ci hanno cambiato nemmeno le torri di Manhattan
rase al suolo e le bombe degli Stati Uniti sulle
città afgane. Forse.
Ma una cosa è certa: non è mai troppo
tardi. E allora, forse, vale ancora la pena di
soffermarsi a pensare un po', a riflettere, soprattutto,
su quale possa essere il modo migliore per condurre
la battaglia di tutti coloro che sognano un'equa
distribuzione delle ricchezze, la tutela dell'ambiente,
pari opportunità per tutti, la pace e un'unione
dei popoli e delle culture che non sfoci necessariamente
nell'omogeneizzazione delle differenze ma in un'armonia
delle stesse.
Tante volte ho pensato che il posto giusto per
lottare fosse nel Chiapas, con Marcos, o magari
sulle strade e nelle campagne di tutto il mondo
insieme a Bové. Oggi non ne sono più
tanto convinto. Credo che ognuno nasca per svolgere
un certo ruolo, nella vita, e alcuni sono nati
proprio per stare accanto ai Marcos e ai Bovè.
Ma, obiettivamente, sono pochi, e sempre a rischio
di strumentalizzazione, perché insieme
a tante persone disposte a combattere pacificamente
(come anche Marcos sta dimostrando oggi dopo tanti
anni di guerriglia) ci sono sempre i fomentatori
della violenza e dell'odio. Ed io, da un lato,
non ho nessuna voglia di farmi strumentalizzare,
di venire associato a frange violente e magari
di contribuire involontariamente alla loro furia
insensata e, dall'altro, credo che ci siano anche
altre forme di lotta, meno eclatanti, meno coraggiose,
forse, ma di certo non meno importanti.
La verità è che tutti, anche a casa
loro, anche senza lasciare le famiglie e il posto
di lavoro, hanno la possibilità di fare
qualcosa per cambiare il mondo. Lo so, è
una bella frase retorica, ma è anche vera.
Perché questo qualcosa va cercato nel piccolo
(che poi non è affatto piccolo) della vita
quotidiana e della coscienza che c'è dietro
e che la deve sostenere. È qui che entrano
in gioco scelte che, se ci pensiamo bene, molti
di noi non sono ancora pronti a fare, ma che possono
rivelarsi significative per il destino comune.
Ciò che intendo dire è che può
essere importante anche solo cambiare tanti piccoli
aspetti della nostra vita: non comprare certi
prodotti, fare certe rinunce, riflettere un secondo
prima di acquistare qualcosa, a costo di sembrare
fanatici, o strambi.
E credo anche che sia importante imparare a fare
cose di questo tipo in silenzio, senza sbandierarle,
non perché ce se ne debba vergognare, ma
per non perdere credibilità, per non apparire
come persone che vogliono "fare scena"
e apparire originali.
Certo, che mille o diecimila persone non vadano
più da McDonalds (è solo un
esempio) non la farà certo fallire. Ma
è importantissimo pensarla in un certo
modo e comportarsi di conseguenza, rendere l'azione
coerente con il pensiero. Il primo passo su questa
strada credo che sia proprio riconoscere di non
averlo saputo fare o di non essere tuttora capaci
di farlo. Ma pensarci. Assumere di fronte a se
stessi la responsabilità di non fare quello
che si può fare.
Un insegnamento antichissimo, comune a tante culture
sparse per tutta la terra, è quello per
cui il mondo è uno specchio di un altro
mondo, quello che abbiamo dentro (che lo si chiami
coscienza o anima o cuore o quant'altro). Ecco
perché dobbiamo cambiare noi stessi per
cambiare il mondo. Ecco perché diecimila
persone che rinunciano a qualcosa di cui sono
golose hanno un peso enorme.
Non basta pensarla in un certo modo. La vita concreta
rende concreto il pensiero, gli trasmette tutta
l'energia della volontà e dell'impegno.
Se me ne sto con gli amici a protestare contro
la globalizzazione con una coca in mano e un cheesburger
nell'altra, i miei pensieri non hanno valore,
anche se ci sembra di sentirli fortissimamente.
Non solo: gran parte della responsabilità
è nostra, senza scuse. Se un ragazzo è
morto, se una città è distrutta,
se delle persone sono state picchiate a sangue
e altre sono scomparse, la responsabilità
è, prima di tutto, nostra.
In prima persona. Bush, Berlusconi, la sinistra
inconcludente e immatura, i Black Bloc sono tutto
quello che ci meritiamo, che ci siamo cercati
e, in ogni caso, di cui abbiamo bisogno in questo
momento per crescere, per capire, per essere migliori.
Il punto di partenza è qui, intorno a noi.
Non serve andarselo a cercare in luoghi lontani,
ai margini del mondo, perché chi già
c'è, in quei luoghi, chi sta lottando laggiù
non otterrà mai niente se noi non sosteniamo
la sua opera dando un'impostazione ben precisa
alla nostra vita.
Vorrei parlare di una cosa che mi è successa.
Nei giorni seguenti al G8, mi trovavo a Cambridge
e lavoravo in un pub. Una sera ero in cucina e
lavavo i piatti. Su un cucchiaio c'era una macchia
rossa e ricordo che per qualche attimo ho cercato
di mandarla via con la spugnetta, finché
non mi sono accorto che si trattava del riflesso
del mio grembiule nell'acciaio del cucchiaio.
Ci credo che non se ne andava!!! Ma è proprio
questo che cerchiamo di fare, di solito: cambiare
il mondo esterno senza accorgerci che è
solo il riflesso di quello che abbiamo dentro.
Togliersi il grembiule può essere difficile,
può essere scomodo, ma è l'unica
cosa che possiamo fare. E se lo fa uno, piano
piano le cose cambiano, perché il pensiero,
in un modo o nellaltro, si trasmette.
Ma deve essere forte, vero, coerente con la propria
vita. Ed è per questo che poche persone
possono cambiare l'opinione della gente: perché
gli agitatori, quelli che fanno della violenza
una scuola di vita e un credo non sono poi tanti.
Sono più numerosi gli indifferenti, gli
apatici, i privi di volontà, e sono anche
i più pericolosi, perché facilmente
conquistabili dai fanatismi. Ma li possiamo conquistare
anche noi, se abbiamo prima conquistato noi stessi.
A questo proposito, vorrei ricordare un esperimento
che è stato fatto in un gruppo di isole
disabitate di non so quale oceano. Alcuni studiosi
insegnarono a una scimmia che viveva in una delle
isole a lavare la frutta nel mare prima di mangiarla.
A poco a poco anche le altre scimmie della stessa
isola, prendendo esempio dalla prima, impararono
e presero l'abitudine di lavare la frutta. Le
scimmie non potevano in alcun modo spostarsi da
un'isola all'altra, ma quando la centesima scimmia
imparò (non sono sicuro che il numero sia
esatto, ma non credo che sia importante), in tutte
le altre isole tutte le scimmie, contemporaneamente,
cominciarono a lavare la frutta...
Matteo Giuffrida |
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