Presentiamo
in questa pagina gli estratti testuali e gli audio integrali
degli interventi dei relatori alla presentazione dell'associazione
Cuntrastamu tenutasi il 16 maggio 2004 nella Sala piccola
della Protomoteca al Campidoglio in Roma.
Maria Mazzei
socia fondatrice dell'associazione Cuntrastamu
Cuntrastamu,
cominciamo dal nome perchè è una delle
cose che più frequentemente ci chiedono di spiegare.
Cuntrastamu è una parola del dialetto siciliano;
nella Sicilia orientale fino al secondo dopoguerra era
la risposta alla domanda "come stai?". "Cuntrastamau"
stava a significare resistiamo, andiamo avantici difendiamo,
tipico di un ambiente difficile, misero, quasi disperato.
Ma non sconfitto.
A noi è sembrato che una parola tanto ricca e
profonda meritasse ancora una certa attenzione, una
qualche notorietà. Una parola dialettale in questo
mondo sempre più globalizzato per dire che esiste
una dimensione locale che noi non vogliamo dimenticare.
Oggi assistiamo e partecipiamo ad un movimento pacifista
nel nostro paese molto ampio; oggi parole come "pace",
"diritti" "giustizia" "legalità",
espressioni come "non c'è pace senza giustizia
sono molto spesso coniugati a realtà politiche
e geografiche distanti da noi.
Noi di Cuntrastamu scegliamo di parlare di mafia: non
è una scelta strategica nel mercato del sociale,
è la conseguenza di una esperienza personale
che gli associati condividono tra loro e che speriamo
di condividere con altri. Per noi la difesa della legalità
non è un’opzione, un accessorio. E’
invece un requito essenziale, anzi è il pre-requisito
per una convivenza pacifica e una crescità sul
piano sociale, politico e civile.
Lo stato risponde ancora “a fisarmonica”.
Così diceva una relazione del Parlamento di qualche
anno fa. Ecco, oggi ci sembra sia questa la situazione:
di una relativa pax mafiosa, di un’assenza –
fortunatamente – di azioni violente gravi come
quelle che abbiamo conosciuto anni addietro. Ma manca
la consapevolezza che questa pace è effimera
e piuttosto significativa di un sostanziale benessere
dei clan.
Oggi molte cose sono state fatte. Fino al '92 c'era
ancora qualcuno che poteva dire che la mafia non esiste,
che è un'invenzione della tv o di maldicenti.
Oggi non è più così. Eppure ci
sono segni che ci fanno capire che ancora lunga è
la strada. Oggi fare l'amministratore pubblico nelle
regioni di mafia è un mestiere a rischio, spesso
svolto in gran solitudine; oggi essere in un imprenditore
in quelle zone impone di piegarsi, di subire l’intimidazione;
oggi essere giovane nel mezzogiorno significa essere
disposti ad emigrare.
In sostanza questo vogliamo fare: svelare queste situazioni,
dare voce e spazio a questo coraggio quotidiano.
«La mafia non dimentica mai, ha interesse però
che siano gli altri a dimenticare». Lo diceva
Giovanni Falcone e questo in estrema sintesi è
motivo per cui esiste cuntrastamu. A noi sembra che
il paese, nella sua globalità, abbia dimenticato.
Cuntrastamu c’è per molti motivi, alcuni
vi saranno già chiari a questo punto. Ma il motivo
principale è quello di costituire un luogo–
per ora online – di discussione e di confronto
fra cittadini e tornare a parlare della realtà
del nostro paese, al di là dei punti all’ordine
del giorno delle varie agende politiche.
Tano Grasso
Presidente onorario della Federazione antiracket
Italiana

Io
pensavo di partire dalla storia, cominciando dal 1992.
perchè in questa storia, in questa vostra iniziativa
- che mi piace, mi ha appassionato, affascinato - ho
rivisto lo spirito del 1992. Uno spirito molto esiguo
oggi in Italia, che ho rivisto nella vostra iniziativa.
Lo spirito del ‘92 significa il momento in cui
più alta, più incisiva è stata
la lotta alla mafia nel nostro paese.
Per la prima volta pezzi della società civile
che mai prima si erano interessati alla mafia iniziava
ad interessarsi e nella scaletta delle priorità
del paese tra le prime vi era la lotta alla mafia. La
conseguenza, l’effetto fu che lo stato, la comunità
le istituzioni sono riusciti ad ottenere risultati come
mai prima di allora, al punto che – era la sensazione
che avevamo in tanti tra il ‘93-‘94 –
eravamo al punto di pensare “ce la possiamo fare;
possiamo ridurre a fisiologia la mafia”, ovvero
a realtà marginale nelle relazioni economiche
e politiche. Ciò non è avvenuto, come
sappiamo.
Cuntrastamu è questo spirito; e questo mi ha
emozionato. A Roma un gruppo di ragazzi che considera
in modo monotematico il problema della mafia. Una cosa
straordinaria! Poi il sito: è uno dei migliori,
dal punto di vista della documentazione e della notizia,
di stare “sulla palla”, come si dice, di
fornire informazioni aggiornate.
Come funziona questo nei tempi in cui viviamo? Viviamo
in un tempo in cui quando vedo questo sito e lo sforzo
di informazione attorno al sito vedo la prima linea.
Possible la prima linea è l’informazione?
Quando parliamo di mafia la prima linea è la
coscienza delle persone, sono le persone che si espongono,
sono i magistrati, i poliziotti, possibile che la prima
linea sia l’informazione?
Sì, intanto perchè parla del fatto, quando
non ne parla nessuno. Sulla base di questo equivoco
mostruoso per cui se non c’è l’evento
importante non c’è la mafia. Noi sappiamo
che oggi la diffusione della mafia in questo paese ha
raggiunto livelli pari a quelli dell’80. Io lo
dico da qualche tempo, ovviamente nella più totale
e bieca indifferenza dell’informazione. Quando
parlo di informazione parlo di informazione di destra
e sinistra, non faccio differenza.
L’informazione che cos'è a questo punto?
È strategia, è elemento strategico perchè
serve per far conoscere. Perchè se tu non conosci
questa situazione non puoi pensare di incidere profondamente.
Viviamo tempi brutti. Forse mai la lotta alla mafia
aveva raggiunto punti così bassi. Io sono un
uomo di sinistra, dichiaratamente di sinistra, ogni
dibattito che faccio sempre più mi dichiaro comunista,
per essere coerente al nostro presidente del consiglio.
Il risultato elettorale è stato per certi aspetti
un risultato interessante però io non riesco
a cogliere la connessione con il cambiamento che potrà
avvenire in queste relazioni economiche e sociale che
caratterizzano il nostro Mezzogiorno.
Il punto è questo: quando affrontiamo questi
argomenti non abbiamo gli strumenti prima ancora che
politici, strumenti culturali, per capire la difficoltà
e la complessità del fenomeno; per capire le
profondità delle nostre comunità. La politica
di questi tempi interviene sulle superficialità,
non è che è superficiale ma interviene
sulle superficialità. Non riesce ad intervenire.
In campagna si direbbe che toglie l’erba ma non
zappa, non riesce a mettere in movimento il terreno.
Don Luigi Ciotti
Presidente di Libera
Parto
da quello che è successo stamattina alle 8, 30,
che può essere oggetto di una profonda riflessione.
Tra i temi da scegliere alla maturità c’era
un tema sull’educazione alla legalità.
Da una parte questo è molto positivo: alla fine
di un percorso formativo la scuola si interroga e invita
i ragazzi ad interrogarsi su questo tema. Il vero problema
è quello della coerenza delle istituzioni: “Noi
parliamo di legalità, abbiamo dato anche il tema
alla maturità!” Ma c’è vera
coerenza? Dall’altra parte attenzione: che questo
non vada a mettere a posto la coscienza di qualcuno,
a giustificare le altre respomsabilità e incoerenze
dello stato.
Senza enfasi, ognuno per la sua parte, con l’informazione,
col sito ... documentandosi, andando contro conrente.
Perchè il silenzio e la rimozione sono i nemici
del cambiamento e della legalità. Abbiamo il
dovere di documentare e di ricerca la verità,
anche quelle scomode. Senza presunzione, senza pensare
di avere la verità, costantemente attraversati
dal dubbio, sentendo quella inquitudine che deve appartenere
a tutti, per andare sempre avanti, per cercare, in continuazione.
Da questo osservatorio noi ci sentiamo di dire che hanno
ripreso, anzi continuato: 720 morti di mafia negli ultimi
5 anni. Una guerra in atto che si consuma nel paese
e che al di là della cronaca locale non trova
spazio nell’informaizone.
Ah no, è un problema di par condicio, ci hanno
detto. Non possiamo mandare in onda Lucarelli! Hanno
tolto dal palinsesto il programma. Ti chiedi perchè:
forse perchè – come ha scritto giustamente
una giornalista – in un momento preelettorale
si citavano dei nomi che permettono di dire che il partito
di Totò Riina c’è ancora, è
presente.
È vero che c’è grande smarrimento,
fatica, ma oggi c’è l’associazione
antiracket, in questi ultimi anni è nato un coordinamento.
Oggi abbiamo una legge sui beni confiscati, che prima
non c’era.
Il vostro sito, Narcomafie, Antimafia, sono tutti piccoli
segni della posistività. Roma, come mai Roma?
Ben venga; Libera la prima giornata della memoria e
dell’impegno l’ha fatta qui. Qui si fanno
le leggi, qui c’è il grande segmento politico
del paese, qui si fanno operazioni che possono essere
di positività o di contrasto alla positività;
qui c’è l’economia, la finanza. E
nei primi 10 anni di Libera noi saremo di nuovo qui,
a chiedere conto.
Bene qualche cosa si è mosso, e i mafiosi devono
sapere che ci sono pezzi della società nei vari
territori che hanno alzato la testa , che si sono messi
in gioco, che magari non fanno chiasso, ma si sono messi
in moto.
Dove stiamo andando ce lo dice il Censis, lasciamo dirlo
al Censis. Ci dice che – dal loro osservatorio
- le mafie privano il territorio di 180 mila posti di
lavoro. Poi dice che se così non fosse il Pil
tra il Sud e il Nord sarebbe pari. Lotta alla mafia
vuol dire sviluppo e promozione sociale, ma vuol dire
anche creare le condizioni per quel reale cambiamento
nell’interesse di tutti.
Un parola ritorna: libertà. Noi nel nostro paese
abbiamo persone che sono ostaggi. Nei giorni in cui
si parlava dei tre ostaggi in Iraq io pensavo ai tanti
territori di questo paese dove le persone sono ostaggie,
perchè non trovi lavoro, quello vero, non ci
sono prospettive, perchè si è ostaggi
di certi segmenti che operano in certi modi. E’
in gioco la libertà delle persone, che si gioca
sul piano dei diritti, della dignità, della giustizia
sociale, dell’uguaglianza. Allora questo è
un grido, non è la solita retorica.
Enrico Natoli
presidente dell'associazione Cuntrastamu
Non
vorrei che alla fine di questi appuntamenti –
che noi vorremmo replicare in grande quantità,
da qui in avanti – si creasse una distanza tra
qui e là, tra il tavolo dei relatori e la platea.
Non vorrei che tornando a casa le persone dicessero:
“che bravi, ma io non posso fare niente”.
Questo è il tentativo che abbiamo fatto con il
sito e che da oggi proviamo a rinnovare con l’associazione
… noi ci sentiamo cittadini con le stesse qualità
a disposizione di tutti.
Per questo per esempio nel manifesto sotto “informazione
su mafia e antimafia” c’è scritto
“progetti di pace”. “Pace”,
“libertà” “censura”:
sono parole talvolta abusate. Su questi concetti e su
queste parole si giocano battaglie che poco hanno a
che fare con il sgnificato di queste parole. L’invito
che vi rivolgiamo è di creare un luogo –
un sito ma presto un luogo reale – dove sia possibile
confrontarci.
Perchè è facile parlare di pace in Palestina
e Israele, da qui. È facile: si partecipa ad
una manifestazione, e si dice: io il mio dovere l’ho
fatto. Come diceva don Luigi, ci sono luoghi nel nostro
paese dove le persone che incontriamo ci dicono: “parlate
voi di mafia, voi che potete, perchè noi da qui
non possiamo”. Forse è questa la sfida
che ci si pone davanti, ciascuno nel suo piccolo. Io
non credo che ci sia bisogno di eroi, di persone da
commemorare mettendole su un francobollo.
La settimana scorsa mi sono soffermato a guardare una
vetrina di abbigliamento per ragazzi. C’era una
maglietta con una scritta “Cocaina” e “Pablo
Escobar”, cioè uno dei più grandi
narcotraficanti del mondo. Mi sono informato e su internet
e ho trovato siti di ragazzi, diciassettenni che dicevano:
“sono entrata nel negozio dove vendevano alcune
di queste magliette deliziose, ma mi ha fermata il mio
ragazzo dicendomi chi era Pablo Escobar; e allora non
me la sono comprata”.
Se passa questo messaggio, che si può scrivere
qualsiasi cosa senza sapere che cose c’è
sotto, c’è la perdita della memoria, c’è
una persona che usa dei simboli che poi verrà
sostituita dalla prossima moda …
Concludo dicendo che il nostro obiettivo più
grande è quello di creare un luogo un centro
culturale, un incontro, una biblioteca tematica, dove
organizzare incontri come questo… dateci una mano,
se vi va.
Giuseppe Lumia
deputato DS, ex presidente della
Commissione Parlamentare Antimafia
Cuntrastamu:
ancora si usa quest’espressione, non è
finita. C’è ancora nel nostro paese una
parte che ha nel proprio dna un’idea culturale
che è quella di non prendersi in giro, di dire
per forza che si sta bene; questa è anche una
cosa molto bella, di persone capaci di guardarsi in
faccia e dirsi le cose come stanno. Ebbene voi avete
fatto questa scelta. Magari molti non sanno pronunciarlo
o sbagliano a scriverlo, ma inviterà molti ad
interrogarsi, a riflettere, è un nome che intriga.
La mia impressione – quella che sto raccogliendo
in questi anni - è che noi ci troviamo di fronte
ad un sistema complesso ed integrato. Se noi pensiamo
alla mafia solo come ad un sistema comportamentale non
facciamo molta strada; è un sistema comportamentale
più qualche altra cosa.
È un sistema economico più qualche altra
cosa. È un sistema di potere più qualche
altra cosa; è presenza e controllo del territorio
più qualche altra cosa; è capacità
di relazioni globali a livello internazionale. È
un sistema integrato, di diverse componenti. In un periodo
si privilegia una componente, in un altro periodo se
ne privilegia un’altra; perché stanno nella
storia, interagiscono e hanno capacità di adattamento.
Dall’altro lato, l’antimafia non ha la stessa
capacità sistemica. Abbiamo frammenti straordinariamente
positivi di antimafia non integrati tra loro. La sfida
non è inventarsi l’antimafia. Sarebbe già
un bel successo, un bel passo in avanti, se riuscissimo
ad integrare questi frammenti di antimafia, se riuscissimo
a farli comunicare tra loro. Per questo ha ragione Tano
a dire che l’informazione è la prima linea.
Questo penso che sia un lavoro che voi potete svolgere,
attraverso l’informazione, il sito, l’associazione:
far conoscere i vari frammenti e aiutarli ad interagire
tra loro.
Bisogna avere un progetto comune e stare ognuno nel
proprio territorio. Agire in piccolo (scuola, territori,
ecc.) e pensare in grande, avere un pensiero globale,
pensarlo insieme, non assolutizzarlo mai e integrare
queste realtà.
Io mi auguro che voi possiate fare questo lavoro.
È difficile piantare memoria oggi. Ma si può
fare. E questo lavoro progettuale ci aiuta a piantare
memoria. E questo è possibile farlo se ognuno
di noi non accampa mille alibi perché ognuno
può fare molte cose, soprattutto attraverso la
forma associativa. Si possono ottenere risultati, preparando,
aspettando, seminando memoria.
Io mi auguro che voi possiate fare questo. |